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Peace is for pussies

Né di Eva né di Adamo – A. Nothomb

“Fratello mio, io ti amo. La mia partenza non è un tradimento. Può capitare che la fuga sia un gesto d’amore. Per amare, ho bisogno della libertà. Parto per preservare la bellezza di quella che provo per te. Non cambiare”.

Amélie Nothomb torna in Giappone, già luogo della sua infanzia in “Metafisica dei tubi” e del suo impiego per una multinazionale in “Stupore e Tremori”.

E’ l’epoca dei suoi vent’anni, dei suoi corsi di giapponese business e soprattutto della relazione con l’angelico Rinri, giapponese affascinato dalle culture straniere e studente di lingua francese al quale Amélie fornisce lezioni private, finchè in Rinri nasce amore e nella sua insegnante un sentimento forte, che non vuole definire, che combatte quasi, perchè si oppone al suo imperioso bisogno di libertà ed indipendenza.

Il libro è l’usuale concentrato di leggerezza narrativa, fino all’apparente inconsistenza; 150 pagine di linguaggio brillante, ostentato, ricco di metafore, vivide immagini per raccontare se stessa, in un atto profondamente narcisista, ma trattando del secondo dei due sentimenti che accomunano ogni essere umano: l’amore.

Abbandonata la volontà di raccontare di qualcuno che massacra qualcun’altro, per parafrasare l’autrice, la Nothomb si getta a capofitto nell’esaltare l’amato Giappone ed il suo rapporto con la natura di quel paese, che vive in modo quasi mitologico ed estatico, contrapponendolo ai suoi rapporti privati con Rinri.

Se quest’ultimo è candido e sobrio in ogni sua manifestazione, Amélie, geneticamente occidentale, vive ogni esperienza sottoponendola al vaglio di una critica cinica o vivendo alcuni momenti con un’esaltazione quasi mistica e superomistica, irrazionale, lontana da quella pulizia e linearità dei sentimenti che caratterizza il giovane giapponese, in cui non v’è traccia alcuna di male.

Rinri è semplicemente perfetto, è l’assenza di tormento, è la pace, un coacervo di sensazioni che frustrano la guerriera Amélie, bisognosa di continue scoperte, sensazioni e sogni da realizzare come quello di diventare una scrittrice.

“Ci si innamora di persone che non si sopportano, di persone che rappresentano un pericolo insostenibile. Nell’amore, io vedo un trucco del mio istinto per non assassinare l’altro”.

L’impossibilità di concepire l’amore in termini canonici, l’impossibilità di abbandonarcisi come se fosse una resa, spingerà la protagonista a cercare vie di fuga quasi folli (da antologia la nottata trascorsa sulle montagne innevate, tra rischio di congelamento e corse a perdifiato) fino ad un atto che eviterà quell’orrido momento della rottura, ma sarà tacciabile di vigliaccheria, per quanto per lei concida con l’agognata libertà.

Sempre ironica, originale nei suoi commenti e nei suoi paragoni balzani o nei suoi calembours da multilingue, con la scorrevolezza che le è propria la Nothomb sviscera con talento senza pari una storia romantica sui generis, le sue dinamiche, il perchè della sua conclusione, e mentre le pagine scorrono fluidi come non mai, ci si ritrova commossi per un finale sobriamente emozionante che chiude perfettamente il cerchio dei suoi ragionamenti sull’amore.

Per certi versi estremi, non condivisibili, ma la sua concezione, lirica e megalomane per sua ammissione, di ciò che tutti denominiamo amore, tocca il profondo, descrivendo il dolore insito in una scelta d’artista e di indipendenza quasi fuori tempo, da samurai senza maestro che vaga continuando a lottare.

E solo un samurai potrebbe rinunciare all’amore perfetto in nome di ideali superiori che nessuno comprenderebbe.

Meglio fuggire, non spiegare, lasciare intatto il sentimento maturato senza rovinarlo con il tarlo dell’incomprensione, senza rovinare l’amato per sempre lasciandogli una sofferenza che non avrà mai spiegazioni.

In fondo una scelta egoista e delicata al tempo stesso, che non lascia una devastazione dietro di sè.

Rimane solo una domanda: tra le lacrime finali, sebbene l’autrice si ostini a non parlare d’amore, ma preferisca “l’abbraccio fraterno del samurai”, non le sarà sorto il dubbio che una questione semantica non è il modo più onesto per confessare prima di tutto a se stessi i propri sentimenti, visti come pericolose gabbie di una prigione?

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Questa voce è stata pubblicata il 24/06/2008 da in Flussi di incoscienza con tag , , .

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