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In Bruges – La coscienza dell’assassino

Un killer irlandese viene relegato dal suo mandante nella città fiamminga di Bruges, in attesa di nuove direttive, per espiare la grave colpa dell’omicidio involontario di un bambino.

In sua compagnia un collega di lavoro, a lui complementare e antitetico: belloccio, scanzonato e superficiale il primo, attempato e riflessivo il secondo.

I due mercenari, che non riescono a risultare credibilmente sanguinari neppure nel flashback più violento, reagiranno in modo differente alle atmosfere fiabesche della città, sospesi nel tempo fino a che il loro superiore rivelerà il destino che ha in mente per entrambi.

“In Bruges” è un oggetto assolutamente anomalo, creato da un autore teatrale già vincitore di un Oscar per il miglior cortometraggio, a parer mio molto sopravvalutato date le recensioni estatiche assolutamente sproporzionate rispetto all’effettiva qualità del film.

Tuttavia, perdonando alcuni narcisismi da opera prima autocompiaciuta, ed abbassando di un paio di spanne le aspettative, ci si puo’ lasciar sorprendere dalla leggerezza della narrazione che riveste una struttura ed un substrato linguistico e umano di evidente derivazione teatrale, per quanto mal metabolizzata.

Uno dei paragoni piu’ ricorrenti è quello con il notorio “Aspettando Godot” di Samuel Beckett.

La strana coppia; dialoghi sopra le righe, surreali o anche gustosamente non-sense; un luogo che sembra il purgatorio, a metà tra una salvezza che non arriva mai ed una dannazione che sembra sempre più vicina, ma resta sullo sfondo.

Se a livello concettuale il paragone non è inopportuno, è anche vero che i dialoghi di “In Bruges” si sforzano di essere brillanti, ma sono una pallidissima copia di cio’ di cui si può godere tra le pagine del teatro dell’assurdo.

Ma sono una copia candeggiata persino del peggior Quentin Tarantino!

Divertono, hanno ritmo, sono mediamente dissacranti, scandiscono un film che ha le premesse di un thriller, ma di fatto non contiene una scena d’azione se non nel concitato finale.

Si fa persino riferimento al cult di Roeg “A Venezia un Dicembre rosso shocking” , incubo ad occhi aperti ambientato in quella città a cui Bruges tanto spesso è paragonata, ma della visionarietà di quel film non ve n’è traccia alcuna e la citazione appare del tutto gratuita.

E’ un film verboso, di cui la vera protagonista è Bruges stessa: se il killer, interpretato da un’ispirato Brendan Gleeson, sembra volersi far avvolgere dagli ambienti goticheggianti e dai canali simil-veneziani, quasi a perdersi e godere di un nuovo inaspettato inizio, il suo compare (un Colin Farrell che ad alcuni sembra rinato, a me è sembrato rimasto intrappolato in “Sogni e delitti”) preferisce tuffarsi nella mischia cittadina intrattenendo relazioni, dialoghi con nani strafatti di ketamina impegnati sul set di un film indipendente, pestaggi e liti.

La necessità di dimenticare le loro colpe è risolta da parte di entrambi su piani totalmente opposti, e quando sembra instaurarsi un magico equilibrio nelle loro vite la morale superiore di uno shakespiriano Ralph Fiennes, nel ruolo di Harry il mandante, ne impedirà il consolidarsi, affinchè il purgatorio di Bruges diventi il loro inferno ed il loro luogo di espiazione.

Così, un po’ fuori tempo massimo, si scivola nel dramma, seppur con note ironiche o grottesche, ed ancora una volta è Bruges, ora fredda e innevata, a dominare sugli eventi facendosene specchio.

Anche se francamente la bellezza della città ci distrae prepotentemente dalle ultime frasi proferite da Colin Farrell, alle cui vicende è ben difficile appassionarsi e le cui parole enfatiche suonano ben poco consone al buzzurro personaggio interpretato.

In definitiva un film godibile, dall’eccezionale scenografia naturale e ben fotografata, che traspone un certo gusto letterario teatrale nella crime-story e retto su un trio di attori che si sforzano di rendere interessanti dialoghi che in fondo non lo sono o di intrigarci con le loro vicende, regalandoci solo un’ottima performance.

Un’opera prima che ha in sè buone premesse per il futuro del regista; ma prima di scomodare Beckett e Godot, Shakespeare e Riccardo III, forse quelle opere sarebbe preferibile rileggerle con attenzione.

O forse semplicemente leggerle.

3 commenti su “In Bruges – La coscienza dell’assassino

  1. Pingback: Blog Cinema » In Bruges - La coscienza dell’assassino

  2. roberta
    11/06/2009

    un pensierino maligno? il narcisismo mi sembra preponderante in chi ha scritto la recensione, piuttosto che nel regista di questo delizioso e melanconico noir.

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  3. Lenny Nero
    12/06/2009

    @Roberta: io almeno non ho la pretesa di essere un regista🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 25/06/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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