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Peace is for pussies

La fine del mondo a Breslavia – M. Krajewski

A quasi un anno di distanza dal precedente best-seller “Morte a Breslavia” prosegue la serie di romanzi a sfondo storico che vede come protagonista assoluto, anche al di là della trama stessa, il moralmente ingombrante e discutibile commissario Eberhard Mock.

Lasciato alle spalle il periodo proto-nazista, Krajewski ci anticipa la dolorosa fine di Mock nella New york anni ’60, ma non prima che il futuro kriminaldirektor riveli al suo fido Anwaldt un tragica storia personale intrecciata con il caso di un omicida seriale, ossessionato dalla fine del mondo e dall’antica storia di Breslavia.

Ed un balzo nel tempo di 33 anni ci riporta indietro nell’inverno della Slesia, in un mondo dove oppioidi, orge e riti occulti sembrano il quotidiano passatempo dei borghesi.

Krajewski, pur rimestando ancora nel torbido, riesce di nuovo a rendere accattivanti le sue trame noir attraverso due operazioni ad alto rischio suicida: presentarci un giovane Mock così feroce e violento da essere quasi disturbante e, fottendosene in modo sfacciato di costruire un giallo lineare, inserire una lunga digressione intermedia che troverà la sua giusta collocazione nel mosaico da lui costruito solo al termine, dimenticandosi per almeno 150 pagine dell’incipit dell’indagine principale.

L’autore sembra voler dimostrare di non essere uno scrittore di thriller mediocri, ma prima di tutto un narratore di un certo livello; e così si esibisce in un linguaggio forbito, in citazioni musicali e letterarie colte grazie alla cultura latinista di Mock, e in descrizioni così vivide di Breslavia, dei suoi palazzi, delle sue vie, della sua gente, che ci si sprofonda dentro a quell’inverno di neve e sangue.

Come lecito attendersi, la soluzione dell’intreccio si rifa ad eventi passati e solo conoscenze esoteriche e storiografiche consentiranno l’identificazione di un serial-killer che sembra copiare omicidi efferati avvenuti nei secoli scorsi al fine di anticipare la fine del mondo e la parusia messianica.

Tuttavia è Mock il vero mistero del libro: assomiglia ad un romantico letterato costretto per vivere ad essere più crudele, cinico ed ambiguo del mondo che lo circonda.

Quanto il suo senso di giustizia è innegabile, tanto sconvolge l’autocondiscendenza che ha nei propri confronti.

E se nel precedente libro un Mock più maturo ed accorto, disorientato dal potere in ascesa dei nazionalsocialisti, ci appariva al massimo come un libertino puttaniere rude, ma con un cuore ancora pulsante, in questo caso assistiamo a tutta la sua irruenza giovanile prima di una sconfitta privata che lo cambierà per sempre.

Non esiterà a torturare, a scatenare risse, minacciare, ricattare, e persino picchiare e stuprare la moglie, spingendola nella spirale della lussuria e della droga, od organizzare lo spettacolare linciaggio pubblico di un pedofilo omicida.

Il fascino della figura di Mock deriva proprio dal suo essere prismatico, contradditorio, imprevedibile.

Il libro appassiona al di là del nucleo giallistico e Krajewski riesce nell’impresa di stupire sia gli occasionali lettori di noir, abituati alle solite opere usa-e-getta, sia i suoi stessi lettori rivelandosi un ottimo scrittore.

Ed il finale a sorpresa rientra appieno nel messaggio dello scrittore secondo cui i veri delitti irrisolti sono i segreti che tormentano un animo umano fino alla morte e che mai saranno rivelati fino a quel momento.

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Questa voce è stata pubblicata il 13/07/2008 da in Flussi di incoscienza con tag , , .

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