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Peace is for pussies

The room

Comparso fra gli scaffali delle videoteche pochi mesi fa, mi sono fatto incuriosire dalla suggestiva (per quanto già vista) cover e dalla circolazione del film in numerosi festival di genere (sebbene non abbia vinto, giustamente, alcun premio).

Inoltre lo spunto iniziale della trama, kafkiano e intrigante, induceva a sperare che si trattasse di un possibile cult.

Purtroppo le aspettative sono state in gran parte disattese.

Protagonisti di un dramma familiare a metà tra un prodotto wannabe-Ibsen e la cronaca nera sono una coppia frustrata nelle proprie ambizioni, e custode di scandalosi segreti, ed i suoi figli, Melinda, Alex (affetto da sindrome di Down, interpretato dal Pasqual Duquenne de “L’ottava ora” ) ed un fratello minore, eliminato ben presto di scena.

Quando Melinda rivela di essere incinta di un uomo dall’identità misteriosa e di volersi trasferire, si scatena una serie di violente reazioni, finchè l’atmosfera già isterica precipita quando al piano superiore della casa compare una misteriosa porta ricoperta di incisioni incomprensibili e la stanza dietro di essa cattura per sempre il minore della famiglia.

Il film esordisce con un bel piano sequenza che presenta tutti i nevrotici personaggi per poi acqusire un’atmosfera tesa ed onirica dopo l’apparizione della porta.

Il problema è che la tensione regge solo fino ad un certo punto e per risollevarla il regista belga Gilles Daoust è costretto ad inventarsi una sequenza all’interno della nuova stanza che piu’ che shoccante è solo disgustosa e noiosamente insistita ed appare come un tentativo formale di sopperire alla mancanza di un vero colpo di scena (se escludiamo un relazione incestuosa intrafamigliare, probabilmente solo immaginata).

Il budget irrisorio e la recitazione o troppo sopra o troppo fra le righe inficiano il risultato generale e nonostante il regista abbia buone doti visive e ci regali diverse scene angoscianti e suggestive, comunque non avrebbe potuto compiere il miracolo per una sceneggiatura piu’ simile ad un canovaccio, zeppa di luoghi comuni, citazioni scontate (ad iniziare dalla stessa frase scritta a macchina da Jack Torrance in “Shining” ) ed una risoluzione conclusiva talmente prevedibile ed abusata che “The room” , già di breve durata, con altri dieci minuti in meno rimanendo in sospeso tra paranormale e follia avrebbe acquisito maggior impatto.

Se poi, per infierire, aggiungiamo che nonostante vi sia una certa attenzione per inquadrature e montaggio la fotografia, spesso dozzinale, mal calibrata, troppo ricca di effetti flou o di desaturazione, conferisce al prodotto un sapore amatoriale imbarazzante, si puo’ concludere che forse un giro dentro la stanza degli orrori non merita così tanto il nostro tempo.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/07/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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