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Peace is for pussies

Il divo

“Il divo” ce lo meritiamo, in una doppia accezione.

Da una parte è uno dei migliori film della memoria che abbia visto (raccontare il nucleo centrale della parabola di Giulio Andreotti equivale a raccontare un pezzo corposo della storia politica italiana); dall’altra lo stile registico di Sorrentino, così lontano dagli standard medio-bassi nostrani, così fortemente autoriale e spericolato (senza timore di sfiorare il ridicolo o la parodia grottesca, conscio di non ammorbarci con l’ennesima operetta finto-neorealista a base di adolescenti analfabeti o cinquantenni adulteri ed immaturi) è ammirevole, e giustamente al Festival di Cannes 2008 “Il divo”  è stato insignito del Gran Premio della Giuria, grazie al suo respiro estetico internazionale e moderno, grazie anche ad un protagonista (interpretato da un sorprendente e mimetico Toni Servillo) che fa venire i brividi per quanto riesca a farci comprendere un dato semplice sui politici che governano in tutto il mondo: sono il Male e sono la Mediocrità.

Qualcuno ha accusato Sorrentino di aver spettacolarizzato con toni pulp ed eccessivi la sua sceneggiatura, di aver fatto sfoggio di narcisismo artistico servendosi di una figura gigantesca quale Andreotti.

Attacchi gratuiti: il regista riesce ad inchiodarci sulla sedia per tutta la durata del film, tirando fuori scheletri impolverati dalle nostre sinapsi facili alla dimenticanza, e lo fa urlandoci in faccia la sua stupefacente sintesi delle vicende dietro cui si muoveva il grande burattinaio (nessun’altra fonte ve la saprà narrare con maggior chiarezza e spudoratezza).

Per un popolo come il nostro, che dal 1994 continua ad eleggere iscritti alla loggia P2, ammorbato dalle menzogne televisive e giornalistiche, questa teoria di omicidi, suicidi, stragi, confessioni di pentiti, aneddoti ed aforismi agghiaccianti era l’unico modo per sintonizzarsi sulle frequenze dei sordi italioti, tenere le loro orecchie ed i loro occhi attenti.

Inoltre spettacolarizzazione non significa per forza banalizzazione o apologia involontaria del male.

La regia roboante di Sorrentino si accompagna ad una finezza di prospettive inaspettata: il divo non è Belzebù, forse avrebbe quasi preferito esserlo davvero, ma è un provinciale ambizioso e cinico non differente dai suoi elettori, è come uno fra i pù gretti di noi, ma potente; non possiede virtù, talenti, doti speciali; è un ometto di un’autoindulgenza esecrabile da non mitizzare nè in negativo nè in positivo.

E sfuggito alla possibile trappola dell’immortalizzazione di Andreotti su celluloide, Sorrentino dipinge un ritratto dell’uomo con una cornice scoppiettante che racchiude solo delle macerie.

Il film può apparire frammentario e sgrammaticato, eppure nel suo procedere collega ogni fatto ed antefatto e ricostruisce il mosaico della figura andreottiana senza che un tassello vada perduto.

L’impostazione è surreale: la corrente del divo è formata da politici che assomigliano a gangster dementi, gli attentati sono talora rappresentati in modo visionario, il bacio con Riina sbeffeggiato con musica pop.

E quando si invade il campo del privato si scelgono le atmosfere ambigue della commedia all’italiana, come nella scena in cui Andreotti e la moglie ascoltano “I migliori anni della nosta vita” di Renato Zero poco dopo l’incriminazione per associazione mafiosa.

I momenti più efficaci rimangono comunque quelli dei noti aforismi, dei commenti sarcastici di Montanelli, dell’intervista boomerang di Eugenio Scalfari (sbriciolato dalla memoria del protagonista, un archivio vivente che ricatta o zittisce chiunque) fino all’apice della confessione, il clou del film.

Servillo, immobile su una poltrona presidenziale, come se fosse l’interprete del mostro di Frankenstein che recita solo attraverso lo sguardo e i movimenti delle mani dietro una gabbia corporea, una maschera inumana, con una voce sempre più isterica ed accalorata pone una lapide sulle responsabilità di Andreotti per le stragi di Stato e gli omicidi, tra gli altri, di Mino Pecorelli, del Generale Dalla Chiesa e di Aldo Moro.

“A tutti i familiari delle vittime io confesso è stata anche per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa” e riferendosi a tutti i coloro della cui morte fu accusato, li definisce “irriducibili amanti della verità, tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale, tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato noi, un mandato divino, bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch’io.”

Perpetuare il male per garantire il bene sembra la filosofia d’azione, una filosofia che implica una responsabilità diretta ed indiretta.

In un dialogo fondamentale Andreotti viene redarguito da un collega perchè si è circondato di persone di dubbia moralità o criminali; la risposta è “Serve il concime per far crescere gli alberi”.

Quello di cui forse non si è mai reso conto il nostro sette volte Presidente del Consiglio è che nessun albero è cresciuto, l’Italia è allo sfacelo ed egli è sempre stato ed è rimasto parte di quel concime.

Mille applausi a Sorrentino per il coraggio di un film da vedere, rivedere, imparare a memoria per riflettere su se stessi prima che sul potere, e per la sua visione registica che già avevamo ammirato in “Le conseguenze dell’amore”.

Se infine pensate che la prima inquadratura con Andreotti, un primo piano del suo volto ricoperto di spilloni da agopuntura, rimanda direttamente a Pinhead di “Hellraiser” potete comprendere come l’immaginario del regista derivi da un background avulso dall’italianità.

Di questi tempi è un ulteriore merito.

4 commenti su “Il divo

  1. Niccolo'
    05/08/2008

    Non c’entra un cazzo, eh, ma hai visto questo? Perche’ secondo me sghignazzi di qui a Pasqua 2016.

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  2. Lenny Nero
    05/08/2008

    @Niccolò:

    immensi!!!

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  3. dummeJunge
    07/08/2008

    Di Sorrentino a me era piaciuto solo “L’uomo in più”, film molto Ital(ian)o: calcio, neomelodica, gnocca e coca, un film solido e molto onesto.
    Andando avanti ha fatto film sempre più ambiziosi e brutti. Ed anche il paraculo “Amico di famiglia” è 100 volte meglio di questa immonda vaccata che esalta Andreotti come icona-pop. Non c’è niente di fine, mi sembra un film volgarone, infarcito di rimandi inutili (le scritte sono troppe ed illeggibili). Orami per rappresentare il potere e le sue maschere (già rappresentate in mille modi) ci vuole uno stile e una fantasia che questo regista non ha.

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  4. Lenny Nero
    07/08/2008

    @dj:

    ovviamente io e i giurati di Cannes abbiamo un’opinione completamente opposta.
    Staro’ invecchiando (anche se nella giuria erano presenti i giovani Sean Penn, come presidente, e Alfonso Cuaron e Natalie Portman).
    Secondo me pure “Le conseguenze dell’amore” è un film bellissimo e che svecchia parecchio il basso livello estetico dei film italiani di oggi.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/08/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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