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Peace is for pussies

L’incubo di Joanna Mills (The return)

Ci sono film che sfuggono alla mia comprensione quanto l’apprezzamento che alcuni critici (che in quest’occasione non nomino per rispetto dato che normalmente li considero punti di riferimento) riservano a prodotti talmente confusionari, inconsistenti, pretenziosi che persino i produttori, una volta che hanno realizzato dove hanno buttato via i propri soldi, tentano di rivendere nel mercato più bistrattato, quello dell’horror.

Il solito insulto, l’ennesimo affronto per un pubblico che meriterebbe più rispetto se non fosse che opere dozzinali e di bassa lega ormai vanno per la maggiore.

Il problema è che “L’incubo di Joanna Mills” non è un film horror, e non basta aver creato un manifesto sanguinolento per farci anche credere che siamo noi che non apprezziamo l’autorialità sopraffina di un orrore più psicologico che non fisico, in particolare quando il da me poco sopportato Shyamalan viene tra le righe citato, quando non scorre una sola stilla di sangue neanche a spremere la testa della straordinariamente incapace protagonista (Buffyna Gellar), quando la sovrapposizione di piani temporali e stili registici tanto differenti da denunciare l’assenza totale di un concept artistico di base diventa irritante e si attende almeno un riscatto finale con un colpo di teatro che risollevi le sorti del canovaccio.

Ed invece ti ritrovi con un’ora e mezza perduta che avresti potuto trascorrere più proficuamente calcolando il tempo di resistenza del tuo gatto di pelouche nel microonde o giocando a freccette con un’action figure di Buffy.

Joanna è una ragazza borderline, cutter e psicotica, tormentata da ricordi confusi dell’infanzia ed apparizioni improvvise di una certa Annie in ogni possibile superficie riflettente.

Recatasi nel natio Texas per motivi di lavoro affronterà trascorsi violenti rimossi, un trauma, altra paccottiglia freudiana, ma soprattutto comprenderà l’evento soprannaturale avvenuto molti anni prima.

Il film procede per accumulo, lentamente, senza reale tensione, cercando inutilmente di farti saltare sulla sedia con zoomate improvvise, folate di vento e cheap-thrills di varia natura.

La sequenza logica degli eventi è inesistente, le ellissi sono la regola e non aiuta l’imperscrutabile espressione della monolitica Gellar, che pur pallida e corvina più che una ragazza disturbata sembra solo una disadattata bisognosa di compagnia maschile.

Il problema è che “L’incubo di Joanna Mills” è tutto incentrato su di lei.

La fotografia desaturata, gli ambienti rurali o industriali, rendono l’atmosfera persino deprimente, più che suggestiva, ed un minimo di accortezza ed attenzione a dettagli quasi urlati (ad iniziare dal titolo originale) vi fanno intuire il mistero alla base delle vicende già a metà film.

Il problema è che la storia suscita un interesse infimo: non è accattivante, non è terrificante, tutto si fonda su un dramma di violenza con una spruzzata di spiritismo del quale ve ne può importare men che nulla.

Inoltre il regista Asif Kapadia (ma a tratti sembra che diverse mani abbiano lavorato al film) non sa evidentemente su quali territori condurre la storia che forse avrebbe trovato una sua dignità se fosse stata privata del tutto di pseudo-momenti di paura (a dir poco banali).

Così si passa dal melodramma familiare, appesantito da una colonna sonora da piagnisteo, al mistery soprannaturale al thriller di bassa lega, senza che tutta l’operazione trovi una sua coesione finale, senza che la trama ci racconti qualcosa di nuovo, soprendente, o anche solo intrigante.

Se l’enigma del film dovevano essere le cause delle visioni di Joanna allora avrebbero dovuto premere su quel tasto in sede di sceneggiatura, elaborare una storia che non fosse talmente minimale da risultare offensiva, ed assumere un regista che conoscesse meglio i territori del surreale e dell’inconscio, invece di essersi formato un background visivo sui film da cestone al supermercato.

Per una volta le critiche massacranti unanimi avevano assolutamente ragione e la critica alternativa cede il passo.

Il comune denominatore deve essere assiomaticamente Sarah Michelle Gellar.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/08/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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