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Peace is for pussies

Otis

“Otis” è una delle horror-comedy più spassose e brillanti degli ultimi anni.

Negli ultimi anni ci siamo divertiti con “Shawn of the dead/L’alba dei morti dementi” e “Fido”, che schernivano gli zombie-movie, o con “The cottage” , il migliore dei remake non dichiarati di “Non aprite quella porta”.

Era l’ora che qualcuno, in un’ottica sarcastica e con toni decisamente sopra le righe, seppellisse di risate il genere torture-porn, che tanto ci ha ammorbato da “Saw” ed “Hostel” con tutti i loro cloni ancora più dementi e pop degli originali (eh sì, ormai dopo Guantanamo e Abu-Grahib la tortura è stata sdoganata ed è diventata pop; i media riescono a desensibilizzarci su qualsiasi turpe argomento).

Otis è un disgustoso e lardoso pizza-boy con il vizio di rapire giovani ragazze per intrappolarle in una stanza delle torture in cui la vera tortura non è tenerle incatenate o sottoporle a scariche elettriche o farle a pezzi, ma costringerle a vivere le sue fantasie da americano frustrato: si veste come un quaterback, costringe la vittima di turno ad inneggiare a lui come una cheerleader, a fingere di essere una coppietta felice guardando film in una saletta cinematografica privata (dove nani da giardino sono il pubblico) o baciandosi in un’automobile mentre sulla parete posteriore scorrono le immagini di strade percorse a tutta velocità.

I problemi per Otis, una vittima della mitologia degli american idols, iniziano quando sequestra Riley, apparentemente bionda e stupida, che si rivela al contrario scaltra e determinata a non finire nel tritacarne.

E la famiglia disfunzionale che l’ha allevata non è da meno nel gareggiare con le nevrosi di Otis.

Se il divertimento e la gustosa satira sociologica non fossero sufficienti a giustificare la visione di un film, curatissimo sotto ogni aspetto, si aggiungono ad essi virate improvvise nella violenza che colpiscono tanto più duro quanto più sono inaspettate.

Peculiarità di Otis è il ritrarre in modo efficace moltissimi aspetti dell’America attuale, anche se alcuni momenti cinici che vedono protagonisti i media illustrano una morbosità ed una superficialità di questi ultimi, rispetto agli episodi di cronaca nera, che ormai è malattia pandemica ovunque.

Mentre la giornalista truccata come una modella parla con toni sguaiati di pedofilia e serial-killer che imprigionano e torturano, scorrono le notizie su vere torture da parte dei militari o la guerra come se fossero episodi marginali e di poca importanza, non degne di infinite chiacchere.

I personaggi sono caricaturali ed esagerati, ad iniziare dall’agente del F.B.I. più attento all’acconciatura in televisione e a declamare sciocchezze (<Qual è la differenza fra lei e le persone cui da la caccia?><Io preferisco usare il preservativo>) che a seguire le indagini in modo serio, nonostante faccia smontare la casa dei genitori di Riley per installare sofisticatissime apparecchiature elettroniche.

Riley si libererà da sola senza l’aiuto di questi narcisi e dopo la fuga la sua famigliola, decisamente borderline, deciderà di attuare un piano di contrappasso dantesco senza scrupoli, anzi, con grandissimo gusto per la vendetta in pura logica far-west, annullandosi così ogni differenza tra l’americano medio e quell’idiota americano di Otis (la cui fine è di un’idiozia a dir poco sublime!).

Perchè arrangiarsi da soli? <Ti dico solo due parole: O. J.!>.

E privi di fiducia nella giustizia ufficiale la sacra famiglia decide di punire i colpevoli seguendo i propri metodi.

Forse qualcuno ricorda la scena clou di “Lady Vendetta” in cui i famigliari delle vittime si vendicano a turno dell’aguzzino dei propri figli.

Park Chan-Wook, cattolico, ci mostrava quanto fosse doloroso il processo di redenzione o di superamento del male e quanto fosse inutile la vendetta, per quanto estrema.

In “Otis” prevale la logica di Bush, non c’è rimorso, ci sono solo dei nuovi cowboy incazzati e molto uniti che per altro cominciano le loro gesta massacrando la persona sbagliata!

Se da un punto di vista tecnico il film è davvero ineccepibile (l’horror-comedy in genere ha stile da vendere!), la vera forza dell’operazione risiede in un cast superlativo per performance che riesce a far ridere persino alla battuta più stupida.

Per certi versi“Otis” sembra la proiezione distorta di 24 ore di televisione, con un immaginario debitore anche nelle scenografie o nella colonna sonora dei momenti più mefitici degli anni ’80 e ’90 (e viene persino usata la superinflazionata “Don’t fear the reaper” che ormai sentiamo ogni 2 film horror su tre).

E’ una specie di specchio deformante della società di oggi, tra persone che parlano di omicidi in chiesa, pornografia televisa ed ignoranza diffusa.

Un modo intelligente per ridere di noi stessi quando forse dovremmo compiangerci.

Altri dettagli nella recensione di Elvezio Sciallis.

Un commento su “Otis

  1. Daniele Aprile
    05/04/2009

    Bellissimo!
    Che altro aggiungere alla tua recensione? Nulla🙂

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 14/08/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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