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Peace is for pussies

Diario di uno scandalo

Per chi come il sottoscritto, scettico verso storie che vedono protagoniste delle donne (non per misoginia, ma perchè spesso i film con target femminile provocano coma diabetico o piacciono solo alle dramaqueen), ha perso questa eccellente pellicola, l’invito è a recuperarla quanto prima.

Tratta dall’omonimo libro di Zoe Heller, narra della relazione scandalosa tra l’insegnante d’arte di un istituto della periferia inglese, Sheba, ed un suo studente di 15 anni.

Sheba è affascinante, di una bellezza eterea, ha un atteggiamento naturalmente ingenuo e quasi candido, ma cova dentro di sè un buco nero che evidentemente è più grande di quanto lei stessa se ne renda conto: sposata ad un suo insegnante universitario molto più maturo, madre di due figli di cui uno affetto da Sindrome di Down, frustrata nelle sue ambizioni artistiche, tormentata dai ricordi di una famiglia oppressiva e molto insicura sulle sue capacità di insegnamento, ritrova una fonte di vitalità in un giovane scapestrato, Steven, che si rivela abile disegnatore e le chiede lezioni private.

Steven, seppur in modo infantilmente irruento, tenterà di sedurre Sheba che cederà dando inizio ad una serie di incontri sessuali.

Una volta che la tresca peccaminosa viene scoperta dall’arcigna docente Barbara, quest’ultima ne approfitta per avvicinarsi a Sheba ed esercitare su di lei una subdola forma di controllo, le cui intenzioni vanno forse oltre il semplice desiderio di sentirsi meno sola di una donna anziana che nasconde qualche vicissitudine privata pruriginosa ed un ossessivo bisogno di un’amica speciale.

Il titolo si riferisce all’abitudine di Barbara di redigere un diario su cui annotare minuziosi dettagli sulla sua vita quotidiana, desideri inconfessabili e commenti quasi sempre sarcastici a carico di chiunque, persino della stessa Sheba; ma l’occasione di poterla ricattare le offre nuove prospettive che si riveleranno disastrose per entrambe.

Sceneggiatura solida, mai un calo di ritmo, una storia compattata in 90 minuti emotivamente intensi e che offre spunti provocatori che lasciano poco spazio alle lacrime (in fondo nessuno è innocente, tanto meno la giovane preda della protagonista) e molto alla riflessione.

A rendere inoltre la visione coinvolgente contribuiscono in gran parte le prove attoriali di una fragile ed immatura Cate Blanchett e di una morbosa e machiavellica Judi Dench, entrambe vincitrici del Golden Globe e nominate all’Oscar.

Philip Glass ha curato la colonna sonora ottenendo anch’egli la nomination all’Oscar; per quanto in genere le sue soundtrack siano ridondanti ed onnipresenti, in quest’occasione, come già per “The hours”, i temi musicali solo in poche occasioni rischiano di soverchiare le immagini, legano perfettamente le sequenze e contribuiscono ad una sensazione di fluidità narrativa che rendono godibilissimo un dramma potenzialmente noioso; inserisce inoltre alcuni passaggi che riescono a descrivere perfettamente uno stato generalizzato di tormentata ambiguità.

Da questa storia, infatti, nessuno ne esce pulito ed in fondo il vero manipolato, il vero oggetto del desiderio di tutti, non è lo studente, ma Sheba, tanto superficiale e sciocca, quanto persa in se stessa.

Steven è solo un piccolo ignorantello arrapato, innocente nel suo desiderio meramente sessuale, ma nello stesso tempo già abile nel toccare le corde del desiderio di Shiba.

Barbara è una solitaria incattivita che sa sfoggiare i modi più melliflui per soddisfare il suo lesbismo represso (la scena finale, di sottile, ma invadente avvicinamento ad un’altra prescelta è esemplare), così come non esita, sentendosi tradita, a svelare la relazione segreta ad un collega innamorato di Sheba, venendone lei stessa travolta dalle sue azioni (giuste dal punto di vista della morale comune, ma ipocrite e torbide nei loro reali intenti vendicativi).

Quando, infine, lo scandalo esplode, Sheba diverrà l’oggetto di interesse conteso dalla stampa, in un vero e prorpio assalto mediatico che la condurrà ad un momento di regressione e follia in una splendida scena di quelle che le dive sognano di recitare almeno una volta nella vita e in cui la Blanchett da veramente tutta se stessa in un’esplosione isterica e violenta, circondata dai nuovi avvoltoi e dalla sua carnefice tradita.

Per non parlare delle inevitabili reazioni rabbiose delle famiglie dei due amanti.

“Diario di uno scandalo” è essenzialmente un film sul desiderio, con diversi momenti anche abbastanza audaci visto il tema trattato (vedere un’angelica Cate Blanchett che si inginocchia davanti al ragazzo ha un effetto disturbante), quel desiderio erotico, che può essere più o meno espresso, più o meno esplicito, che riesce a colmare, quando soddisfatto, i vuoti interiori originati da vite alla deriva o insoddisfacenti, una droga così potente da portare alla compulsione, all’autoindulgenza e alla perdita di ogni lucidità.

Il bisogno di sentirsi amati, toccati, uniti a qualcuno, ancora vitali, può generare paradossalmente dei disastri irreparabili.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/09/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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