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Peace is for pussies

Dante 01

Dante01 è il nome di un centro psichiatrico spaziale in cui sono rinchiusi e studiati delinquenti e derelitti dai nomi di origine mitologica o storica.

La loro esistenza viene sconvolta dall’arrivo di una psichiatra, convinta di poter curare le psicosi con l’applicazione di nanotecnologie alla genetica (bisognerebbe trapanarsi le orecchie per non ascoltare alcune bestialità scientifiche), e di un misterioso detenuto, privo di parola e soprannominato San Giorgio come il santo che porta tatuato su un braccio.

Diretto da Marc Caro, abbandonato al suo destino dal partner cinematografico Jeunet già dai tempi di “Delicatessen”, questo film delude, e più scorre più il tedio ed il fastidio aumentano, sia per le potenzialità narrative che non ci si è minimamente sforzati di sviluppare sia per una messa in scena mediocre, povera, mal gestita, e ripetitiva fino alla nausea.

E l’attraversamento di spaziali gironi infernali (anche se il pluricitato Inferno non si capisce mai in che cosa e dove si palesi) dovrebbe pure essere il primo capitolo di una trilogia, la quale non si sa bene quale sorprese dovrebbe riservare visto che i 75 minuti di questo episodio risultano involuti e fini a se stessi.

Anche se gli attori si sforzano di conferire un’anima ai vari San Giorgio (uno sprecato Lambert Wilson costretto solo a sudare e pronunciare amenità mistiche), Lazzaro, Buddha, Moloch, Cesare, Attila (no comment) non si riesce a cogliere nè il senso dell’operazione nè a capacitarsi del modo approssimativo e superficiale di gestire la storia.

Per non parlare dei dialoghi demenziali e con riferimenti ultraterreni a metà tra il peggior prodotto di serie B ed un sermone da prete di campagna invasato.

E quando si scade nell’escatologico d’accatto e si prova, con risultati blasfemi, a citare Kubrick e il suo “2001 – Odissea nello spazio” si viene tentati di dare al regista una pacca sulla spalla.

Tuttavia l’aspetto che più imbarazza è la costruzione al risparmio delle scene: un paio di effetti speciali (scadenti a dir poco) esibiti almeno un milione di volte, qualche scazzottata inutile, inquadrature straviste e videoclippare che tornano ogni tre minuti e che (nonostante un montaggio serrato che tenta disperatamente di salvare il salvabile) contribuiscono ulteriormente alla sensazione di un necessario copia-e-incolla di alcune sequenze visive per raggiungere una durata accettabile per un lungometraggio.

La trama procede in modo quasi criptico, senza alcun coinvolgimento emotivo (impossibile appassionarsi al destino di chiunque), e la colpa è di una sceneggiatura mal calibrata e mal costruita che si concede pure buchi colossali.

Marc Caro ci prova pure a costruire un paio di sequenze visionarie, ma non ne ha i mezzi e neanche il sufficiente talento, basando tutto su un immaginario cristologico dei più banali, generando quella sensazione sgradevole di scontatezza che affligeva già “Alien 3”, che almeno era diretto da David Fincher, e precipitando in un finale che lascia solo perplessi ed inebetiti.

Il risultato è che gli altisonanti nomi di Persefone o di Caronte suonano solo come ulteriori elementi di una pagliacciata al ribasso senza capo nè coda che non invoglia a conoscerne il seguito perchè non abbiamo neanche compreso il prologo.

Magari verremo stupiti, quien sabe.

Potete leggere anche la recensione di Elvezio Sciallis.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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