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Peace is for pussies

Calvaire

Pubblicato in Italia direttamente in DVD, nonostante i premi vinti a diversi festival e le ottime critiche ricevute, “Calvaire” , diretto da Fabrice du Welz, è un oggetto affascinante, anche sopravvalutato, ma che merita almeno una visione.

Una visione che non è esattamente facile e neanche fonte di intrattenimento: è un film disturbato e disturbante, grottesco, allucinato, che inizia come un noioso film francese per poi insinuarsi sotto pelle con sequenze raggelate, persino quando incorniciano efferatezza e brutalità.

Alla fine riceverete l’impressione di aver avuto un bad trip; non fatevi ingannare dal fatto che lo vendano come un mix tra “Psycho”, “Un tranquillo weekend da paura” e “The passion”.

“Calvaire” non è un film horror, non è un thriller, i sottotesti cristologici sono iconografici, e non dei parallelismi; potremmo definirlo una black-comedy dallo humour talmente nero che solo Jeffrey Dahmer potrebbe riderne.

Marc Stevens (Laurent Lucas, visto nell’ottimo e lynchiano “Due volte lei”) è un attore che si guadagna da vivere cantando e recitando negli ospizi.

La sua sensualità ambigua incanta le donne, ne suscita il desiderio e stimola le loro fantasie, ma quando rimarrà bloccato in un landa desolata ed il locandiere Bartel (membro di una comunità contadina e animalesca) lo soccorrerà, ospitandolo e confidandogli il dolore per la perdita della moglie Gloria, capirà che le sue arti da intrattenitore e incantatore di anime sole hanno effetti potenti anche sul suo salvatore.

Bartel si convincerà, in un improvviso scatto psicotico, che Marc in realtà sia Gloria, e l’inizio del calvario del protagonista sarà inesorabile.

La prima parte del film è lenta, piatta, costruita su inquadrature statiche e deprimenti, grazie ad una fotografia livida e desaturata, funzionale nella ripresa di boschi circondati dalla nebbia, innevati, freddi.

Quella in cui approda Marc è un’isola di desolazione, è come se precipitasse nei cuori dei suoi spettatori e ne osservasse le dinamiche, diventandone la vittima sacrificale.

Marc diventa uno schermo su cui proiettare il desiderio di compagnia, di amore, persino di sfogo sessuale, e in un mondo di soli maschi, abbandonati e dediti all’alcool e alla zoofilia, si rischia di incorrere in esiti letali.

“Calvaire” non punta allo shock gratuito, nemmeno nella sequenza di sesso orale con un vitello (inevitabilmente disgustosa) o in quella della crocefissione di Marc.

Il montaggio sempre più vorticoso, le inquadrature sbieche, i movimenti voyeuristici della telecamera e la brutalità nel gettarci in mezzo al letame psichico dei protagonisti, non lasciano modo e tempo di metabolizzare gli eventi, e se ne viene travolti, vivendo ogni scena dal punto di vista di Marc: come lui rimaniamo tramortiti, infastiditi, paralizzati e non sappiamo come reagire.

Tutto ciò che avviene è talmente privo di razionalità, talmente imprevedibile, che le emozioni si congelano e si prova lo stesso desiderio di fuga del protagonista, di porre fine a un incubo incontrollabile che assumerà la forma di un delirio collettivo.

Il film cerca proprio di seguire una logica psicotica, per cui il giudizio dello spettatore viene sospeso ed egli diventa inerme.

Un esperimento che piacerebbe molto all’Haneke di “Funny games” e pure a Polanski, a cui sembrano rimandare il travestitismo (“L’inquilino del terzo piano”) e le esplosioni isteriche di violenza (“Cul de sac”).

Le inquadrature conclusive sui boschi coperti di neve, che sembra cenere, e trafitti da un vento incessante e lugubre sintetizzano appieno il lascito emotivo del film.

4 commenti su “Calvaire

  1. riccardo
    10/11/2008

    disturbante. è dir poco.

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  2. Giapulp
    23/11/2008

    Cristo santo, ho appena visto questo film, è allucinante…
    L’ho vista come una metafora di un mondo marcio, dove non puoi fidarti di nessuno, neanche di un uomo che vuole aiutarti, e dovunque giri in un mondo così, speri nell’unica salvezza probabile, la morte

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  3. Lenny Nero
    23/11/2008

    @Giapulp:

    il film può essere letto su più livelli.
    Per esempio, la prima parte è la risposta femminile al desiderio, una risposta fatta soprattutto di infatuazione, fantasia, romanticismo, erotismo.
    La seconda è quella maschile, una reazione malata, brutale, viscerale, fallica e oggettivizzante.
    Il problema del protagonista è che non vuole essere oggetto né di un tipo di attenzione né dell’altro!

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  4. pyro
    03/07/2009

    credo che Lenny Nero abbia dato una lettura illuminante.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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