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Peace is for pussies

Pathology

Un gruppo di medici legali, giovani-ricchi-belli-brillanti, costituiscono un club di assassini dediti ad un gioco pericoloso: realizzare l’omicidio perfetto rendendo impossibile stabilirne le meccaniche persino con un esame autoptico, vantandosi (e concorrendo) tra di loro per la meticolosità e la genialità delle loro imprese.

L’arrivo di un nuovo collega, particolarmente dotato e coinvolto nei loro passatempi, creerà degli squilibri interni al gruppo provocando una vera e propria mattanza. Partorito dagli autori di “Crank” (filmaccio ipertrofico, ipercinetico, goliardico e di pessimo gusto nella messa in scena) “Pathology”, in mano ad un regista che raffredda gli eccessi degli autori stessi e punta tutto su un’atmosfera algida, ambigua, che fa da contrasto ai numerosi momenti shock ed evita il rischio del grottesco involontario, risulta essere intrigante, per quanto profondamente stolto, e si apprezza il coraggio di superare il limite del rappresentabile, soprattutto per una produzione mainstream con un cast fotogenico che ammicca al pubblico televisivo cui è noto (il protagonista è un teen-idol quale Milo Ventimiglia : “Una mamma per amica”, “Heroes” ).

Obiettivamente si tratta di un thriller che sembra ideato dall’inserviente nerd di un istituto di anatomia patologica che ammira, frustrato, i suoi superiori dediti alle autopsie e di notte si masturba davanti alle celle frigorifere.

L’incipit è una dichiarazione di intenti: i medici muovono le bocche dei morti come fossero marionette mentre recitano battute tratte da “Harry ti presento Sally”.

Il cuore del film è la miscela post-adolescenziale di bellimbusti pervertiti usciti direttamente da un libro di Easton Ellis, necrofilia, assenza di dilemmi morali, sesso sadomaso con strumenti chirurgici, lesbismo ed assunzione di crack, ed esplicite sequenze di autopsie, dileggio dei cadaveri ed omicidi in cui il gore è a tassi altissimi ed inaspettati.

Se l’impianto thriller fosse stato più solido ed elaborato, se gli sceneggiatori avessero sviluppato meglio l’assunto di base e avessero curato di più le psicologie dei personaggi, ci saremmo trovati di fronte ad una sorta di “Meno di zero” in un contesto medico-legale.

Invece ci si deve accontentare di un accumulo di gratuiti colpi bassi ed humour nero (corse con le barelle e relativa caduta dei corpi quando sbattono contro un muro; uno studente vomita dentro un cadavere quando ne espone le budella piene di feci), ed un paio di discorsi pretenziosi messi in bocca a questi affamati di morte non sono sufficienti a giustificare le dinamiche degli eventi, tanto che sembra di assistere alle gesta di un branco di pazzi che fortuitamente si sono ritrovati a svolgere lo stesso lavoro ed altrettanto fortuitamente il nuovo arrivato è uno psicotico represso.

E’ come se si partisse dalla premessa che tutti gli uomini siano assassini potenziali e che i medici forensi trascorrino sicuramente il tempo libero a progettare omicidi fantasiosi, per cui se ne discorre tranquillamente al pub e tutti con giubilo accettano di partecipare alla festa.

Il non-sense è talmente dilagante che si rinuncia a comprendere le motivazioni dei personaggi o la totale e ridicola implausibilità di alcune situazioni, giusto per far procedere la storia a spron battuto.

Per fortuna il regista sa vendere il suo prodotto: ogni aspetto tecnico è curato in modo impeccabile, sebbene artigianale e non sorprendente, il ritmo è ottimo, la fotografia è curatissima e lo stesso dicasi per gli effettacci splatter che sono il piatto forte ed almeno un paio di omicidi sono davvero di grande impatto ed ingegnosità.

Caduta pesante del film è una sequenza clamorosamente plagiata da “Vital” di Tsukamoto di cui prova a scimmiottare il romanticismo, sortendo effetti soporiferi quando si vorrebbe addirittura indurci al pianto, sia per colpa di un attore protagonista che ci mostra generosamente il fondoschiena più esaltante di ogni galassia passata e futura, ma è incapace di recitare, sia perché solo un vero artista come Tsukamoto può fondere in modo lirico morte e sentimento, mentre in questo caso siamo più intenti a tenere saldo il nostro stomaco, nonostante l’estrema drammaticità della situazione.

Superato lo svarione diabetico, comunque “Pathology” ritorna sui binari della provocazione e si avvia verso un finale illogico, ma di raffinata crudeltà e non si può che goderne (roba per veri sadici, il peggior incubo di ogni uomo).

Tirate le fila, da quegli idioti che hanno estratto fuori dal cappello “Crank” non ci si poteva certo attendere una dissertazione sulla post-moderna assenza di significato della vita rispetto agli occhi dei medici rampanti, ma solo gratuità disturbante.

Ergo, se un condensato di 90 minuti di sesso forte, cadaveri smembrati e follia è quello che intendete per svago al cinema, divertitevi (ma non raccontatelo mai ad un circolo di cinefili, questo film è un guilty pleasure).

La morale del film: tutte le dottoresse quando assumono crack davanti ad un corpo sventrato si dedicano a pratiche saffiche, eccitando i colleghi maschi; ma non lasciate in giro bisturi od aghi: potrebbero tagliarsi la lingua prima di baciarvi o trafiggervi qualunque punto in cui sia praticabile un piercing.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/10/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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