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Peace is for pussies

Eden log

Tolbiac si risveglia riverso nella melma che ricopre le pareti dei sotterranei di un gigantesco stabilimento industriale.

Non ricorda nulla della propria identità, è ridotto ad uno stato bestiale, e l’unica opzione che ha è addentrarsi in un mondo labirintico, immerso nell’oscurità, in cui è tutto meno che solo.

Un uomo intrappolato e trafitto dalle radici animate di un gigantesco albero, guardie armate e disgustose creature mutanti rappresentanto i suoi primi contatti con esseri viventi che portano con sè solo morte.

Risoluto a venire a capo di questo incubo kafkiano, più si avvicina verso la superficie, più si avvicina ad una verità terribile cui far fronte.

I cadaveri di scienziati e lavoratori sono disseminati ovunque, registrazioni video (come fossero la loro anima) proiettano filmati di un evento catastrofico e racconti incomprensibili su una società denominata Eden Log. 

E come in una Divina Commedia al contrario, la risalita e l’avvicinamento all’Eden costituirà non la salvezza, ma la fine di un mondo razzista, elitario, ultracapitalista, in cui la natura sembra aver avuto un rigurgito morale con conseguenze devastanti.

Affascinante fantahorror francese ed ottimo esempio di come con uno scarso budget, ma una precisa visione si possa creare un’atmosfera magari non originale, che tuttavia intrappola lo spettatore fino al finale grazie ad una sensazione costante di claustrofobia e minaccia.

Inoltre il plot misterioso, costruito come un puzzle, intriga, benchè non sia pienamente risolto se non su un piano quasi simbolico e per certi versi ermetico, e riesce ad avvincere nonostante la quasi totale assenza di dialoghi ed un protagonista ambiguo, violento, privo di parola.

Il piccolo miracolo avviene grazie al talento del regista Franck Vestiel (aiuto-regista in altre produzioni francesi), a soluzioni narrative brillanti, alla cura per il design gigeriano degli ambienti, per la fotografia, per gli effetti sonori ambientali e la soundtrack (opera degli inquietanti Seppuku Paradigm).

L’aspetto visuale è quello che colpisce in prima istanza lo spettatore: i colori sono praticamente assenti, se non a schizzare esplosioni di violenza; la tavolozza è un misto di bianco lattiginoso e grigi scuri, e contribuisce a far metabolizzare sin dall’inizio l’idea che tutto il mondo si sia spento.

Girato quasi interamente con telecamera a mano, ma con movimenti precisi e molto fluidi, inquadrature stranianti e suggestive, il film procede senza sosta (e senza comunque sacrificare un grammo dell’atmosfera costruita) su un doppio binario: da una parte la fuga di Tolbiac e la sua lotta per la sopravvivenza contro mostri e guardiani, dall’altra la storia viene decostruita e restituita a brandelli, con un solo momento esplicativo che viene ad essere il nodo centrale intorno a cui agganciare tutti i pezzi precedentemente ottenuti per costruire il mosaico narrativo nella sua interezza.

“Eden Log” è principalmente un’esperienza sensoriale, quasi sperimentale, in cui sono la plastica, il metallo, le urla e i lamenti i veri protagonisti.

L’uomo si è autodistrutto, diventa elemento d’arredo e le macerie che ha lasciato non sono il proscenio, ma l’attore principale.

Gli umani se non sono morti, sono mutati o prossimi a trasformarsi in mostri, compreso lo stesso Tolbiac verso cui sarà difficile simpatizzare, in particolare quando la sua mente si sforza di non cedere ad una mostruosa follia, di cui non conosce ancora l’origine: mentre immagina di far l’amore con una biologa superstite, in realtà la sta stuprando con ferocia.

Il viaggio di Tolbiac è quello di un uomo che raccoglie i pezzi di un’umanità allo sbando, sfruttatrice e disgustosa (peccato mortale rivelare lo scopo reale dell’albero), come un archivista che tenta di ricostruire una storia passata e terminate le sue ricerche non possa che trarne le più estreme conclusioni.

Un’ora e mezza di angoscia, azione e suggestioni.

2 commenti su “Eden log

  1. Giapulp
    23/12/2008

    L’ho appena visto, ma non mi ha convinto molto.
    Sicuramente complessa la storia (carina) pochi dialoghi ma la scelta di una fotografia con pochi colori e molto scura, anche se originale, mi ha dato abbastanza fastidio.
    Sono anche convito che il fastidio sia una scelta di chi ha girato il film!

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  2. Giapulp
    23/12/2008

    Non ho ben capito il finale, il protagonista come fa a dare tutta quell’energia all’albero? Può farlo solo lui?
    E come mai all’inizio non ricorda chi è?

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 13/10/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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