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Le valigie di Tulse Luper – La storia di Moab

Che Peter Greenaway sia un vuoto esteta, presumo che ormai nessuno lo metta più in dubbio.

Sperimentatore, concepisce il cinema come una vuota quanto spettacolare macchina di costruzione di immagini e simboli, di quadri viventi.

E’ impresa difficile comprendere a fondo i suoi film, conglomerati di suggestioni prettamente visive, perchè spesso non c’è nulla da comprendere.

Il significato de “Lo zoo di Venere”?

Assemblare scene ispirate al modo in cui Vermeer usa la luce in una dozzina di suoi quadri.

Altra sua caratteristica è l’enciclopedismo esasperato con cui ci getta addosso alti riferimenti bibliofili o il gusto per la provocazione sessuale sconcia, esagerata, disgustosa.

Fondalmente, quindi, innocua.

Non è un caso se tra quella manciata di suoi film irreperibili si trovi quello che ha attirato su di lui gli anatemi del Vaticano, “The baby of Macon”, un’opera sistematicamente blasfema e ultraviolenta che solo lui avrebbe potuto mettere in scena grazie al suo gusto per il grand-guignol, le scenografie barocche e le profonde conoscenze artistiche, intrise in un disprezzo per la manipolazione delle menti da parte dei preti, tramite l’iconografia, che non ha davvero pari.

Nel caso della trilogia di Tulse Luper (in Italia è disponbile la prima parte) le sofisticherie di Greenaway diventano oltremodo irritanti, ripetitive, autocompiaciute e quel che è peggio inducono a sospettare una stanchezza creativa che non giustifica la lunghezza globale dell’intero progetto.

Il film narra la storia di Tulse Luper le cui vicende si svolgono sullo sfondo dei principali avvenimenti dell’ultimo secolo, dal 1928 sino al 1989.

Catalogatore ossessivo, la sua vita avventurosa è scandita da due elementi: le prigioni in cui è stato rinchiuso da tutti i personaggi allucinati nella cui vita si è intromesso, per caso o perchè spinto dalla sua infantile curiosità, e 92 valigie in cui colleziona altrettanti oggetti per simboleggiare l’umanità, 92 come il numero atomico dell’uranio, materiale che ritorna sovente, anche se l’idea si perde per strada.

Il problema de “La storia di Moab” è che gli intriganti spunti di partenza affondano nel non-sense totale trasformando l’operazione in video-arte, in un folle flusso di incoscienza, in un gioco cinefilo genialoide privo di coinvolgimento emotivo.

Se da una parte affascina vedere Tulse (un alter ego del regista stesso come si evince da narcisistiche citazioni dei suoi stessi film) alle prese con una sfilata di carnevaleschi individui, da mormoni incestuosi e violenti a grassi nazisti che si alleano coi mormoni stessi, se la cornice visiva è sempre eccelsa, costruita in modo geometrico ed ossessivo, come un dipanarsi in movimento di secoli di storia dell’arte, dall’altra il piacere della visione è esclusivamente cerebrale.

L’esibizione di scenografie surreali à la “Dogville” di Von Trier (curiosamente dello stesso anno) e la sovrapposizione continua di effetti digitali e di sovrascritture che destrutturano le immagini rivelandone la costruzione, il montaggio parossistico, l’accumulo di voci narranti, sono tutte scelte non solo già viste nei film dello stesso Greenaway (“I racconti del cuscino”, “La tempesta”), ma che trasformano l’esperienza in un viaggio multimediale.

Non capirò l’avanguardia, se di questo si tratta, ma mi chiedo se siamo ancora in zona cinema.

Vedere scorrere sullo schermo le pagine di sceneggiatura mentre le sequenze si svolgono o vedere addirittura gli stessi personaggi che leggono la sceneggiatura su una macchina da scrivere commentandola sono intuizioni tipiche di un teorico, che tuttavia in questo caso assembla situazioni grottesche, senza un filo logico, difficilmente seguibili anche perchè si è frastornati dal costrutto estetico e il solito sfoggio di nudità di vario genere ormai sembra maniera, come una cifra stilistica che ha perso la sua carica eversiva originaria.

Se l’apparente irrazionalità ha un senso in Lynch, che traspone su schermo i meccanismi tipici del pensiero inconscio e li accompagna ad un’esperienza multisensoriale e viscerale, in Greenaway gli input si fermano sulla retina.

Intendiamoci, gli occhi sono quasi violentati, fino allo sfinimento, e il gusto di Greenway, pur mediato dai più grandi pittori, è spesso sublime e mozzafiato, quasi imbarazzante per la bellezza che genera.

All’eccelsa forma non corrisponde, però, una sostanza che se la meriti.

9 commenti su “Le valigie di Tulse Luper – La storia di Moab

  1. williamdollace
    20/10/2008

    “il cinema è morto” Peter Greenaway

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  2. Lenny Nero
    20/10/2008

    @williamdollace:

    eh, direi che ce lo sta urlando in tutti i modi.
    Francamente, ritengo che sia opinione sua.
    Forse è che lui non ha mai realizzato cinema in senso canonico e ora si è spinto completamente fuori.
    Mi verrebbe da replicare che il suo cinema è morto.
    Anzi, non è mai nato.
    Nonostante la mia ammirazione estetica per lui sia sconfinata.

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  3. williamdollace
    20/10/2008

    Eh, Una volta su un mio vecchio blog feci un post con un’immagine del film e con quella sua affermazione. Non ti dico i commenti..
    Ha una concezione di ipercinema che forse sì, non è più cinema in senso stretto o forse dico forse lo è più degli altri perchè se ne fotte completamente della trama o quasi quindi è tutto Come e poco Cosa, ovvero più Cinema, in fondo bisognerebbe capire una volta per tutte se il Cinema deve ancora raccontarci o semplicemente essere. Tra l’altro non amo molto il Cinema estremanente letterario, scritto e troppo “sceneggiatura”. Ma la questione è spinosa e controversa. Io stesso spesso mi smentisco da solo…

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  4. Lenny Nero
    20/10/2008

    @williamdollace:

    Il fatto che mi più mi lascia perplesso è la totale an-emotività del suo cinema.
    Anche Lynch se ne fotte della storia o della sua linearità o della sua plausibilità.
    Prende l’inconscio e lo sbatte sullo schermo.
    Ma è sempre molto attento alla sensorialità dell’esperienza.
    Greenaway è un esteta, è tantissimo, ma tutto qui.
    Il mio ragazzo l’ha definito un architetto dell’immagine.
    A parte questo che cos’altro ha da offrire ancora il suo cinema?
    Comunque cercherò di sforzarmi di vedere anche gli altri due episodi, chissà che non colga qualcosa che mi è sfuggito.

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  5. williamdollace
    21/10/2008

    Sono d’accordo, l’inconscio sviscerato da Lynch è un calcio nello stomaco, quello solo anelato sviscerato da Greenaway è patologicamente glaciale.

    “A parte questo che cos’altro ha da offrire ancora il suo cinema?”
    Niente, perchè il Cinema per lui è morto, è divenuto arte totale a solo servizio (probabilmente) dell’estetismo esasperato-

    Forse l’ultimo “cinema” suo è stato Il ventre dell’architetto (da vedere)

    Lo zoo di venere non mi è piaciuto.

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  6. Lenny Nero
    21/10/2008

    @williamdollace:

    io invece ho apprezzato “Lo zoo di Venere”, ma parla il mio lato necrofilo.
    Così come è fantastico “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante”.

    Non ho visto “Il ventre dell’architetto”, ma a breve provvedo.

    Il film di Greenaway che preferisco è “The baby of Macon”, per cui ho un’ammirazione sconfinata.
    Ed infatti è l’unico film con un messaggio ben preciso da veicolare.
    E con che mezzi e con che violenza!

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  7. williamdollace
    23/10/2008

    The baby of Macon mi manca!
    Hai mai visto i film di gaspar noè? Tipo solo contro tutti? credo ti piacerebbe.

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  8. Lenny Nero
    23/10/2008

    @williamdollace:

    recupera assolutamente The baby of Macon!
    Di Seul contre tous ho parlato pure qui sopra.
    E’ un film che adoro.
    Trovo il link nel menù cinema.

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  9. william dollace
    23/10/2008

    “La morale! La giustizia! pagherà per tutti! una a lui una all’altro! no no aspetta, pagherà per tutti!”

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