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Peace is for pussies

Wilderness

Un gruppetto di detenuti, violenti e stronzi come non mai, inducono al suicidio con i loro atti di bullismo uno dei loro compagni.

Il direttore del carcere li punisce deportandoli su un’isola sotto la guida di un supervisore.

Durante la loro detenzione panoramica scopriranno che con loro vi sono un altro gruppo analogo, composto solo da donne, ed un misterioso assassino che ha deciso di massacrarli tutti, uno per uno, armato di frecce, coltelli, benzina, trappole mortali ed un piccolo esercito di pastori tedeschi voraci ed ammaestrati come macchine da guerra.

Premesso che è un film di genere, e come tale va giudicato, “Wilderness” si presenta come uno slasher energico, duro e puro, senza fronzoli, con un plot abbastanza scriteriato, ma funzionale, un ritmo incalzante che non lascia un attimo di tregua, disseminato di diversi momenti shock che rendono gongolanti gli amanti del gore che applaudiranno almeno ad una sequenza clou, un gioiello di ferocia.

Per cui abbandonate per una sera ogni pretesa cinefila, sedetevi comodi per un’ora e mezza e preparate i pop-corn, stando attenti a non vomitarci dentro se siete anime sensibili e mutilazioni e sventramenti da parte di bestiole affamate vi procurano qualche problema.

Sgombrando il campo da ogni equivoco, “Wilderness” non è certo un bel film, ma è decisamente coinvolgente e non annoia un solo secondo.

I difetti principali sono una sceneggiatura di grana grossa, con un twist finale sull’identità dell’assassino decisamente scontato, e un paio di sporadiche cadute di stile, assolutamente perdonabili visto che il film si propone come uno slasher per certi versi old style, ma diretto con polso e con ottimi momenti di regia.

Il prologo iniziale di ben dieci minuti introduce i personaggi, stereotipati come è d’uopo (il naziskin psicopatico, il beota a lui succube, la vittima lacrimosa ed effeminata, il nuovo arrivato di cui non si sa nulla), ma ben caratterizzati, e nel corso del film ci si lascia pure spazio al sovvertimento di alcune dinamiche psicologiche.

Una volta approdati sull’isola, in un’atmosfera che sembra un incrocio tra “Battle Royale” e un reality à la Survivors, inizia il massacro, metodico, senza scampo, fino all’ultimo minuto.

Al regista non importa nè giocare intorno all’identità della nemesi nè preoccuparsi di personaggi che scompaiono e riappaiono all’improvviso, ma messi in campo un buon manipolo di attori esibisce tutto il suo talento nella gestione dei tempi, nelle inquadrature e nei movimenti di camera per inchiodarci alla sedia e sbatterci in faccia una cospicua dose di ultraviolenza.

Le riprese degli inseguimenti canini sono adrenaliniche, la colonna sonora incalzante svolge il suo ruolo, e cattiveria e panico generale la fanno da padroni: ci si sente intrappolati in mezzo a quei boschi con i protagonisti, la morte arriva inaspettata e si sa che cova dentro l’angolo, e la follia di persone già di per sè disturbate dilaga in momenti in stile “Il signore dell mosche”.

“Wilderness”  è tutto qui: adrenalina e violenza.

Il pregio è che la confezione è un bel pugno nello stomaco e si trattiene il respiro per buonissima parte della sua durata.

Gli amanti dello splatter, inoltre, avranno di che gioire con almeno un paio di scene, compiaciute, godute, dirette con abilità.

La sequenza della morte della guida dei detenuti viene orchestrata come una cerimonia sacrificale: inchiodato ad un albero dalle frecce, i cani gli corrono incontro, si accucciano a semicerchio e lo fissano, pronti a ricevere il segnale d’attacco.

E dopo aver osservato la scena dall’alto, in un crescendo di tensione, seguirà lo scempio di una persona da parte di mascelle senza pietà e non ci verrà risparmiato un solo dettaglio, tra cui alcuni ripresi in disgustose soggettive.

“Wilderness”  cerca di porre lo spettatore al centro del delirio e nel suo scopo, meramente ludico e pornografico, ci riesce benissimo.

Un pregevole passatempo.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/10/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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