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Peace is for pussies

Midnight Meat Train

Un fotografo dalle ambizioni frustrate, Leon, si immerge nella notte della sua città per scoprire soggetti interessanti.

Una notte assiste al tentativo di rapina sui binari della metropolitana a danno di una ragazza, la quale verrà dichiarata scomparsa nei giorni successivi.

Nel frattempo un serial-killer macellaio, probabilmente non del tutto umano, compie scorribande sanguinolente sui treni notturni della metro (cadaveri appesi a mucchi e nessuno se ne accorge) ed il protagonista ed il mostro ben presto si incontreranno; e ciò non è casuale, dato che una minaccia antica e bestiale incombe sugli umani e Leon è la pedina di progetti che neanche può immaginare.

“Midnight meat train” avrebbe potuto sorprenderci: un racconto di Clive Barker come fonte, lo stesso Barker tra i produttori, un giapponese dedito agli action-movie alla regia (per quanto il plurinominato “Versus” sia trash allo stato puro, ma vanti un nutrito gruppo di estimatori), una storia con molte possibilità di sviluppo narrativo, tra mondi paralleli ed echi lovecraftiani.

I problemi del film sono talmente tanti ed evidenti che il gusto nella visione sta nello chiedersi come sia possibile che quattro produttori, due case produttrici di effetti speciali e mille altri nomi in elenco abbiano potuto partorire questo baraccone che, se escludiamo una sequenza di macellazione umana, si porta nei territori dello slapstick, più che dello splatter.

Complice un cast decisamente incompetente ed adatto ad un film comico.

Su IMDB ha una media di voto intorno al sette e non me lo spiego; mi spiego molto più facilmente come mai gli incassi siano stati prossimi allo zero.

Il regista si concentra sul look hi-tech degli ambienti, muove la telecamera senza sosta, dirige bene le scene di massacro ed il tono surreale e sopra-le-righe per una mezz’ora regge, grazie anche alla generosità nello spargere sangue, giusto per tenerci svegli, dato che il problema principale del film è la sceneggiatura.

Barker non è il migliore dei narratori, e ogni volta che si dovrebbe occupare di uno script ispirato alla sua opera, che sia per un fumetto o un film, sembra pure fregarsene.

Il risultato è un pasticcio allucinante in cui si assiste alla più sgraziata evoluzione psicologica di un personaggio che si sia mai vista (da nerd ad assassino manipolato da creature antiche, senza che le fasi di transizione siano vagamente comprensibili) e ad una risoluzione finale concentrata negli ultimi dieci minuti ed assolutamente non in linea con le atmosfere fino ad allora create e con un allestimento da recita scolastica di fine anno.

Se la visione si salva grazie ad un certo dinamismo, l’irritazione cresce progressivamente per colpa di una coppia di attori che si dovrebbero vergognare.

Se Bradley Cooper di “Nip’n’Tuck” riesce ad essere convincente come psicotico quanto Winnie the Pooh, Vinnie Jones si scorda di non essere in un film demenziale di Guy Ritchie e più che generare terrore sembra una montagna di idiozia, e quando sforza i muscoli facciali in un ghigno ti torna in mente Leslie Nielsen.

Le sue pose rigide nell’attesa delle vittime che dovrebbero far da contrasto alle sue sfuriate a suon di martello e ganci alla fine risultano macchiettistiche.

Inoltre, non so se sia voluto o meno, le scene efferate in un paio di momenti sono di impatto e ottime, ma ripeto, in un paio di momenti.

Il sangue digitale color amarena che si spande come chewing-gum fuso o gli occhi che schizzano fuori dalle orbite con lo stesso impatto visivo di uno scherzo di plastica per Halloween risultano non tanto grotteschi, quanto semplicemente ridicoli.

Kitamura si impegna, inquadra volteggiando, ruota l’obiettivo come un caleidoscopio, imita persino alcune sequenze alla De Palma, ma il problema è l’oggetto delle riprese.

Gli attori comprimari, tra cui una rediviva Brooke Shields, sono quasi più credibili dei protagonisti; il digitale sovrabbondante e sovraesposto; la musica indecisa tra l’essere inutile o il martellarci le orecchie.

E il twist finale gettato nel fango di un menefreghismo generale e senza un allaccio ad elementi precedentemente visti e con un’inquadratura finale davvero camp.

Dato per scontato che di una storia tanto sfilacciata non sia importato a nessuno in sede di scrittura, su quali altri elementi pensavano di suscitare l’apprezzamento del pubblico?

Sul boombastic style di Kitamura?

Se volete considerarla come una horror-comedy, probabilmente dotata di una strepitosa ironia che a me sfugge (il killer non si sporca mai il vestito ed è sempre impeccabile anche dopo aver attraversato budella e schizzi di sangue), potrebbe anche piacervi; se invece cercate brividi e sangue realistico, passate oltre.

Vi segnalo anche la recensione di Elvezio Sciallis.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/10/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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