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Peace is for pussies

Death Race

In un futuro non troppo lontano la società precipiterà in una situazione simile a quella degli inizi della rivoluzione industriale o dell’era Thatcher (praticamente identiche): tutto è in mano alle corporazioni, gli operai vengono pestati dai poliziotti e sono vessati da condizioni di lavoro insostenibili, i licenziamenti sono prassi e persino le prigioni sono dirette da ricconi senza scrupoli che organizzano una corsa automobilistica in cui lo scopo è sopravvivere per guadagnarsi la libertà (a scapito della vita altrui).

Un uomo viene incastrato per uxoricidio e condotto nella prigione di Terminal dove gli verrà proposto di sostituire Frankenstein, eroe di questa gara mortale deceduto durante una sua impresa; se risulterà vincitore verrà rilasciato.

“Death race” , ispirato al quasi omonimo film del 1975, è esattamente quello che uno si aspetta, nè più nè meno, ma d’altronde dal creatore della serie filmica “Resident Evil” non ci si poteva che attendere un film con un plot grezzo e prevedibile quanto mai, reso ancora più inutile da trovate degne di un qualunque videoclip  hip-hop americano in cui compaiano belle figliole discinte e da una recitazione che definire pessima ed imbarazzante implica una generosa dose di accondiscendenza.

Il problema, se così vogliamo definirlo, è che ad Anderson (purtroppo, perchè se continua così la nomea di peggior regista di Hollywood se la porterà nella tomba) importava solo di mettere in scena ultra-machistiche corse in automobili e violenza gratuita (molto meno di quello che lasciavano trasparire recensioni evidentemente scritte da qualche puro di cuore).

E bisogna dargli atto che quando i motori rombano, ed il massacro inizia, lo spettacolo, fracassone, assordante, sanguigno più che sanguinolento (ma rassicuratevi, i momenti splatterosi non mancano), funziona, e viene voglia di saltare sul sedile con Jason Statham e scaricare missili e mitragliatrici su qualunque avversario.

Un divertimento assolutamente adolescenziale.

Strutturato in tre livelli e con sorprese lungo la corsa degne di un platform-game (e con una citazione evidente di uno dei videogiochi più controversi, quanto divertenti, “Manhunt” ), “Death race”  si distingue per le immense scenografie post-industriali, decadenti, e per l’uso non evidente degli effetti speciali.

Praticamente l’esatto contrario di “Speed Racer”.

E’ un film in cui i veri protagonisti non sono gli uomini, ma vetture rivestite di strati di acciaio impenetrabile, dotate di armi da fuoco, camion blindati sormontati da cecchini impazziti ed equipaggiati con immensi lanciafiamme, lame rotanti e altri marchingegni.

Usando un paragone blasfemo, è come se “Interceptor” o “Mad Max” fossero stati riscritti da Ballard ai tempi di “Crash”.

Se“Death race” fosse costituito solo dalle scene di inseguimento, sarebbe quasi perfetto come prodotto ludico: il ritmo è incessante, il montaggio millimetrico, le corse complesse, ma mai confuse.

E’ un divertimento sporco, non ci sono i sofisticati movimenti di telecamera di “Matrix Reloaded” con cui si entrava ed usciva dalle automobili, tutto è metallo arrugginito, sangue e testosterone che si scontra con altro testosterone.

Non mancano i dettagli disgustosi, quali persone che bruciano vive, schiacciate da presse, tritate, maciullate da un’automobile che arriva a tutta velocità (5 secondi shock da standing ovation, per quanto vedere un corpo esplodere in mille pezzi in quel modo sia inverosimile) inseriti in un contesto in cui la fanno da padrone le esplosioni e i ribaltamenti in grande stile.

Ci sono almeno un paio di sequenze davvero ottime, tra cui quella in cui due vetture si affrontano testa-testa, mentre una procede in retromarcia, mitragliandosi con ferocia.

Sorprendentemente per uno come Anderson il riferimento è un film di Corman e siamo nei territori di un cinema in apparenza privo di effetti speciali come nel caso di “Ronin” (le cui scene a quattro ruote, per quel che mi riguarda, rimangono tra le migliori in assoluto mai realizzate).

Quello che rende “Death race” l’ennesimo film trash della cinematografia di Anderson è il non curare minimamente il casting (tacciamo della trama che diventa solo sottotrama a corredo).

La direttrice della prigione sembra Heather Locklear appena svegliata e in astinenza da botulino; la copilota di Statham ha lo stesso ruolo vaginale di Megan Fox in “Transformers” mentre il Jason internazionale, quello che vorrebbero venderci come nuovo Bruce Willis (che almeno sa dare un minimo di umanità ai suoi personaggi ed oltre a grugnire riesce persino ad accennare un accattivante ghigno ed in “Armageddon” piangeva pure, forse per la recitazione di Ben Affleck) è semplicemente monolitico, persino in situazioni drammatiche.

Quando si risveglia accanto alla moglie accoltellata l’espressione fa trasparire un pensiero del tipo: “Poco male!”.

Statham si presenta iperpalestrato e ipervirile, tanto da suscitare fantasie anche in chi le avesse ormai sopite, ma non potrebbe più dignitosamente dedicarsi al porno?

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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