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Peace is for pussies

Six feet under

six-feet-under-s5-dvd3Brillante, intensa, emozionante, terrificante, provocatoria.

Si potrebbero sprecare milioni di aggettivi e tutti positivi per quella che è in assoluto una delle migliori, e persino più premiate, serie televisive degli ultimi anni.

Creata da Alan Ball, attualmente alla prova del nove con il nuovo “True Blood”, una volta superato l’impatto con la meccanicità mortuaria della prima serie, ed entrati in empatia con i protagonisti, si resta coinvolti in un turbinio di vicende spesso esasperate, ed esasperanti, che racchiudono in un piccolo mondo tutti i temi universali di cui l’uomo ha sempre scritto affrontandoli in modo sorprendente.

Di ambizione “Six feet under” se ne è fatta portatrice in gran misura, e l’obiettivo è stato raggiunto in pieno, senza mai perdere di ritmo e pathos, senza perdere di vista personaggi e prendendosi tutto il tempo necessario per sviluppare le storie, cesellandole nei dettagli e conducendole verso uno dei più bei finali mai realizzati, che non solo non delude e non lascia possibili spiragli di continuità, ma sdogana definitivamente il tema della morte in televisione, senza taboo, senza pudori, analizzata sotto tutte le possibili e molteplici prospettive.

Sia ben chiaro che l’evidente autorialità di “Six feet under” , le indiscutibili qualità tecniche, alcuni dialoghi da affiggersi sopra il letto e il cast da applausi non consentono di parlare di cinema per il piccolo schermo.

Non ci è riuscito completamente David Lynch, non avrebbe potuto riuscirci di certo qualche altro genio comparso all’improvviso.

Tuttavia le peculiarità delle serie televisive (dilatazione dei tempi, ore a disposizione per far crescere i personaggi ed evidenziarne ogni sfumatura di personalità, una struttura di base che ritorna ciclicamente, la possibilità di inserire nuove trame e sottotrame senza generare un fastidioso senso di accumulo ed incomprensibilità) sono anche il punto di forza di “Six feet under”, che le sfrutta appieno per creare tra spettatori e personaggi un legame emotivo di rara profondità, acquistando un grado di umanità che spesso è deficitaria in altre serie blasonate che sono essenzialmente fonte di divertimento più fisico o cerebrale (ad esempio, credo che i lost-maniaci siano molti, io in primis, ma penso anche che nessuno abbia versato una lacrima per la strage alla fine della quarta serie, mentre sfido chiunque a non sentirsi andare in pezzi con la conclusione di “Six feet under” ).

La morte è il tema conduttore di tutta la serie: la morte come fine, con gli strascichi di dolore o di deriva psicotica che ne possono derivare, come opposto di riferimento per mettere in luce ciò che della propria vita vale, se mai è valsa qualcosa.

Grazie alle storie della famiglia che gestisce l’impresa funebre Fisher, attraversiamo tutti gli stadi della perdita definitiva così come quelli della risalita.

In “Six feet under”  si assiste all’inizio di ogni episodio ad un decesso, per un totale di decine di possibilità che trasmettono l’inafferrabilità del senso della morte, che eppure è lì, ineluttabile.

E si passa dal dramma allo humour nero con disinvoltura, abbandonando ogni moralismo, in una rappresentazione nuda e cruda della morte e del post-mortem attraverso la raccapricciante attività di ricostruzione dei cadaveri.

Inoltre è continuo il dialogo fra i trapassati e i vivi: sono loro la coscienza di chi è rimasto, una voce disincantata, spesso feroce, quasi luciferina (Nathaniel), con cui discorrere, litigare, confrontarsi, da cui sentirsi redarguire senza pietà.

L’aldilà porta con sè uno stato di illuminazione che non è la pace interiore, ma solo fredda obiettività.

In “Six feet under”  non esistono Paradiso e Inferno, ma solo un mondo parallelo ed egualitario in cui finalmente si accetta ogni aspetto dell’esistenza umana, a dispetto dei tentennamenti dei vivi.

Altro tema ricorrente è quello della fede, in ogni sua variazione e in ogni vissuto, a volte sbeffeggiata e sbugiardata, a volte rispettata quando fonte di forza, anche se illusoria.

Inoltre si prendono di petto i temi della politica (in particolare nei duri attacchi a G. W. Bush in un paio di eccezionali monologhi di Patricia Clarkson, un’attrice poco sfruttata, ma superlativa, e di Lauren Ambrose) e della sessualità.

E in un classico connubio di eros e thanatos, da una parte la coppia Brenda (Rachel Griffiths) e Nate (Peter Krause, visto di recente in “Dirty sexy money”) dall’altra la coppia Keith (Mathew St. Patrick) e David (Michael C. Hall, diventato definitivamente celebre grazie a “Dexter” ) consentono di esplorare ogni lato delle rispettive dimensioni etero ed omosessuale.

L’omosessualità è un argomento che evidentemente sta a cuore a Ball; non ne nasconde i lati più deteriori, prodotti da una società repressiva, non rappresenta i gay come persone simpatiche, intelligenti e creative, ma più facilmente come comuni cittadini tendenti all’isterismo, culturalmente stereotipati, noiosi, sessuomani, anche reazionari o profondamente ipocriti e non lesina colpi bassi alla categoria.

Non si cerca in alcun modo di accattivarsi facilmente lo spettatore, i protagonisti compiono a volte gesti deprecabili, ma è proprio il loro essere assolutamente imperfetti che li rende credibili.

Non fanno eccezione, quindi, i gay, con tutte le loro problematiche e strambe dinamiche di coppia, anche se l’ondivago duo David-Keith approderà addirittura alla decisione di adottare due bambini e di sposarsi, dopo burrascose liti, scopate occasionali esplicitamente rappresentate, fasi di coppia aperta.

Ora sapete perchè la serie viene trasmessa a notte fonda.

Eppure quello che si ricorda non sono i lati morbosi delle loro vicende, ma i loro dialoghi sfacciati e diretti, l’esternazione chiara dei loro sentimenti e non c’è niente di più destabilizzante per la morale comune che raffigurare due omosessuali non come due bestie pervertite in calore, ma come due persone che si amano e lottano per rendere stabile la loro relazione.

Decisamente peggio, invece, va per gli eterosessuali, praticamente un fallimento sentimentale dopo l’altro; ma tra di essi spiccano la figura complesissima ed affascinante di Brenda, del fratello incestuoso Billy (un bravo e sexy Jeremy Sisto, in un ruolo altrettanto ostico) e della madre schizogenica Margareth, interpretata da una rediviva Joanna Cassidy che ogni volta che compare in scena sovrasta tutti con la sua presenza e le sue battute al vetriolo.

Come se non bastasse un cast fisso di innato talento, e costituito in buona parte da semisconosciuti, compaiono pure la già citata Clarkson, Kathy Bates (anche regista di due episodi della prima serie) e Lily Taylor, in un ruolo tanto insopportabile, quanto chiave per lo svolgersi degli eventi.

“Six feet under”  è una sorpresa continua: ora è una frase, ora un’espressione, ora un colpo di scena, ora un’allucinazione ad occhi aperti (e qualcuna è memorabile per inventiva!) o un’esplosione di violenza o di amore, ma ogni puntata è l’ennesimo tassello di un progetto che alza il tiro ad ogni serie senza scadere mai in una banale ripetizione e senza mai cedere a soluzioni facili.

E’ come salire su montagne russe che percorrono le aree di un parco a tema e da cui si vede fluire tutta la propria vita fino a quando saturi di ogni tipo di emozione crolliamo versa una liberatoria uscita di scena.

Vi farà discutere, vi farà riflettere, vi lascerà sicuramente scossi.

8 commenti su “Six feet under

  1. lucretia
    13/11/2008

    finalmente ho trovato qualcuno che ha amato questa serie quanto me. non posso che essere d’accordo su tutto… ma proprio tutto!

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  2. hayleystark
    13/11/2008

    Quando hai recensito Dirt citando brevemente Six Feet Under mi è venuto il sospetto che il gioiellino di Alan Ball non fosse tra le tue corde. E visto che il tuo blog è una specie di tempio del cinismo e del sarcasmo che non risparmia niente e nessuno (e che nei momenti di più nera disperazione mi strappa quattro risate e mi riporta impietosamente alla realtà) mi sarebbe dispiaciuto non trovare nulla (nel bene o nel male) su una serie per cui ho sviluppato un serio complesso di immedesimazione. Non so, come se ti venisse voglia di mollare sogni e aspirazioni e metterti a imbalsamare cadaveri sperando di diventare un becchino esilarante quanto il vecchio Fisher. Mah. Eccezionale.

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  3. Lenny Nero
    13/11/2008

    @harleystark:

    il fatto è che all’epoca SFU era ancora in corso di visione e volevo scrivere alcuni commenti sparsi solo dopo aver vissuto-valutato il progetto nella sua interezza.
    E sono contento di averlo fatto, perchè la serie cresce di puntata in puntata, sempre in meglio, fino al botto degli ultimi episodi.
    Ti dico solo che ho visto la quarta e la quinta serie in qualsiasi ritaglio di tempo in circa una settimana!
    Per me non parlerei di immedesimazione, non mi riconosco in quasi nessuno dei personaggi (forse Brenda per certi versi. O sua madre! Io diventerò sicuramente così…spero che wordpress autocensuri questa frase…), nemmeno in David e Keith, troppo americani e reazionari per certi versi, troppo soggetti alla gay-life-style per buona parte del tempo (in fatto di questioni di coppia sono molto all’antica, ma non sono nemmeno uno con fisse religiose come David o un tipo che sembra uscito dal ghetto come Keith); d’altronde loro assomigliano al gay-medio molto più di me!
    Più che altro parlerei di empatia, si arriva ad una comprensione tale delle psiche dei personaggi che si viene travolti dai loro pensieri ed emozioni.
    Oddio, se proprio c’è uno che mi assomiglia per humour quello è Nathaniel Fisher…

    Ci sono altre serie che sto vedendo, ma ne aspetto la conclusione (per esempio, non penserai che non sia un lost-maniaco di quelli a dir poco psicopatici?).

    P.S.Tempio del cinismo e del sarcasmo? Wow, ma che impressione do agli altri?
    Ti assicuro che sono una persona con una visione del mondo tutta a fiori e cerbiatti in amore…

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  4. hayleystark
    13/11/2008

    Come no, in effetti era proprio quella la prima impressione.
    Già, cinismo e sarcasmo: ancora rido fino alle lacrime ripensando alla recensione di Brokeback Mountain.
    Tra l’altro credo che, dal punto di vista lessicale, parlare di “tempio” non sia il modo migliore per dimostrare apprezzamento per questo luogo, considerando un certo ateismo (assolutamente corrisposto) che qui regna sovrano.

    Bè, se non fossi un lost-maniaco mi preoccuperei, è quel genere di serie che ti fa capire quanto psicopatici possano essere certi sceneggiatori, anche se alla fine Six Feet Under resta il prodotto migliore da piccolo schermo che abbia visto fino ad ora. Purtroppo la mia scrupolosa collezione di cofanetti si è interrotta al terzo, ma le vie di emule sono infinite e in effetti è una serie che crea dipendenza, con la quarta e la quinta stagione ho avuto problemi pure io a non rintanarmi in casa a guardarne dieci episodi al giorno fino all’esaurimento nervoso.

    Mi sono espressa male con il termine “immedesimazione” cercando di dire che avrei tanto voluto diventare la figlia adottiva dei Fisher. Almeno avrei avuto l’assoluta certezza di vivere in una casa di pazzi disfunzionali.

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  5. Lenny Nero
    13/11/2008

    @harleystark:

    ateismo è un termine che non mi piace.
    Inizia con un’alfa privativa e come ripeto sempre il Signore non è il mio pastore e non manco di nulla.
    Sono gli altri che hanno qualcosa in più, un po’ come nella Sindrome di Down.

    Parafrasando un amico del mio ragazzo, Brokeback Mountain consiste in due ore di pecore per due minuti di pecorina. Non c’è nient’altro.

    Tutte le famiglie sono disfunzionali, andrebbero abolite come sosteneva Platone, sono a favore dell’ “orfanaggio” precoce, ma che il culo dei bambini non venga affidato ai preti!

    Per Lost temo solo un finale che si appoggi a storie già sentite e viste (Atlantide?), ma visto il poster che gira per la quinta serie credo che avrà risvolti più fantascientifici o addirittura metafisici e preferisco.

    Comunque sia, praticamente considero la mia vita interrotta finchè non inizierà la quinta serie!

    Se muoio prima prendo a calci il Reggente dell’Universo finchè non mi rimanda giù per almeno un paio di anni.

    O magari E-mule lo hanno pure all’Inferno…

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  6. hayleystark
    13/11/2008

    Si spera di sì. Non ci sarebbe un granchè da fare per il resto dell’eternità, altrimenti.

    Bè, potresti doverti far rimandare giù per più di un paio d’anni visto l’andazzo. Ci sono così tante questioni irrisolte in Lost che potrebbe fare la fine di E.R. e continuare finchè morte non ci separi. Già la pazzia di Hugo aveva tranquillamente distrutto qualsiasi barlume di realismo, ma dopo l’isola che sparisce nell’Oceano ogni cosa è possibile. Restando in linea con le tue ultime righe, chi vivrà vedrà.

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  7. Matthew Hopkins Jr.
    14/11/2008

    «Il matrimonio e il peccato commesso sulla donna è in sostanza la più grave deviazione dall’umanesimo, il completo isolamento della coppia da tutti (resta ben poco per tutti gli altri). La famiglia è una legge di natura, ma tuttavia essa rappresenta anche una condizione anormale ed egoistica – nel senso più pieno della parola – giacché per mezzo di questa legge naturale l’uomo realizza la propria evoluzione (e cioè mediante l’alternarsi delle generazioni) e attinge lo scopo. Ma allo stesso tempo l’uomo, sempre in forza della legge naturale e dell’ideale definitivo costituito dal suo scopo, deve continuamente negare la famiglia»

    F.M.Dostoevskij

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  8. Lenny Nero
    16/11/2008

    @MHJ:

    bellissima citazione! L’ho postata sul tumblr. 😉

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Questa voce è stata pubblicata il 12/11/2008 da in Flussi di incoscienza con tag , .

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