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Peace is for pussies

La spina del diavolo

spinaUscito nelle sale nel 2001 e (si narra) realizzazione di un progetto inseguito da Guillermo del Toro per ben 16 anni, è considerato il primo e quasi misconosciuto capitolo della trilogia sulla guerra civile spagnola che è proseguito con “Il labirinto del fauno” e che si concluderà prima o poi con un terzo episodio ambientato nel dopoguerra.

Del Toro, di cui tutti riconoscono il talento visionario, è tutt’ora un regista ingabbiato nelle maglie dei blockbuster che lo relegano a narrare storie spesso di scarso spessore (anche se almeno da un punto di vista iconografico persino in “Hellboy II” è riuscito a lasciare a briglie sciolte la sua fantasia).

Mi auguro che dopo il prevedibile successo di “Lo Hobbit” finalmente gli si conceda totale controllo sulla materia e soprattutto i finanziamenti necessari per realizzare quei film che continua ad accantonare, tra cui “At the mountain of madness”.

Lungo il suo percorso cinematografico, comunque, ha già disseminato opere libere, personali, autoriali, pienamente soddisfacenti nonostante il basso budget ed un esempio di alto livello è sicuramente “La spina del diavolo”.

Nel 1939 Carlos viene lasciato in custodia presso un orfanotrofio, lontano dalla città e circondato da una distesa di terra arida, in cui sono ospitati diversi altri bambini figli di combattenti.

A proteggerli sono deputati due tutori, Carmen (un’emozionante Marisa Paredes, mutilata nel corpo, ma con un animo da vera resistente) ed il dottor Casares (un intenso Federico Luppi, segretamente innamorato di Carmen), Jacinto (il sexy ed inquietante Eduardo Noriega, che forse qualcuno ricorda in “Tesis”  di Amenabar) e Conchita, promessa sposa di quest’ultimo.

L’istituto è diretto come se fosse una scuola, protetto dall’atmosfera di morte della guerra, con lezioni regolari ed un rapporto quasi genitoriale con gli insegnanti, e fino a nuove regole priva di crocifissi e statue votive: un vero luogo laico di cultura, salvezza e assenza di indottrinamento.

Unico totem pienamente umano una bomba inesplosa caduta dal cielo durante un’incursione aerea, conficcatasi nel terreno e ticchettante; i bambini si avvicinano ad essa, l’accarezzano, la ascoltano, è come se scandisse il conto alla rovescia prima di una catasfrofe.

Solo i bambini percepiscono la presenza del fantasma di un ragazzino scomparso proprio la notte in cui apparve la bomba ed il segreto celato dall’ectoplasma è anche il tragico simbolo di quell’impossibilità di resistere al male in un contesto di guerra, evento che scatena violenze e degenerazioni.

Vi sono alcuni temi ricorrenti anche ne “Il labirinto del fauno” quali la centralità dei bambini come speranza per il futuro, in quanto ancora innocenti, l’acquisizione di una consapevolezza sulla realtà entrando in contatto con la brutalità degli adulti e l’ingresso del soprannaturale, sotto forma di fantasmi o superstizioni, decisamente più affascinanti della religione ufficiale.

Il titolo si riferisce ai feti affetti da spina bifida custoditi dal dottor Casares.

Secondo una credenza popolare, il liquido in cui sono immersi se bevuto è una cura per l’impotenza; dall’altra parte la spina è il marchio diabolico posto su un bambino che non avrebbe mai dovuto nascere, un infante la cui corruzione è iniziata troppo precocemente.

E’ anche il simbolo di quelle piccole superstizioni a cui le persone si aggrappano per accettare le disgrazie o per lenirle, rifiutandosi di accettarle come meri eventi patologici e non vedendo il midollo malato che si agita dentro di loro, meno visibile, ma altrettanto pericoloso.

Fotografato splendidamente, rimane in testa il forte contrasto tra le scene diurne, soleggiate, calde, quasi rassicuranti prima del dramma conclusivo, intriso di un’atmosfera di attesa da resa dei conti finali come in un film western, e le scene notturne, quando l’orfanotrofio si trasforma in un luogo spettrale ed il fantasma appare per guidare i bambini verso la scoperta di un delitto nascosto.

La rappresentazione del fantasma è piena di suggestione: dal volto emaciato e putrefatto, si muove come se fosse immerso nell’acqua ed un rivolo di sangue fluttua liquido nell’aria, più evocativo di mille parole perchè per quel sangue richiede un’adeguata ricompensa.

Non si tratta di un film horror, nonostante vi sia spazio anche per delitti e dettagli macabri, ma soprattutto di un film di crescita personale che dato il periodo storico non può che portare alla necessità di ribellarsi alla morte con la morte.

E quando l’istituto diverrà un luogo di massacro, perso l’alvo materno i bambini, come quelli protagonisti de “Il signore delle mosche”, non potranno che armarsi e difendersi, sebbene animati da quei principi di giustizia che i loro tutori hanno trasmesso loro con la propria umanità.

Aiutato anche da un cast eccezionale, Del Toro si rivela un abile delineatore di personaggi, mai monolitici, ricchi di sfumature e interrelazioni complesse, e a volte inaspettate, ed il rapporto tra i bambini e gli adulti, più utopico ed idealizzato che realistico, è davvero toccante.

E’ un film da recuperare, per fortuna ora facilmente reperibile, in quanto racconta sul tema della guerra (pur non assistendovi mai) molto più che altri film fracassoni e spettacolari.

Così come ne “Il labirinto del fauno” Del Toro non solo sviluppa una cornice visiva che si impressiona sulla retina, ma si concentra soprattutto sull’animo umano, perchè è lì dentro che si svolge la vera battaglia.

Vi segnalo un’ottima recensione su Horror Magazine.

“Che cos’è un fantasma? Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito. Forse solo un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo. Come una fotografia sfocata. Come un insetto intrappolato nell’ambra”

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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