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Il nascondiglio

ilnascondiglioCome è noto, Pupi Avati ormai eoni fa diresse due dei migliori film horror mai realizzati, “La casa dalle finestre che ridono” e “Zeder”, ed in particolare il primo è tutt’ora considerato vero oggetto di culto.

Se non l’avete mai visto, non stupitevi se durante la sequenza finale sentirete salire i brividi durante un twist finale diretto e montato magistralmente che vi farà comprendere che i tanto decantati finali à la “Saw” sono pura grezzeria hollywoodiana.

 

Dopo aver diretto una serie interminabile di film a sfondo familiare, su cui non esprimo giudizi perché non hanno mai destato minimamente il mio interesse, interrotta solo da eccezioni quali “L’arcano incantatore” od il misticheggiante “Magnificat” (controverso, discusso e con una shoccante scena di pena capitale tramite smembramento pubblico), Avati si prende una vacanza dai melodrammi e accontentando i nostalgici realizza un film che non rimarrà negli annali, dato che è la ricercata riesumazione di uno stile narrativo ormai superato, ma che nonostante l’operazione revival intrattiene più del previsto e fa anche rimpiangere una qualità sempre più rara nei film di genere: lo stile.

 

Il problema non è certo che “Il nascondiglio” non sia elegante e meticolosamente curato, ma sembra di tornare indietro nel tempo di diversi decenni, quando Lucio Fulci e Dario Argento erano i Maestri dell’horror non solo italiano.

 

L’impressione che se ne ricava è quella di un film artificioso, costruito a tavolino, ingessato nelle sue intenzioni di partenza e che risulta piuttosto stereotipato e pieno di luoghi comuni per chi l’horror moderno l’abbia visto nascere e crescere.

 

Il lato positivo è che essendo Pupi Avati un ottimo regista ed un altrettanto abile sceneggiatore non si può negare che non riesca ad intrigarci per tutta la durata del film, molto denso, senza un accenno di calo di ritmo, ricercato nei movimenti di camera, nel montaggio serrato, nell’ottima fotografia spettrale e volutamente datata come le ambientazioni (la Snakehouse ricorda altre maledette case americane viste nei film del già citato Fulci, ma non solo).

 

Una lode va alla cura dei dialoghi e degli snodi narrativi, adottando le giuste ellissi, senza che vi siano sbavature ed imperdonabili buchi di sceneggiatura, tutto in funzione di un’angoscia che pervade lo spettatore, anche se non riesce mai davvero a gettarlo nel panico.

 

Nel complesso si potrebbe considerare “Il nascondiglio” come un classico diretto da uno che di classici ne ha realizzati e quindi si riappropria di un genere troppo spesso sputtanato (anche da chi ha contribuito a crearlo), raccontando una storia estremamente dolorosa di donne del passato e del presente ingannate e tradite dai loro compagni e che si sono ribellate pagandone il prezzo con la follia (anche se il parallelo fra le donne delle due epoche è palese, ma labile, in virtù dell’enorme differenza del torto subito).

 

Il carattere autoriale del film, nonostante la storia old-school, non lo degrada a film di serie B, ma lo mantiene al livello di ottimo esempio di film di genere.

 

Inoltre Avati non si fa intimidire né dalle esplosioni di violenza efferata né da epifanie mostruose, che risulteranno umane, terribilmente umane.

 

Temevo la performance di Laura Morante, indubbiamente ottima attrice, se non fosse che troppo spesso i registi le richiedono di esibirsi in scene che più che tragiche risultano tragicomiche e me l’hanno sempre resa insopportabile.

Finalmente ha trovato un regista che la controlla, la guida e l’attrice rende appieno la personalità complessa, fragile e disturbata della protagonista, senza eccedere in pianti disperati o in urla di terrore e reggendo su se stessa l’intero film (anche se qualche appunto per la dizione me lo riservo).

 

A completare il cast anche i cammei di Treat Williams e Giovanni Lombardo Radice.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 30/11/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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