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Peace is for pussies

Zodiac

zodiacIn attesa di vedere sugli schermi “Il curioso caso di Benjamin Button”, film di lunghezza epica (per questo travagliato da discussioni con i produttori) e, a detta di chi ha già potuto vederlo, di notevole qualità visiva, ma freddo, può valere la pena ricordare a che punto eravamo rimasti con la cinematografia di David Fincher, regista che si è imposto sulla scena internazionale nell’arco di pochissimo tempo, grazie soprattutto all’exploit al botteghino di “Seven”.

 

Personalmente ritengo Fincher un talentuoso tecnico della celluloide che ha una certa difficoltà nell’appassionare davvero gli spettatori, così attento com’è all’impostazione formale delle scene, ma raramente preoccupato (o in grado?) di riuscire a passare dall’asetticità di uno storyboard al flusso emozionale del grande schermo, scadendo ormai nel ruolo pur dignitoso di illustratore, dato che gli manca ancora un vero scarto di qualità; oltretutto il suo stile inizia a diventare autoreferenziale e non più innovativo.

 

“Seven” ha quasi creato un genere e sdoganato certe valenze estetiche estremamente dark, può persino essere considerato l’antesignano del torture-porn moderno (un sottogenere già soffocato dalla sua stessa programmaticità) per la sua impostazione prettamente voyeuristica, morbosa, dai dettagli esibiti a puro scopo di shock moralistico (aspetto che mi aveva reso assolutamente insopportabile il film, pur inginocchiandomi di fronte alla fotografia di Darius Khondji e all’impatto di certe immagini).

 

Inoltre è stato uno dei primi film mainstream in cui si offriva alle masse un livello di orrore ormai perso nella memoria (pensate alla punizione per l’avidità o a quella devastante per la lussuria, che riuscirebbe a far raggelare chiunque).

 

Qualcuno iniziò ad etichettarlo come regista destrorso; io stesso sospettai, ironicamente, che il film fosse stato finanziato dall’Opus Dei, ma Fincher se ne è fregato le mani e ha scatenato un putiferio con quello che rimane tutt’ora il suo capolavoro, “Fight Club”, con cui rimanendo fedele al testo di Palahniuk (non avrebbe potuto reperire materiale più provocatorio) riesce a realizzare non un film, ma una bomba lanciata sulle generazioni moderne, salvato essenzialmente dalla forza delle parole originali a cui ha regalato una cornice strepitosa.

 

I risvolti anti-consumisti, l’omofilia palese e lo squadrismo dei protagonisti resero “Fight Club” un punto di riferimento per gli estremisti sia di destra sia di sinistra.

 

In seguito Fincher, descritto anche dagli attori come un  maniaco-ossessivo emulo di Kubrick, continua ad esibirsi in digressioni tecno-paranoiche, ma spesso si ferma alla superficie (per quanto luccicante).

 

Fino ad arrivare a “Zodiac”, dove modera, purtroppo, la volontà di stordire occhi ed udito, come a voler compiacere i critici più scettici e conservatori e vendersi come autore maturo.

 

In realtà, a causa di una storia che alla lunga diventa farraginosa e di un ritmo a singhiozzo, non sorretto da una tensione quasi completamente assente, Fincher dirige per certi versi uno dei migliori polizieschi mai visti, per di più incentrato su uno dei casi investigativi più famosi ed intricati, ma non riesce né ad appassionarci né a spaventarci.

 

E qualche scelta infelice di cast non ha certo giovato.

 

Basato su una sceneggiatura monolitica e certosina, con alcune crepe in prossimità del finale, tratta direttamente dai libri del vignettista Robert Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal, avrebbe potuto essere uno dei migliori thriller di sempre, ma tutto si limita ad una messa in scena molto pulita, sobria, geometrica, che nei rarissimi momenti di suspense opta per soluzioni pure visivamente frettolose oppure già usate da Fincher stesso.

 

A ravvivare un film altrimenti freddo un cast eccezionale, dal camaleontico Mark Ruffalo, che dopo essere stato etichettato come il nuovo Marlon Brando dopo “In the cut” ha deciso di accettare sistematicamente solo ruoli che distruggessero quella nomea, all’istrionico Robert Downey Jr., che tra una clinica di disintossicazione e l’altra è riuscito spesso a bucare lo schermo, specie quando ha potuto folleggiare (vedi “America Oggi” o “Assassini nati” ).

 

Purtroppo un ruolo preminente lo assume via via che la storia procede Jake Gyllenhaal, per il quale ho un’adorazione erotoestetica dogmatica, ma è troppo spesso incolore, ingabbiato in ruoli semiautistici e in smorfie da cartone animato, come se non lo avessero avvisato che le riprese di “Donnie Darko” sono finite da un pezzo (in “Jarhead” era perfetto: un ruolo muto per un disadattato depressivo).

 

Nel complesso il film si regge grazie allo script e alla complessità della storia, che giustifica le quasi tre ore di lunghezza, anche se è imperdonabile l’anticlimax finale solo per dare in pasto agli spettatori una soluzione, precipitando in pochi minuti dal film che vorrebbe essere autoriale al rincorrere i desideri del pubblico, sottovalutandone l’intelligenza e sottraendo all’indagine proprio il suo mistero, il suo centro di attrazione, cioè il fatto che l’identità di Zodiac rimane tutt’ora indiziaria.

 

Sembra quasi che Fincher abbia voluto privare di ogni possibile fascinazione il killer, un individuo che si nutriva di notorietà, attribuendosi anche omicidi non commessi da lui, trasformandolo nel più becero degli stereotipi da cronaca nera, tanto che sembra di rivedere Pietro Pacciani.

 

Il risultato è paradossale: un cavernicolo zoppo e cerebroleso che prende il suo nome da una marca di orologi, racconta ad un amico tutti i suoi progetti distruttivi, rivela alla domestica di uno dei suoi perseguitati la data di nascita, usa un sistema di codifica dei messaggi troppo complesso per il suo Q.I. (e di cui un decerebrato vignettista trova la chiave), che ha scritto in fronte “sono un nerd ammazza-coppiette” è sfuggito alla polizia solo perché non hanno dato retta all’unico che poteva riconoscere un idiota: un altro idiota.

 

Che ovviamente poi ci ha scritto su due libri e si è garantito la pensione, mentre i poliziotti impegnati sul caso hanno avuto vite più modeste.

 

Il problema è che Fincher è privo di ironia, si scade nell’umorismo involontario e non rimane neanche un retrogusto amaro per un tale misfatto investigativo che ha lasciato una lunga scia di sangue.

 

Si intravede pure la possibilità di una riflessione sui media, sui circoli viziosi di ingigantimento dell’ego del killer creati da stampa e televisione, ma tutto rimane stranamente sullo sfondo così come è di pura cornice il contesto storico: basta qualche canzone d’annata per dipingere un affresco d’epoca?

 

Se volete vedere come si realizza un film sulla storia di un serial killer perfettamente inserita in un grande quadro sociologico, agghiacciante, divertente, tecnicamente e visivamente strepitoso guardate “Summer of Sam” di Spike Lee.

 

Fincher avrebbe dovuto peccare meno di presunzione e prendere ispirazione da chi aveva già avuto la stessa idea.

 

 

 

 

3 commenti su “Zodiac

  1. igor.st
    09/12/2008

    bella forza, in jarhead era a torso nudo! a mark ruffalo lo fanno sempre recitare o con bambini o nudo o con gli occhiali, personalmente trovo che riesca bene in tutti e tre i casi.

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  2. Lenny Nero
    11/12/2008

    E perchè quando compare vestito solo del berretto da Babbo Natale e un perizoma rosso? Mark Ruffalo “viene” bene sempre, anche se il ruolo da bel tenebroso l’ha avuto solo nel pessimo “In the cut”.

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  3. folagra
    05/06/2009

    non condivido.
    Ma capisco che puo piacere a pochi perchè è un film volutamente freddo privo di retorica e dei classici cliché dei film di (questo) genere che a volte rendono i film dei grandi classici a volte invece boiate pazzesche.
    Fincher fa un film assai piu’ provocatotio dello stracult pop fight club. prova a rivederlo in quest’ottica.
    Non credo che nelle intenzioni ci sia stato di fare un affresco dell’epoca, ne di fare una riflessione sui media, per me il cinema nn è un trattato di sociologia o una tesi di laurea. Per me è stato il film dell’anno.Ma ognuno poi la vede come vuole:
    Ciao (ps: bel blog)

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Questa voce è stata pubblicata il 04/12/2008 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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