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Il ritorno del maestro di danza – H. Mankell

irdmddIn una casa isolata fra le foreste svedesi Herbert Molin, poliziotto in pensione, viene torturato e massacrato nel cuore della notte.

Stefan Lindman, ispettore, venuto di recente a conoscenza di essere affetto da un cancro, per sfuggire ai fantasmi della malattia e di una relazione che non è in grado di gestire, si reca sul luogo del delitto e rimane coinvolto inaspettatamente nelle indagini.

Quando scoprirà che Molin era un ex-nazista e che in Svezia giace sopito il sogno hitleriano deciderà di fermarsi anche a rischio della propria vita.

Mankell è uno scrittore noto per il suo impegno sociale, acclamato dal pubblico e che ha ricevuto per questo romanzo il premio per il miglior giallo europeo.

Come se non bastasse, è in arrivo la terza trasposizione cinematografica tratta da “Il ritorno del maestro di danza”.

Per me tutto ciò è un mistero incomprensibile, anche sforzandomi di relegare il testo nella categoria “lettura per il grande pubblico”.

E’ raro che al giorno d’oggi un thriller o un romanzo giallo assurga di diritto ad essere considerato letteratura e non solo passatempo morboso; in fondo si pretende solo di trascorrere qualche ora immersi in misteri, adrenalina, atmosfere suggestive e nella migliore delle ipotesi di essere presi dalla frenesia di arrivare alla conclusione per farci sorprendere dal finale.

“Il ritorno del maestro di danza” è un testo così prolisso, noioso e dalla trama talmente lineare che l’ho letto nell’arco di alcuni mesi nei momenti di più totale accidia (per fortuna sono stato ricompensato con l’ultimo romanzo di Chattam: stessa lunghezza, due giorni di lettura).

Esclusa a priori l’ipotesi “scrittura alta”, non riesco a comprendere come un lettore scafato di romanzi gialli possa appassionarsi a un tomo di 500 pagine di cui almeno 300 sono puro flatus vocis.

Evitando a priori qualsiasi tipo di rivelazione (anche perchè c’è davvero ben poco da rivelare), l’aspetto che mi è risultato più insopportabile è il fatto di voler usare la trama per lanciare messaggi allarmistici sul neonazismo, in modo superficiale e che paradossalmente risulta forzato e poco convinto, e di aver creato per Lindman lo status di uomo tormentato e malinconico a causa della malattia.

Se non fosse che la patologia di Lindman o i suoi drammi amorosi sono fatti assolutamente estemporanei alla trama principale e non destano alcun interesse, soprattutto quando ogni 20 pagine circa dobbiamo sopportare lamenti e riflessioni sulla morte imminente indegni persino di un poliziotto di provincia.

Comprendo il tentativo di captatio benevolentiae che l’autore ha voluto esercitare per il suo nuovo eroe, dopo aver concluso la serie di Wallander, ma è assolutamente fastidioso, reiterato fino all’inverosimile e diventa un impedimento al ritmo delle vicende, che procedono a singhiozzo (indagine-piagnisteo-indagine-piagnisteo).

Come se non fosse sufficiente, i poliziotti svedesi sono un agglomerato imbarazzante, per loro stessa ammissione, di persone semplici ed ingenue, per cui non riescono a stare dietro ai ragionamenti di Lindman e con questa scusa le stesse deduzioni ci vengono propinate di continuo, come se Mankell avesse timore che perdessimo il filo.

Questo timore è tanto più evidenziato da una storia che scorre senza intoppi, senza particolari di scena, solo per accumulo, verso un finale che quando risolleva il tasso di azione crolla nella più facile delle soluzioni.

I nazisti sono talmente stereotipati o attempati che appaiono solo come vecchi dementi e i due giovani nazisti con ruoli secondari sono parodistici.

La scrittura di Mankell è pedante, pignola, sottolinea ogni singolo gesto, ogni pensiero, in modo piatto e cronachistico, ma non riesce neppure a dipingere un’adeguata atmosfera che vada oltre al connubio foresta-neve (se non fosse per i nomi delle città, i protagonisti potrebbero aggirarsi anche in Siberia).

Se avesse eliminato completamente i monologhi interiori di Lindman (la cui personalità non viene tratteggiata in modo completo, dato che ci si concentra solo sulla sua malattia) e avesse reso davvero temibili i nazisti, Mankell avrebbe avuto tra le mani una trama dignitosa e utile per un onesto intrattenimento giallo.

Invece ha preferito aggiungere, senza riuscirci, umanità e pathos sacrificando le promesse contenute nel forte incipit.

Forse ha inventato un nuovo genere, il melogiallo, ma è come assistere a un film interrotto dalla pubblicità: in quei momenti si cambia canale.

2 commenti su “Il ritorno del maestro di danza – H. Mankell

  1. Michele
    08/11/2011

    Ti proponi come lettore di gialli ma mi chiedo che gialli hai letto. Non credo certo quelli di Simenon o Manuel Vasquez Montalban o anche del nostro Camilleri. Ma forse sei abituato ai Thriller americani come sembrerebbe dalle tue stesse parole: “…in fondo si pretende solo di trascorrere qualche ora immersi in misteri, adrenalina, atmosfere suggestive…”
    Bene sappi che letteratura gialla è molto di più e non solo questo che, a mio parere, non è nemmeno la parte migliore.
    Buona lettura.
    Michele

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  2. Pingback: La fatica di prendere appunti per lavoro /7 – Appunti come modus operandi | Mainograz

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Questa voce è stata pubblicata il 27/01/2009 da in Flussi di incoscienza con tag , , .

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