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Peace is for pussies

Tokyo zombie

tokyo_zombieDa vent’anni la cinematografia giapponese è una delle poche che sia riuscita a produrre serie e provocatorie riflessioni sulla propria cultura di origine, tenendo un piede nel presente per allungare l’altro nel futuro e nell’innovazione, grazie a sperimentazioni coraggiose (Shinja Tsukamoto, un artista in continua evoluzione che ha diretto un capolavoro dopo l’altro a partire dal seminale “Tetsuo”), contaminazioni spericolate e ricerca del limite estremo della rappresentabilità ( Takashi Miike, un geniale e prolifico camaleonte che andrebbe persino arginato), satira sociale (emblematici i film “Battle Royale”, “Suicide Club”,”Naked blood”), esistenzialismo d’autore (Kiyoshi Kurosawa, di cui non sono mai troppo consigliati “Kairo” e “Cure”), ridefinizioni dei canoni di un genere (Takashi Shimizu, Hideo Nakata).

 

Negli ultimi tempi questa spinta creativa, forse anche per la scarsa esportabilità dei film giapponesi all’estero, al di là dei circuiti festivalieri, o al massimo sotto forma di remake di quelli di più infimo livello, si sta disperdendo in opere in cui la portata della critica ad un sistema politico umanamente disgregante e deleterio per le nuove generazioni è soffocata da un’ironia forzata e stanca (che da l’impressione di derivare dalla rassegnazione) o da un eccesso slapstick, e autoreferenziale rispetto all’immaginario dei manga per adolescenti, di ineguagliabile ferocia splatter, talmente grottesca che è impossibile prendere sul serio i sottotesti sociologici, che annegano senza vergogna nel mare magnum della pornografia horror orientale mentre viene sottratto al sangue ogni valenza sovversiva per diventare solo ridicolo e disgustoso.

 

Fagocitati dal cinema che l’ha preceduta solo gli aspetti più superficiali o estetici, l’ondata di film recenti invece di rappresentare uno sguardo su prospettive artistiche che noi sonnecchianti occidentali consideriamo ancora d’avanguardia e irraggiungibili (con un gap di qualche lustro!) cede al passo ad emuli in acido di Ryuhei Kitamura, colui che con “Versus” ha stabilito la nuova cifra stilistica del Sol Levante, per poi far danni all’estero, o a un macchiettismo che fa il verso all’occidente, ma ha ben poco da comunicare.

 

Il primo esempio, che vi cito in questo post, è quello di “Tokyo Zombie”, che forte anche della presenza di Tadanobu Asano, e diretto dal regista che si è occupato della promozione in Giappone di “Kill Bill”, ha trovato distribuzione ovunque (eccetto che in Italia, ma per una volta non piangiamo).

 

Mitsuo e Fujio, due operai con la passione del Ju-jitsu, lavorano all’ombra del Fuji Nero, una montagna di rifiuti nutrita anche dai cadaveri di cui si son liberati assassini di ogni genere (insegnanti pedofili, coppie scontente di una suocera and so on).

Proprio mentre i due cercano di liberarsi del corpo del proprio datore di lavoro, ucciso durante l’ennesima lite, i morti si risvegliano e, nel solco della più classica delle tradizioni, sono molto affamati.

La fuga è l’unica soluzione fino a che un balzo temporale di cinque anni ci condurrà in una nuova Tokyo in cui i ricchi alloggiano in una grande piramide di vetro mentre zombie e poveri svolgono il ruolo di schiavi e Fujio vive lottando in un’arena contro gli zombie per la gioia di ricche ed annoiate signore.

 

“Tokyo Zombie” pretende di essere una commedia, malinconicamente satirica.

Il problema è che media le metafore sui conflitti sociali direttamente dal già stantio “Land of the dead” di George Romero, dilatando in modo inverosimile una trama sufficiente per un cortometraggio.

Privo di qualsiasi provocazione politica che non sia già stata rappresentata, resterebbero a salvarlo battute e gag, ma quest’ultime sono spesso risibili e infantili.

Non aspettatevi neanche momenti di gioioso sbudellamento, se escludiamo un paio di sequenze.

Il modello visivo di riferimento è quello dei manga e degli anime, dichiarato addirittura in una sequenza animata di intermezzo (visivamente splendida).

Superata l’ottima mezz’ora iniziale, surreale, visionaria, con un ottimo uso del digitale, violenza e tensione sono edulcorate, la noia impera, ci si perde in dialoghi che persino i protagonisti di “Aspettando Godot” avrebbero considerato assurdi e l’unico sforzo del regista è quello di ricreare, grazie a colori, costumi, inquadrature, un’atmosfera da fumetto vivente.

Il problema è che il ritmo latita pesantemente e la sceneggiatura è scarnissima.

Attraversato da un senso diffuso di disperazione e voglia di fuggire da un paese che non offre nessuna opportunità di realizzare i propri sogni, il film procede lento e a singhiozzo accumulando banalità e situazioni grottesche per candidarsi a cult per i fan del demenziale e del weirdo.

La ricercatezza e la coerenza visiva creano una cornice che è l’unico elemento offerto da un film debole, che non riesce né a farsi beffe del genere zombie (meglio riprendersi il più goffo, ma più divertente “L’alba dei morti dementi”) né ad affrontare problemi peculiari del proprio paese, che con tanti altri film passati abbiamo imparato a conoscere in ogni sfumatura, adottando schemi da vecchio marxismo (con tanto di viaggio finale in Russia!) che non sfiorano neanche da lontano la società giapponese e che persino a noi appaiono troppo semplicistici e riduttivi.

Il problema più grave è che la direzione artistica, per quanto calligrafica, risulta vecchia dopo anni di metabolizzazione tarantiniana.

Consigliato solo a divoratori di manga e a chi riesce a divertirsi con lo strambo humour giapponese (ammesso che esista).

2 commenti su “Tokyo zombie

  1. Daniele Aprile
    05/04/2009

    Hai visto Battle Royal?
    A me è piaciuto e vorrei leggere una tua recensione😉

    Mi piace

  2. Lenny Nero
    05/04/2009

    @Daniele:

    BR è uno dei miei film jap preferiti (ne ho una bellissima edizione import giapponese da anni) e prima o poi sì, dovrò per lo meno tornarci sopra, ma lo stesso discorso vale per molti altri film giapponesi di quegli anni!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 22/03/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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