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Peace is for pussies

L’ultima tempesta

ultimatempestaProspero, gran duca di Milano, cultore delle scienze occulte, delega il potere al fratello per dedicarsi ai suoi studi, ma un complotto lo destituisce e viene abbandonato in mare insieme alla piccola figlia.

Approdato in un’isola sperduta e incantata, per mezzo delle sue arti magiche ne diverrà il padrone incontrastato e asservirà a sé spiriti buoni, ma anche creature malvagie, quale il figlio di una strega, Calibano.

Il destino gli riserverà la possibilità di attuare un complesso piano di vendetta, ma saprà elargire con saggezza perdono e punizione.

 

Agli appassionati delle trasposizioni cinematografiche di Shakespeare “L’ultima tempesta” è il film che consiglierei di evitare, almeno che non siano consapevoli in partenza che il Bardo scompare, in un’opera frastornante che seppellisce l’importanza delle parole, a favore di una delle espressioni più complete ed elaborate dell’anticinema di Greenaway, che lascia strabordare ego ed esibizionismo bibliofilo inebetendo lo spettatore che resta con la sensazione di essere stato stuprato per due ore sotto l’effetto di metanfetamina.

 

Scandito dall’illustrazione dei 24 libri di Prospero che catalogano lo scibile umano, l’opera è l’ennesimo delirio visivo, che regala meraviglie, tableaux vivants, cross-over multimediali, immagini che si incastrano in altre immagini con giochi prospettici, citazioni dai sacri libri di architettura e materializzazione (grazie alle decine di comparse costantemente nude) di sculture e cornici rinascimentali.

 

Non mancano il barocchismo visivo, il sovraccumulo di colori, costumi e corpi dipinti che riempono gli occhi e la scena, le scritte in sovrimpressione (vero punto di forza de “I racconti del cuscino”) a cui si aggiungono infinite carrellate lungo scenografie surreali e fantastiche in cui la staticità viene evitata grazie alle coreografie corali o di singoli personaggi.

 

Tra di essi spicca Calibano, in perpetuo balletto, androgino, violaceo, con indosso un bustino che libera testicoli rosso fuoco, anima nera e tormentata di un mondo popolato da mostri fauneschi che si contrappone ai margini di quello dorato e sognante creato da Prospero per la figlia.

 

Il film avrebbe potuto ambire al rango di capolavoro se Greenaway non avesse tentato, come sempre, di sopperire allo svuotamento del contenuto narrativo con un eccesso di formalismi, simbolismi e stimoli sensoriali.

L’errore più grande è aver inserito un’onnipresente voce fuori-campo che legge il testo, che sostituisce le voci degli attori o addirittura si sovrappone ad esse, generando un caos uditivo che rende impossibile seguire la narrazione.

Inoltre i libri di Prospero del titolo originale sono solo occasione gratuita per animare pagine e parole, inserite nel contesto del film non in modo logico, ma per pura assonanza verbale o sinestesia.

Non si comprende se lasciare la parola, unico, tenue e sopravvissuto legame col testo di Shakespeare, sia una concessione ai suicidi produttori, un’inaspettata e ipocrita mancanza di coraggio, in un adattamento che vuole essere estremo e all’avanguardia, o l’ennesima provocazione di chi si vanta di poter manipolare e distruggere a suo piacimento qualsiasi forma d’arte, atomizzandola.

 

Le scene che fanno gridare al miracolo e lasciano stupefatti sono innumerevoli, ma la seconda parte scade nella ripetitività, nello stucchevole, in un’esperienza che ormai del cinema conserva solo il mezzo di ripresa e si colloca tra la video-arte e il teatro.

 

Greenaway è una persona di cultura ciclopica che ad ogni occasione vuole riversare e condensare in due ore, in un atto di narcisismo onanistico, ma il confine tra l’incapacità di narrare e la non-volontà di narrare è sottile.

 

La seconda è spesso la giustificazione della prima e quando si uccide persino uno dei più grandi narratori e conoscitori dell’animo umano ci si pone il dubbio se tanto citazionismo intellettualoide non abbia prosciugato nel regista, alla deriva da anni fra elenchi, numeri e geometrie, qualsiasi vena di umanità.

 

Ulteriore dimostrazione che da Prospero e dalla sua storia non ha appreso nulla.

 

E che conoscere “L’utopia” o la cosmografia universale genera gli stessi effetti di un weekend in compagnia di un emulo di Hoffman: sono semplicemente richieste molta dedizione e costanza.

2 commenti su “L’ultima tempesta

  1. Onan
    31/03/2009

    Io in passato l’ho veramente adorato questo film, proprio per questo estremismo formale, per il suo essere anti-narrativo, per la freddezza cerebrale… Certo, non conoscendo il testo di WS non posso fare nessun confronto, ma io ho un pregiudizio positivo su Greenaway, cerco di farmi piacere tutto quello che vedo di lui (sono riuscito a trovare cose positive anche in “8 donne e mezzo”…).

    Non so se hai visto il suo “Nightwatching: A View Of Rembrandt’s The Night Watch”, un documentario didattico nel senso più alto del termine: pieno di informazioni interessanti, con il ritmo di un thriller e la sua facciona che appare spesso (anche troppo) in un riquadro in movimento. Ed è un breve filmato molto importante per chi non sapeva, come me, quasi nulla di quel quadro. G. ha fatto un vero e proprio servizio pubblico, e senza abbandonare la sua solita raffinatezza. Se fossimo in un paese normale, un’azienda come la Rai lo avrebbe già comprato e doppiato per trasmetterlo…

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  2. Lenny Nero
    03/04/2009

    @Onan:

    sono splendidi anche gli extra de “Lo zoo di Venere”, date le sue conoscenze sulle tecniche artistiche.
    Ora mi chiedo malignamente se Greenaway non possa invecchiare dignitosamente dedicandosi a splendidi documentari artistici piuttosto che ammorbarci con esercizi di stile da grande architetto dell’immagine che lasciano il tempo che trovano.
    Per la trilogia di Tulse Luper bisognerebbe invocare un TSO.
    Non nego le immense doti visive di Greenaway e la sua cultura, profonda quanto fastidiosamente esibita, semplicemente ha realizzato nella sua vita un solo film con un messaggio forte e dirompente (The baby of Macon), ma per lo più ci ha solo deliziato o torturato gli occhi.
    Comunque lui si giustifica sempre affermando che il cinema è morto, non ha più senso e non ci sono più le mezze stagioni per colpa delle scie chimiche e del signoraggio.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/03/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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