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Peace is for pussies

The fall

thefallAlexandria, una bambina di 5 anni che si è fratturata un braccio durante la raccolta delle arance, e Roy, stuntman dal cuore spezzato che è caduto malamente durante una scena in cui si sarebbe dovuto lanciare in groppa ad un cavallo da un ponte ferroviario, si conoscono durante il ricovero in ospedale.

Roy incanta Alexandria con la sue storie, col segreto intento di circuirla affinchè rubi per lui pillole di morfina con cui suicidarsi, mentre Alexandria trasfigura nelle sue parole il mondo reale e grazie ad una narrazione che diviene metafora delle loro esistenze entrambi si faranno forza in un momento in cui le loro vite sembrano aver subito una battuta d’arresto.

Tarsem è un noto regista pubblicitario i cui spot sono stati considerati di tale livello artistico da assurgere al diritto di asilo presso il MOMA di New York.

Non è il primo regista di estrazione pubblicitaria o videoclippara che abbia compiuto il grande salto (tra i più famosi, Ridley Scott e David Fincher, anche presentatore di “The fall” insieme a Spike Jonze, che ha i medesimi trascorsi), favorito dall’aura di genio visionario (un’etichetta che tempo fa si poteva meritare Fritz Lang dopo aver diretto “Metropolis” e che oggi giorno vinci persino se ti chiami Zack Snyder)  ed atteso ad una prova che non fosse un’intuizione visiva di due minuti.

Il primo promettente passo fu “The cell”.

Il secondo, quello della celebrazione definitiva, non avviene e cede lo spazio a “The fall”, che della precedente opera eredita solo i difetti e lascia trasparire una povertà di immaginario, rispetto all’enfatica e sontuosa messa in scena, che fa sorgere più di un dubbio sulla grandezza di questo ennesimo talento.

“The cell” si basava su un’abbozzata trama thriller in cui si alternavano brevi scene ponte per portare avanti l’intreccio giallo e scene di rara bellezza; ci si lasciava ipnotizzare e meravigliare persino di fronte all’orrore, che pur estremo era ricondotto a mera valenza estetica o simbolica.

La serie di quadri viventi di “The cell”, le esplosioni cromatiche, i costumi di Eiko Ishioka, la dimensione onirica costante che lasciava col fiato sospeso, la commistione fra modernità e alcune intuizioni pittoriche che sarebbe piaciute tanto a Derek Jarman, sopperivano alla storia ridicola.

Eppure i più scaltri storsero il naso: nulla da eccepire per i virtuosismi tecnici, ma Tarsem ha solo messo in scena idee altrui e chi non lo ha colto si è fatto solo ingannare.

Premesso che il motivo per cui “The cell” rimane uno dei miei film preferiti è proprio perché era omaggio (non dichiarato) ad alcuni dei più provocatori artisti contemporanei, Tarsem di proprio ha profuso solo il suo ottimo occhio fotografico e la sua professionalità, frugando in modo furtivo in immaginari esterni e trasponendoli su grande schermo in modo impeccabile e potente.

Forse un artigiano eccellente, ma la genialità visionaria non era la sua.

Passato sotto silenzio, nonostante la produzione dati 2006, “The fall” riconferma i pregi evidenti di Tarsem, ma ne amplifica in modo imbarazzante i difetti lasciando oltremodo delusi.

Sceneggiato e pasticciato addirittura a 6 mani, pur essendo il remake del bulgaro “Yo ho ho” del 1981, la trama è, come in “The cell”, un pretesto per consentire a Tarsem di allestire le sue magie visive.

Il problema fondamentale del film è che ad una storia prevedibile e semplice, che nel momento di massima drammaticità ti fa sussurrare cinicamente “qui è dove si suppone che il pubblico debba piangere”, si contrappongono una parte visiva di raccordo, piuttosto piatta e noiosa anche a causa di un cast non particolarmente brillante, ed una in cui Tarsem, privatosi in modo suicida di muse artistiche, dirigendo ogni scena in luoghi reali a cavallo fra l’India, il Medioriente e il Sud Africa, ci propone ininterrottamente una serie di immagini statiche che si barcamenano tra il cartolinistico e il cartellonistico, in cui l’eleganza formale della composizione visiva stupisce raramente e nelle uniche scene in cui si apprezza il guizzo di inventiva si riconoscono facilmente i riferimenti iconografici (una per tutte, l’immagine trompe l’oeil derivata da “Il volto di Mae West” di Salvador Dalì, citato esplicitamente anche nel manifesto).

Se le storie diabetiche di redenzione e amore innocente non toccano le vostre corde (e Tarsem non è neanche in grado di veicolare emozioni), perderete presto interesse per personaggi e storie sperando in un cataclisma che li travolga, ma non verrete neanche ricompensati da un ritmo adeguato (mal calibrato tra fantasia e realtà, dilatato inutilmente, compiaciuto narcisisticamente; quando parte la settima sinfonia di Beethoven potete pure concedervi una pausa per fumare) e da immagini che davvero vi colpiscano le retine, come è nelle intenzioni di Tarsem.

Rivedere edifici che hanno fatto la storia delle copertine del National Geographic con qualche ritocco digitale, sopportare l’ennesima danza sufi, ralenti onanistici, la strampalata commistione tra picaresco e oriente, che fa solo ridicolo carnevale, non è sufficiente per parlare di visionarietà che si intravede in poche scene, assolutamente gratuite da un punto di vista narrativo, se non incomprensibili, di puro gusto esibizionistico e che non sono in ogni caso sufficienti, nei loro brevi minuti, per tenerci svegli.

Tarsem si vanta pure di non avere usato effetti speciali.

Eppure i 31 addetti agli effetti digitali lo smentiscono, così come i 5 responsabili degli effetti speciali, tra cui i signori Lauenstein responsabili di una sequenza in stop-motion tanto suggestiva, quanto completamente avulsa dall’estetica generale e che sembra solo una versione moderna dei lavori di Svankmajer (ergo, un altro déjà-vu).

La metafora della caduta contenuta nel titolo è solo pretestuosa e l’unica caduta è quella del regista, che se si occupasse di documentari verrebbe osannato.

Non discuto sul fatto che un film simile necessiti, per sfruttare al meglio il suo potenziale impatto, del grande schermo, ma l’impressione che si riceve è che anche un cartellone pubblicitario ai margini dell’autostrada sarebbe comunque adeguato e che per la seconda volta un canovaccio è servito solo allo sfogo dell’ego di Tarsem, ben più adatto ad altri ambiti.

Questo non è cinema: è solo pubblicità di un livello estetico superiore, a tratti eccezionale, inframezzata da grigie e tediose pause narrative.

L’intenzione originaria dietro a “The cell” era quella di dirigere un film muto.

Tarsem dovrebbe tornare su quei passi, rinunciare all’idea di essere un regista (men che meno un narratore) e fare quel che sa fare meglio realizzando un delirio meramente visivo.

Non incasserebbe niente ugualmente, ma almeno sarebbe onesto prima di tutto verso se stesso.

E sempre che a qualcuno interessi ancora vedere deserti, torri, pinnacoli e scalinate di pietre in quantità industriale ripresi da ogni possibile magniloquente inquadratura e colorati con un tavola cromatica che farebbe sembrare Basquiat un minimalista.

Vi segnalo due recensioni di segno totalmente opposto: quella di “Variety”, che definisce superbo l’impianto visivo del film, ma nel complesso lo demolisce, e quella di Elvezio Sciallis, che ne è rimasto invece incantato.

6 commenti su “The fall

  1. Star
    03/05/2009

    Scusami non ti offendere, ma hai scritto solo una montagna di nosense, parole parole parole su di un film di classe e posso assicurarti che di film ne ho visti molti forse più di te. Bastava dire che non lo hai capito perchè non hai cuore ma solo mania di ignorante protagonismo. Ho sprecato questo minuto per scrivere sta cosa solo perchè mi hai fatto venire i nervi…

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  2. Lenny Nero
    03/05/2009

    @star:

    il commento è occasione per approfondire e replicare con argomentazioni.
    Quando si risponde senza quest’ultime, scadendo nella valutazione umana di una persona che non si conosce, si perde immediatamente credibilità.
    Avresti potuto tirare il fiato e controbattere, no?
    Invece i soliti toni da “io ne so più di te e ho visto cose che voi umani” caratterizzano l’ennesimo commento di chi si rivela affetto da manie di protagonismo più dell’ignorante blogger in questione.
    E’ difficile che mi offenda se uno ha argomenti da portare anche assolutamente contrari ai miei.
    Gli insulti gratuiti invece sono offensivi solo per chi li scrive.
    Soddisfatto tu, figurati io…

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  3. Luca B.
    16/08/2010

    francamente ho trovato questo film un piccolo capolavoro…faccio cinema a Cinecittà e credo di capirne qualcosina.

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  4. Irene
    17/10/2010

    A dire la verità questo film mi è piaciuto molto, sia per la trama, semplice ma intensa, sia per le spettacolari e poetiche riprese dei paesaggi. Mi ha dato molto da pensare la “caduta interiore” del ragazzo, Roy, che vede il suo mondo crollare su se stesso dopo la sua tragica caduta dal ponte. Il fatto che egli debba ingannare la piccola, innocente Alexandra per procurarsi la morfina con la quale compiere il suo suicidio mi ha intristito e mi ha fatto riflettere sulle situzaioni tragiche che ci si ritrova ad affrontare durante la vita.
    Mi ha commosso e intenerito il gesto di amore di Alexandra, disposta a rubare per donare “sollievo” al suo amico.
    Amo la scena finale del film, nella quale Roy, guardando un film, trema per il destino dell’attore: riuscirà egli a fare ciò che lui non è stato in grado di fare? Saltare dal ponte della ferrovia sulla groppa del cavallo? Ed io ho tremato con lui.
    Questo film mi ha emozionato come pochi. Ma io non sono un esperta, e non so niente di effetti speciali o del passato del regista. Il mio commento è basato solo sulle mie sensazioni dopo aver visto il fiilm…

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  5. LordDunsany
    30/01/2011

    Perdonami ma volevo scrivere due righe. Apprezzabilissimo lo sforzo con cui hai prodotto il tuo commento, pieno di riferimenti e citazioni importanti. Mi permetto di dissentire però.. Sono anni che vedo film e quando vedo qualcosa di notevole mi accorgo; l’ho visto a maggio dello scorso anno e m’è “cresciuto dentro” sempre di più. Le scene iniziale e finale con Beethoven, scusami ma io non le ho certo usate per fumare, sono di rara potenza e grazia, splendide ed emozionanti. Non ha genio, dici tu; tutte immagini e idee rubate ad altri; e con questo? Sono montate divinamente; il tocco è leggero, si assiste ad una fiaba vellutata con poco uso d’effetti speciali. Che altro regista sarebbe riuscito a creare qualcosa del genere? A tratti m’ha ricordato Jodorowsky e non credo sia un male. Gli attori a mio parere sono azzeccatissimi, non ci si annoia mai ed è talmente “intenso” che i raccordi manco si vedono. La fiaba, come la favola non ha solo il compito d’insegnare qualcosa, ma deve sapere “stupire”; e Tarsem è il “monstrorum Artifex”, solo che i suoi sono mostri delicati, scintillanti..

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  6. geekqueer
    19/11/2011

    quando si va sul surreale-magico-noncicapiscopiùunamazza ecco spuntare Jodorowsky. In effetti ce l’ho visto pur’io. Come c’ho visto una noia sconfinata di una sceneggiatura tenuta assieme con uno sforzo di qualche povero editor ora folle. Ma quello lavora a Cinecittà e fa il cinema, quindi bisognerà cambiare i nostri gusti.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/04/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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