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Peace is for pussies

Vinyan

vinyanFabrice Du Welz ha all’attivo “Calvaire”, viaggio nella follia della solitudine e dell’isolamento, anomalo ed eccessivo, tanto sporco e deviato quanto diretto con una fredda lucidità che lo rendeva a tratti raggelante.

 

Con “Vinyan” Du Welz inscena un altro dramma della psicosi, non più di gruppo, ma di coppia, passando dall’innevata campagna belga alla giungla thailandese.

 

Come in “Calvaire” Marc Stevens era il centro catalizzatore del desiderio ossessivo, così in “Vinyan” il figlio di Janet (Emmanuelle Béart) e Paul (Rufus Sewell) scomparso durante lo tsunami diventa il simbolo-fantasma di un amore che privato del suo oggetto si trasforma in un sentimento abnorme, cannibalistico, irrazionale.

 

Lento nel suo incedere, volutamente nevrotizzante fin dalla prima scena astratta, plasmata con gorgoglii, sangue e morte, costruito sulle suggestioni visive di un viaggio su un mare trafitto da faraglioni che sembrano delimitare un labirinto senza uscita o sull’irrompere dell’elemento allucinatorio, Du Welz non cerca lo scandalo o lo shock facile e sistematico, ma preferisce appoggiarsi su una fotografia opprimente (curata da Debie, che ha lavorato in “Calvaire” , “Irréversible” , “Joshua”), simbologie e sonoro (di cui è responsabile Eudes, già sentito alla prova in “Alta tensione” e “A l’intérieur”), calando lo spettatore in una dimensione puramente mentale, sempre più archetipica.

 

Il viaggio di Paul e Janet diventa un’odissea senza ritorno, un allontamento definitivo da un mondo borghese che interagisce con il mondo-altro solo tramite i contatti virtuali della beneficenza e dei video strappacuore, fino a perdere completamente se stessi, trovandosi di fronte ad un mondo di anime erranti (i Vinyan del titolo), sprofondate per sempre dal lato più terribile della natura materiale nei luoghi più oscuri della natura umana, in una dimensione incomprensibile che riserverà una disturbante soluzione edipica, nella sequenza più immaginifica e visionaria di tutto il film, a metà tra un Sofocle da incubo e un’allucinazione freudiana ad occhi aperti, inadatta sia a stomaci deboli sia alle anime candide.

 

E in questo inusuale incrocio tra “Children of the corn”, “Ma come si può uccidere un bambino?” e “Apocalypse Now” senti sempre più vicina l’eco della voce del generale Kurtz : <It’s impossible for words to describe what is necessary to those who do not know what horror means. Horror. Horror has a face and you must make a friend of horror. Horror and moral terror are your friends. If they are not then they are enemies to be feared.>

 

Dopo “Calvaire”, in definitiva, un altro film che si muove su line autoriali proprie, che non appassionerà chi non ama i tempi dilatati (pur necessari a descrivere la disgregazione dell’identità dei protagonisti) o farsi rovistare nell’inconscio, l’ennesimo tentativo, magari non sempre riuscito, ma cercato strenuamente, di trascinare lo spettatore in un’esperienza viscerale e irrazionale.

 

Non siamo ai livelli dell’originalità portentosa di “Calvaire”, ma Du Welz sfoggia un occhio fotografico notevole, sa far respirare l’atmosfera che soffoca i suoi personaggi e nonostante una storia dalle referenzialità troppo evidenti si conferma comunque un perfido sperimentatore dell’angoscia.

 

Vi segnalo anche la recensione di Elvezio Sciallis.

 

2 commenti su “Vinyan

  1. Giapunk
    20/05/2009

    L’ho trovato fantastico, visto ieri sera, fantastica l’atmosfera, le luci, le ombre e tutto ciò che riguarda la fotografia.
    L’ ossessione è una delle cose più spaventose che ci sia, e una madre che perde suo figlio e lo cerca è ciò che c’è di più ossessivo sulla terra.
    Fantastico il finale, tutte le quelle mani, la pelle, il fango….

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  2. Giapunk
    20/05/2009

    come al solito grande lenny per averlo consigliato!

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Questa voce è stata pubblicata il 20/04/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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