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Peace is for pussies

La fontana della vergine

fontanaDiretto nel 1960 e vincitore di importanti premi, tra cui l’Oscar e il Golden Globe per il miglior film straniero, “La fontana della vergine” è considerato un film minore all’interno del corpus cinematografico di Bergman, ma tutt’ora molti lo ricordano come uno dei film più struggenti da lui realizzati.

 

Ispirato ad un’antica leggenda svedese del XIV secolo, racconta dello stupro e dell’omicidio della giovane e amatissima figlia di un contadino, fervente religioso e di animo buono (Max von Sydow).

I carnefici chiederanno accoglienza proprio al padre della vittima che, una volta scoperto il loro segreto e impazzito di dolore, si vendicherà senza pietà.

 

I difetti del film sono i medesimi di un qualsiasi film di Bergman: il ritmo è lento, la messa in scena austera, e la prima parte, bucolica e serena, può risultare particolarmente noiosa e di scarso interesse.

Ma “La fontana della vergine” è costruita come un crescendo di disillusione, morte, di irruzione del male, nei suoi aspetti più truci e carnali, in una sorta di paradiso terrestre.

 

E l’atmosfera diventa via via più cupa, asfissiante, quasi irreale, come in un simbolico distacco da una realtà perduta e devastata.

 

Gli assassini sono la quintessenza della degenerazione umana, del disgusto, della brutalità, con l’eccezione del ragazzino che a loro si accompagna, ma nel renderli così eccessivamente stereotipati Bergman sposta l’attenzione dello spettatore sul padre, lacerato di fronte agli eventi da tormenti religiosi e da un folle desiderio di vendetta, fin troppo umano, che prima sfoga su se stesso, come in un’ultima disperata preghiera, per poi, accecato, scagliarsi contro i luridi peccatori.

 

Se già il film dissemina suggestioni inquietanti, grazie al personaggio della serva pagana, nella seconda parte Bergman si esibisce al meglio delle sue potenzialità espressive costruendo la lunga sequenza della carneficina su inquadrature e movimenti di camera che non risparmiano la fisicità della lotta, delle lame nella carne, delle mani che aggrediscono senza remore persino il corpo di un minorenne.

 

Uno spettacolo raggelante, persino più disturbante dell’esplicita scena di stupro.

 

In modo cinico Bergman dipinge la fragilità della fede degli uomini di fronte ai drammi, la rigidità di una morale che è solo apparente, e che viene abbandonata molto più facilmente di quanto si potrebbe pensare.

E questa fede emotiva ed infantile non potrà che rinvigorirsi ancora grazie all’irrazionalità, all’evento sovrannaturale, ma la sua solidità è ormai messa in discussione.

 

L’invocazione finale del santo-boia al suo dio, la promessa di erigere una chiesa là dove è sgorgata una fontana, proprio nel punto in cui giaceva il corpo straziato della figlia, suona forzata, come la manifestazione di un intento sufficientemente grande per potar colmare una siffatta perdita, ma che in cuor proprio, si sa, non riporterà il cielo in terra.

 

Un’ultima, necessaria illusione per ritrovare la forza di andare avanti dopo aver subito la peggiore delle ferite.

 

Nonostante vi si trovino temi affrontati in modo ben più complesso e affascinante negli anni successivi, comunque “La fontana della vergine” racchiude alcune delle migliori scene dirette da Bergman, pur nei limiti di una trama nota e molto semplice, inoltre l’interpretazione di Max von Sydow è impressionante, per il realismo e la ricchezza di sfumature.

 

E’ curiosa la forte analogia con “L’ultima casa a sinistra” di Wes Craven (gli snodi narrativi principali sono identici, cambiano solo l’epoca e la presenza degli eccessi gore che resero celebre il film), anche se risulta difficile non pensare che un regista mediocre e sopravvalutato come Craven si sia semplicemente ispirato al filone “death and revenge”, e che “La fontana della vergine” gli sia stato solo raccontato, decidendo poi di movimentarlo con carni incise e seghe elettriche.

O forse è stato davvero un piccolo e ben riuscito colpo di genio che non si è più ripetuto.

4 commenti su “La fontana della vergine

  1. Niccolo'
    27/04/2009

    Non ho mai visto il film, ma mentre leggevo più che a “L’ultima casa a sinistra” pensavo a “Cane di paglia”.

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  2. Lenny Nero
    27/04/2009

    @niccolò:

    In “Cane di paglia” ciò che fa scattare la violenza è l’invasione della proprietà privata. Il protagonista non reagisce neanche di fronte allo stupro della moglie. Lo scandalo, modernamente, è lo stupro della cosa, non della persona o di eventuali valori da essa rappresentati. “L’ultima casa a sinistra” ha proprio una trama identica: ragazza violentata > stupratori ospiti in casa dei genitori > genitori che fanno la festa ai delinquenti. Inoltre la violenza di “Cane di paglia” è pirotecnica, folle, surreale. Quella di Bergman, in particolare, è follia lucida, vendetta fredda e non isterica. Inoltre c’è tutto il sottotesto religioso che già in Craven (che ha solo fatto un filmaccio) si perde e che a Peckinpah, materialista e cinico, non mi pare interessi. Detto ciò, “Cane di paglia” è un film che spacca il culo ai passeri…(giusto per usare un linguaggio esegetico!).

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  3. Niccolo'
    27/04/2009

    E’ vero. E’ che te conosci tutti e tre i film in questione, io solo due, ecco, gnegnegne!🙂

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  4. vagabond
    28/04/2009

    Ciao, è la prima volta che arrivo qui e sto dando un’occhiata in giro, blog molto interessante, tornerò sicuramente a visitarti.
    Venendo al film ho un solo appunto da fare: dici che i difetti di Bergman sono ritmo lento e messa in scena austera… non sono molto d’accordo, me anche se a volte il ritmo rallenta e la messa in scena non è certo ricca nell’economia dei suoi film non possono essere considerati “difetti”. Penso ai suoi film psicologici (il volto), o ai capolavori che tutti conoscono (Il posto delle fragole e Il settimo sigillo) o ai film fiume (Fanny e Alexander)… Bergman è un regista molto interessante, spesso contraddittorio, ma capace di ottime intuizioni sia narrative che tecniche. Io trovo la Fontana della vergine un film straziante, e sia il ritmo che la messa in scena contribuiscono non poco all’ottima riuscita del film, a dare nello spettatore quel mood che coinvolge ed emoziona.

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Questa voce è stata pubblicata il 26/04/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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