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Peace is for pussies

The children

the-childrenDue coppie, i rispettivi figli, un’adolescente inquieta e una presenza estranea che conduce alla follia omicida i bambini.

Tom Shankland, già regista di “The waz”, ritorna con un film che riciclando l’abusato tema del bambino maledetto (anche se non scopriremo mai la reale natura della possessione-infezione) non aggiunge alcuna novità di rilievo né al tema stesso né al fermento europeo nell’horror moderno, ma funziona egregiamente come un’implacabile macchina che trita simboli ormai massacrati da decenni (la famiglia) e icone taboo (i bambini), non risparmiandoci, con cattiveria, colpi bassi e scene con infanti che fanno sussultare per la spietatezza con cui non si censura ciò che di norma è considerato non rappresentabile, per ragioni di ipocrita perbenismo e generica pietas.

Intendiamoci: non solo di infanti assassini ne abbiamo già avuto visione dai tempi de “Il villaggio dei dannati” passando per il kinghiano “Grano rosso sangue” o i vari emuli di Damien de “Il presagio”, ma un film in cui il puntello morale attorno a cui ruota tutta la vicenda fosse il dilemma dell’adulto di fronte alla necessità di uccidere un minorenne non lo si vedeva rappresentato in maniera così centrale dai tempi di “Brood”“L’innocenza del diavolo” o di “Ma come si può uccidere un bambino?”.

Se non fosse che quest’ultimo è una pietra miliare, con scene d’antologia e di livello artistico superiore.

Esclusa una particolare originalità di partenza, “The children” ha un impasto visivo minimale, secco, predilige il ritmo e l’adrenalina, sebbene nella prima parte ci sia una certa ricerca nella costruzione della tensione (la follia dei bambini si manifesta in modo lento, sempre più caotico, incomprensibile, dalle grida isteriche al primo violento assalto) e di un’atmosfera surreale e minacciosa.

La telecamera si muove fra le fronde del bosco, ma non si capisce se sia una soggettiva; i bambini accusano di sintomi di malessere (irritazione, vomito), ma potrebbe essere casuale; un breve flash ci induce a pensare che qualcosa di organico stia proliferando nei loro corpi, ma ogni indizio di comprensione è negato.

Poste queste premesse, è indubbio che il film funziona e mette a segno alcune scene sadiche e dolorose, ben congegnate e montate per sortire l’effetto shock voluto, mai insistito, più simile a un bel pugno nello stomaco assestato in modo netto e deciso (merito anche dello sceneggiatore di “The cottage”).

E tra matite che trafiggono occhi in primo piano, fratture esposte, lembi di cranio che si staccano sanguinolenti e morbide gole conficcate con violenza nel legno di una porta in frantumi, grazie anche ad una scelta di crudo e calcolato realismo si ha materiale per soffrire.

Anche se la seconda parte del film procede a singhiozzo, quando si tratta di dare avvio all’ennesima sequenza di morte il ritmo decolla e il risultato è imprevedibile perché ogni adulto reagirà in modo differente, da chi cederà a chi, magari involontariamente, causerà una letale ferita proprio ad uno dei suoi figli.

Buona intuizione quella di inserire nel gruppo una ragazza adolescente, troppo giovane per comprendere le remore dei genitori, troppo grande per simpatizzare con i bambini, tanto da svolgere il ruolo di ancora di salvezza per la madre e di ago della bilancia in un contesto psicologico che avrebbe reso l’esito troppo prevedibile.

Il bosco, però, cela tra le sue nevi ectoplasmi inaspettati e son sicuro che il mistero di quelle possessioni ci verrà narrato con un ben più che ipotizzabile seguito.

Segnalo la recensione di Elvezio Sciallis.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/05/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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