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Peace is for pussies

Fido

fidoIntorno agli anni ’50 una polvere cosmica causa la resurrezione dei morti e scatena una guerra fra umani e risorti da cui trarrà vantaggio una lobby industrial-militare, la Zombcon, di fatto un governo ombra che ha in mano le redini del nuovo ordine mondiale.

La svolta nella difficile e sanguinosa convivenza fra zombie e viventi è rappresentata dall’invenzione di un collare addomesticante che permette di instaurare rapporti lavorativi con i non-morti e di riprogettare, con conseguenze imprevedibili, l’esistenza di ogni cittadino.

L’horror comedy, timidamente, si sta affermando come genere a sé stante, persino autoriale, in grado di raccontarci in modo arguto e sarcastico la nostra società con risultati più felici ed efficaci di una certa sci-fi distopica, visivamente cristallizzata.

Non fa eccezione il canadese “Fido” che, pur sfruttando la camaleontica figura degli zombie, icona adatta a rappresentare l’uomo medio nelle sue diverse declinazioni storiche, ne rielabora e ridefinisce i contorni.

Il tocco geniale degli sceneggiatori è quello di ipotizzare che persino di fronte alla situazione più estrema, e potenzialmente catastrofica, gli umani sappiano adattarsi, ricreando dinamiche di classe conflittuali identiche alle precedenti (il numero di zombie-servitori è uno status symbol), situazioni di apartheid, ipocritamente tenute lontane dalle colorate cittadine, e di sfruttamento della morte: i più ricchi potranno permettersi, per esempio, di costruire bare apposite per la resurrezione dei propri figli, o per se stessi; i meno abbienti si dovranno accontentare di farsi incenerire o di rinascere come zombie destinati alla schiavitù.

O alla morte per fame al confino.

Il mantenimento e l’estensione dei privilegi anche dopo il decesso, dato che l’immortalità è diventata un dato di fatto con cui fare banalmente i conti tutti i giorni.

Gli aspetti che rendono “Fido” un film tale da mettere a tacere chiunque potrebbe tacciarlo di opera di serie B sono gli stessi aspetti di cui tutti i cinefili, in fondo, desiderano godere, ma si ostinano spesso a cercarli in film convenzionali, privi di mezzi e idee, solo perché non passano attraverso gli stilemi difficilmente metabolizzabili dell’horror.

In “Fido” si ritrovano eleganza formale; un’eccellente ricostruzione d’epoca ibridata con elementi futuristici; un’ottima fotografia che sa come far brillare scene che ricordano vecchie cartoline, in contrapposizione a riprese notturne o a quelle grigie della zona di confino; un gustoso make-up per le creature o i momenti gore; un cast (tra cui una sorprendente Carrie Anne Moss) che sa essere cartoonesco senza scivolare in eccessi inutili per un contesto già di per sé assurdo, mantenendo un’aura di assoluta normalità che rende battute ed azioni esilaranti.

Si va oltre alla semplice parodia di genere (“Shaun of the dead”) e ci si eleva nei territori della sociologia e della satira di costume.

Un modo intelligente per ridere su un mondo cannibale di cui lo zombie può ormai rappresentare, con tutti i crismi, la quotidianità.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/05/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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