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Peace is for pussies

Wolverine

wolverineTralascio ogni riferimento alla trama, in parte prevedibile e nota, in parte per evitare il rischio di svelare i pochi elementi di interesse che il film riserva.

Potrei liquidare “Wolverine” paragonandolo ad un film con Steven Seagal dopato con muscoli ed effetti speciali.

E non sarei troppo lontano dall’essere veritiero.

Premesso che nessuno ha l’aspettativa di assistere a profonde disanime psicologiche dei personaggi, che potrebbero persino non interessarci proprio, “Wolverine” delude spesso nel campo in cui avrebbe dovuto sparare i fuochi d’artificio: azione ed effetti speciali.

Inoltre, perché sdrammatizzare sempre, a tutti i costi, una figura che ambisce ad essere tragica?

Chi ha diffuso la voce che questo sarebbe stato l’episodio più dark della saga degli X-Men?

A fine visione si deve fare il bilancio con un’opera che appare fastidiosamente diretta a più riprese e addirittura a più mani.

Non si comprende come dagli stilosi titoli di testa del prologo si possa precipitare in riprese sciatte e francamente stupide o come gli FX, eccellenti nell’ultima parte del film, possano essere a volte così approssimativi nella prima.

La scena nel bagno dei due anziani ospiti di James Logan è emblematica: dovrebbe consistere in un momento ironico, al pari della lotta con l’ingrassato B(l)ob, sembra aggiunta successivamente e conclusa in gran fretta, compresa l’esibizione di lame non texturizzate.

Il fatto più grave è che la scena è inutile e realizzare male le lame di Wolverine è un po’ come togliere la sigaretta di bocca a Bette Davis o il bastone al Dottor House.

La sensazione si ripete persino nelle sequenze con Gambit: accortisi del potenziale spettacolare del personaggio, hanno aggiunto una scena palesemente girata in digitale e inserita in modo grossolano nella pellicola.

Lo squilibrio visivo interno al film è talmente evidente da risultare fastidioso, tanto che ci si domanda quanto del materiale sia stato sottratto al controllo di Gavin Hood, già regista di “Tsotsi” e “Rendition”.

Non aiuta ad appassionarsi alla trama risibile un cast che passa dal dignitoso Schreiber ad un Jackman spogliato ad ogni occasione (con giubilo generale) che non riesce né a essere sufficientemente comico né ad avere una reale caratura drammatica, fino a comprimari mediocri quale Lynn Collins (un clone di Megan Fox), Taylor Kitsch o Ryan Reynolds (a cui cuciono la bocca nella forma di Deathpool e visto il livello del doppiaggio non c’è di che lamentarsi).

Posto a confronto con film analoghi, “Wolverine” appare di livello inferiore, fintamente pretenzioso e, si sospetta, pesantemente rovinato dai produttori che hanno sfruttato i nomi di Hood e Benioff come foglie di fico autoriali (anche se dovremmo ricordarci che Benioff ha sceneggiato tanto “La 25ma ora” , quanto quello scempio di “Troy”)

Obiettivamente (ad eccezione dei momenti adatti solo ai minori di 10 anni) non ci si annoia, il ritmo è sempre sostenuto e la conclusione regala qualche momento visionario e strizzate d’occhio per gli appassionati, anche se le imponenti scenografie fanno da sfondo ad uno scontro a tre preso di peso da una partita alla console.

E’ il risultato che si ottiene quando dall’emulazione dei videogiochi non si riesce a sviluppare un’estetica adatta al grande schermo (e nonostante i detrattori, in questo ci sono riusciti solo i fratelli Wachowski), tanto che sono decisamente più adrenaliniche le scene d’azione classiche, corroborate dai potenti effetti sonori.

Per quanto riguarda i famigerati doppi finali, l’unico interessante è presente nella versione giapponese, per cui risparmiatevi senza ansia i titoli di coda.

Plauso al look di Deathpool, con cui si osa premere sul tasto horror e che ricorda piacevolmente quello del terrificante videogioco “Shadowman”.

P.S.

Per gli appassionati della serie televisiva “Scrubs”: il dottor Cox aveva ragione.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/05/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , , .

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