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Star Trek

Star-TrekNon sono mai stato un grande appassionato della saga di Star Trek.

Come tutti quelli di una certa generazione, conosco le prime serie, ma non essendo la fantascienza il mio genere preferito, se non quando si ibrida con l’horror, il godimento infantile era quello di assistere ad una specie di pigiama-party cui partecipavano strambi uomini dell’età dei miei genitori che pronunciavano frasi buffe all’interno di scenografie di plastica ancora più buffe.

In ogni caso il trailer del nuovo film di J. J. Abrams preannunciava un blockbuster davvero spettacolare ed ipertrofico, non solo sulla carta, una di quelle occasioni di svago per farsi sderenare orecchie ed occhi dagli effetti dolby e visivi.

Mr. Lost in qualità di regista mi ha lasciato perplesso (“M:I:3”), e non gli ho ancora perdonato quella truffa intitolata “Clovefield”, ma almeno qualche euro per averci regalato “Lost” glielo dovevo, soprattutto visto che tra i produttori figura Damon “Odi et Amo” Lindelof.

A parte un unico aspetto in particolare che non ho decisamente tollerato (così come non lo tollero in qualsiasi altri tipo di film), questo riavvio del franchising funziona in modo encomiabile.

“Star Trek” è un’opera pop, volutamente divertente, spettacolare fino alla gratuità e alla saturazione, che riesce anche a bilanciare in modo quasi perfetto la genesi dei protagonisti principali, prendendosi qualche accettabile libertà, alternando la trama principale (poco più che uno sfondo narrativo per dare centralità a Kirk e Spock) ad una non superficiale caratterizzazione psicologica.

I giovanissimi possono tranquillamente avvicinarsi al film, non è un’opera per adepti.

I trekker non si sentiranno delusi nel vedere il loro mondo reinventato, ma non tradito, onorato con tutti i mezzi tecnici di oggi e, fortunatamente, da un cast di attori ancora non facilmente identificabili (Chris Pine, Zachary Quinto) o inaspettati (Simon Pegg di “Shaun of the dead”) a cui i ruoli sembrano cuciti addosso e a cui si aggiunge Leonard Nimoy, in un’emozionante partecipazione, non poi così limitata.

Se c’è il piacere di non vedere banalizzati o stravolti personaggi interessanti (la figura di Spock è resa e interpretata in modo eccellente), in fondo i più superficiali e meno nostalgici come me annullano volentieri le sinapsi e si fanno trascinare in sequenze che magari non fanno gridare né al miracolo né al genio visionario, ma sono pensate in grande.

“Star Trek” è quello che un blockbuster dovrebbe essere: enfatico, testosteronico, adrenalico, con sequenze che fanno trattenere il fiato (la disattivazione della sonda su Vulcano), in cui l’effetto speciale è usato a supporto di immagini, scenografie, astronavi, cittadine mai costruite al risparmio, valorizzate da un ritmo che sa quando rallentare come quando essere caotico, senza che subentri un montaggio in stile Michael Bay (che costruisce le scene d’azione in sala di montaggio perché non è in grado né di organizzarle né di dirigerle).

Finalmente ci si trova di fronte ad un film curato nei dettagli più minimali, ma anche progettato per essere imponente.

Tra esplosioni di supernove, buchi neri che inghiottono interi pianeti, mostri alieni e battaglie spaziali che sono occasione per la ILM per fare i fuochi d’artificio, ci viene offerta una bella tonnellata di materiale con cui masturbarsi le retine (anche se l’abuso di lens flare, come in un promo di schede grafiche di ultima generazione, scatenerebbe una crisi epilettica pure a un morto).

Se proprio si devono trovare dei difetti in quello che è un bel kolossal moderno, ma che resta comunque cinema usa-e-getta-e-avanti-coi-sequel, le ciclopiche apparizioni tra stupefacenti tempeste di luce dell’astronave di Nero (Eric Bana, sottoutilizzato)  non corrispondono ad una caratura terrificante e malvagia del personaggio in questione (disperato e risentito, più che lucidamente folle), ma in fondo la storia di avvio è solo un pretesto.

Per altro gli spettatori di “Lost” , ormai allenati da cinque stagioni che tra fisica quantistica e salti temporali hanno divorato ogni cervello, avranno riso della semplicità del trucco utilizzato per concedersi il lusso di portare la saga anche in altre direzioni o di creare l’opportunità di incontro tra uno dei protagonisti e il suo sé alternativo proveniente dal futuro.

O forse hanno pensato: “Anche qui è troppo! Abrams e Lindelof sono morti”.

Un aspetto che ho trovato decisamente detestabile, ma non mi stupisce, perché è ormai regola generale adottata per rendere un film il più possibile adatto anche ai bambini, è l’ironia diffusa, forzata e ricercata, che toglie ogni drammaticità ad eventi e persone e che scade spesso nella comicità di taglio vanziniano: la scena della reazione anafilattica è assolutamente inguardabile.

Certe scelte mi portano né a prendere sul serio né ad interessarmi al destino di personaggi che si comportano come buffoni da circo.

In ogni caso, qualcuno in sala rideva: evidentemente sto invecchiando.

Segnalo la recensione di Elvezio Sciallis.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/05/2009 da in Flussi di incoscienza.

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