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Peace is for pussies

Antichrist

AntichristIntenti a far sesso, due genitori non si accorgono che il piccolo figlio si è arrampicato fino alla finestra della camera, incantato dalla neve.

E mentre il bambino precipita nel vuoto, forse visto dallo sguardo distratto dall’orgasmo della madre, le raffigurazioni dei tre mendicanti (dolore, pena, disperazione) come in un vangelo letto al contrario preannunciano non una nascita, ma l’inizio di una via crucis.

Dileggiato dalla critica ufficiale (di cui spesso fanno parte degli sprovveduti che si potrebbero limitare ad aprire un blog), etichettato come film misogino, inutilmente provocatorio, se non addirittura prova di instabilità mentale di Lars Von Trier, “Antichrist” non solo è l’opera migliore del regista danese, ma contraddice su tutti i fronti i motivi della sua diffamazione.

Dopo aver letto criticamente un film, si può lecitamente stabilire il proprio personale livello di gradimento.

Von Trier è un regista che ha sempre scatenato reazioni forti, ma che con i suoi film è riuscito a raggiungere dei risultati che spesso l’arte si dimentica di perseguire perchè anestetizzata: turbare, emozionare, far pensare.

Quello a cui si è assistito sulla stampa è stato un gioco al massacro che ha stupito non tanto per i toni, ma per la superficialità borghese dei commenti e l’incapacità di discernere i vari piani di lettura, rivelando un vuoto culturale, persino cinematografico che, se non irritasse profondamente, non meriterebbe neanche di essere commentato.

E ci si stupisce ancora di più pensando che questo è il suo film più cinefilo, meno innovativo, che si rifa a Bergman, cita Tarkovskij e chissà quanto involontariamente crea immagini, atmosfere e sequenze con forti eco di David Lynch.

Ironicamente descritto da Von Trier stesso come un horror-pornografico, “Antichrist” è incentrato sul fallimento dell’elaborazione del dolore e del senso di colpa e basato su dinamiche psicologiche orchestrate in modo impeccabile e inserite in una cornice esoterica, anche troppo leggibile e polemica.

Era almeno dai tempi di “Luna di fiele” di Polanski che non si assisteva all’autodistruzione reciproca di una coppia di tale violenza o da quelli di Bergman che i boschi non costituivano un microcosmo di morte e di riflessioni psicologiche e religiose.

Ciò che differenzia “Antichrist” è che l’horror diventa la chiave moderna per rivestire e rinnovare lo psicodramma bergmaniano, strada che ha consentito a Von Trier di usare più che le parole la suggestione sensoriale.

Si passa così dal prologo da antologia, bianco e nero in super slow motion, erotico, esplicito, iperrealistico, estetizzante fino alla maniacalità, accompagnato dal “Lascia ch’io pianga” di Haendel, ai verdeggianti e lugubri boschi di Eden, in cui la musica scompare per far posto a un tappeto sonoro di suoni naturali e distorsioni che accompagna visioni raccapriccianti e immagini subliminali, che inquietano ed ipnotizzano, puntano all’angoscia o alla fascinazione maligna, ma mai al sussulto facile.

Von Trier, che ha rinnegato persino il suo stesso Dogma, sfrutta il mezzo cinema in ogni modo, curando ogni dettaglio, dalla splendida fotografia ai movimenti di macchina che da incalcolati come ne “Il grande capo” diventano calcolatissimi quanto il montaggio al fine di creare un contesto onirico.

Se Lynch con un bosco, animali parlanti e giochi di luci e suoni è capace di incantarci virtuosamente per ore, senza raccontarci assolutamente nulla, per Von Trier sono gli elementi adottati per rappresentare su schermo l’inconscio dei due protagonisti, conferendo loro una dimensione simbolica meno ermetica per chi ha familiarità con le dottrine gnostiche, ma non certo inaccessibile allo spettatore attento, a cui il regista offre tutti gli elementi utili alla comprensione, evitando di sacrificare l’aura di mistero e di perdersi in spiegazioni, risolvendo tutto su un piano visivo o con poche frasi.

La natura si raggiunge attraversando un ponte che conduce in un’altra dimensione, è il luogo dell’inconscio a cui ritornare per affrontare le proprie paure, e in cima alla piramide della paura disegnata dal protagonista c’è l’io stesso.

La natura è una minaccia perché è amorale, senza pietà, perché ricorda costantemente la morte e la colpa (la cerbiatta che passeggia con un feto abortito ancora incastrato nel corpo della madre; il volatile appena nato che precipita dal nido e viene  sbranato; le ghiande che cadono incessantemente sui tetti), ma soprattutto sfugge ad ogni controllo quanto la natura interiore.

Lui si ostina nel suo eccesso fastidioso di razionalità marziale a contrastare la femminina irrazionalità, viscerale e violenta, che invece di arginare provoca, scatenando una reazione da cui non c’è ritorno.

L’emotività e la sessualità di lei vengono ostacolate in ogni modo, represse, prima  con gli psicofarmaci poi con i giochi psicologici del marito, che in parte si nega, in parte cede, accondiscendo alla coazione a ripetere e alle richieste masochistiche della moglie.

Ma il senso di colpa si autoalimenta ulteriormente, il processo di (auto)demonizzazione si completa e sarà proprio la sfera sessuale, primum movens della tragedia, quella su cui si scaglierà la furia della donna quando il marito, non rendendosene conto, la mette di fronte con una fotografia ad una imbarazzante e dolorosa cattiveria perpetrata involontariamente nei confronti del bambino.

I parallelismi storici con la persecuzione delle streghe (su cui lei stava scrivendo una tesi) sono usati prima di tutto per le potenzialità evocative, ma diventano anche l’archetipo del senso di colpa inflitto alla donna proprio per essere tale, una deleteria eredità della religione cattolica che ha indebolito psicologicamente le donne dopo aver ucciso coloro che si sono ribellate alle velleità di dominio maschile.

Eliminata ogni speranza di redenzione, non resta che infliggersi un castigo che addirittura si ritiene meritato.

Le scene in primo piano di mutilazione genitale che hanno suscitato tanto isterico disgusto non sono altro che la logica conclusione di un percorso psicologico, come un urlo per dichiarare la propria impotenza ed estirpare ciò che di più primitivo, colpevolizzato e fuori di ogni possibilità di controllo esista nell’essere umano.

Forse qualche critico dell’età di Otzi non si è ancora ripreso da analogo momento contenuto in “Sussurri e grida”, anche più sconvolgente perché accompagnato dal lussurioso gesto di cospargersi le labbra con sangue vaginale.

Raramente si è visto al cinema un film realizzato dal regista per necessità di catarsi che rappresentasse in modo così forte il legame fra follia e dolore, fra senso di colpa e sessualità, in cui i lati più rimossi dell’animo umano venissero esposti a nudo.

In ogni caso, se questo film è solo una provocazione partorita sotto psicofarmaci, indico una petizione per distribuirne a tutti i registi.

Se non siete d’accordo, ammorbatevi pure con  “La stanza del figlio” di Moretti.

<Sento tutto quello che prima non sentivo: il grido di tutte le cose che stanno per morire>


Vi segnalo:  

22 commenti su “Antichrist

  1. junemiller
    24/05/2009

    (grazie di aver ricordato luna di fiele, un film feroce incredibilmente realistico di cui non si parla mai: ma è sempre lo stesso. tutto lo stupido clamore patinato legato alle cosiddette “scene erotiche” di quel film, negli anni ’90, e nessuno che raccontasse che disperazione beffarda quel “non ci credo più” alla fine della fine di tutte le possibili pratiche per tenere in vita qualcosa che muore)

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  2. Cloe
    25/05/2009

    Guarda ti stimo tantissimo per l’ultima frase (quella di Moretti) ^^

    (Ovviamente ho amato anche io l’ultimo di Von Trier)

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  3. simo_7ornado
    25/05/2009

    ho apprezzato tantissimo il tuo articolo. concordo su tutto. il film l’ho visto sabato sera con un amico e nel viaggio di ritorno a casa, in auto, abbiamo parlato un po’ riguardo alcuni aspetti che non ci erano piuttosto chiari. ad esempio come mai è stato scelto un titolo del genere o come mai la madre mettesse le scarpe al contrario al figlio.
    tu dici che questa cosa viene fatta involontariamente dalla madre, ma secondo me non è così, perchè in tutte le fotografie che poi il padre scopre le scarpe sono sempre alla rovescia. magari lo fa inconsciamente la madre, guidata da una spinta inconscia che non riesce a controllare.
    un’altra cosa che ci ha lasciato perplessi è stata la volpe che urla al protagonista “il caos regna”. ci è parsa una cosa un po’ fuori luogo. tu come la vedi?

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  4. Lenny Nero
    25/05/2009

    domande interessanti, a cui non necessariamente si deve dare una risposta e per le quali non necessariamente esiste una risposta. 😉

    Sulla volpe concordo, ma mi pare un’inezia, per altro alla luce del simbolismo della volpe e della frase chiave che pronuncia.

    Per il resto appena riesco cerco di risponderti con più calma.

    Comunque trovo a priori positivo che un film rimanga in testa e smuova non solo emotivamente, ma anche intellettualmente.

    Con tutti i difetti che si possono trovare al film, raramente accade di rimanere invischiati in modo così forte nel caos emotivo dei protagonisti.

    >—-Messaggio originale—-

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  5. matteo
    25/05/2009

    Bella recensione.

    Anch’io ho scritto un articolo riguardo questo film, cercando più che altro di dare un’interpretazione della storia sotto più punti di vista.

    Trovo che la parte del bambino e delle scarpe messe al contrario sia una delle più interessanti dell’intero film. Personalmente sono portato a credere che sia un gesto non intenzionale ma compiuto a livello inconscio, come una specie di “mutilazione” dei piedi del figlio che anticipa la successiva (e reale) mutilazione ai danni del marito.

    Riguardo la scena della volpe, io non l’ho trovata eccessiva. Ho trovato eccessive e inopportune, anzi, le risate in sala!

    ciao

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  6. Lenny Nero
    25/05/2009

    Ho trovato molto interessanti queste considerazioni:

    Esplorando l’universo psichico della donna (con espedienti digitali, e dunque a distanza molto ravvicinata) partendo dalla patogenesi di un lutto (la cui doisperata conclusione è che non può essere elaborato), von Trier giunge a un “buco nero” che risucchia tutte quelle escrescenze sentimentali che di solito per luogo comune vengono attribuite all’essere femminile.

    L’anticristianesimo vontrieriano, se così vogliamo definirlo, mostra tutta l’ancestralità (anche rituale) di un essere tremendo, tutt’altro che supino, puro e delicato come certo cristianesimo ha voluto presentarcelo. Anzi, del cristianesimo recupera quella visione oscura e medievale della donna, che probabilmente attingeva a un sapere misterioso e misterico del rapporto donna-natura, entità generatrice di vita e dispensatrice di morte allo stesso tempo e nel medesimo modo.

    Antichrist assume dunque i toni di un apologo drammatico sulla “stagione della strega” che narra appunto la relazione intimamente formidabile tra la filogenesi di un sesso e il suo ruolo ontologicamente sociale.

    tratto da: http://horror.blogosfere.it/2009/05/antichrist-lanticristianesimo-secondo-lars-von-trier.html

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  7. Lenny Nero
    25/05/2009

    @Matteo: bella recensione che ho aggiunto fra i links che ho inserito in coda al post.
    Forse ho “sentito” alcuni elementi in modo differente, la tua recensione (posso sbagliarmi) sembra davvero evidenziare un lato misogino del film, quando (come già in altri film di Von Trier) la donna si ribella, in questo caso prova a rivendicare il suo diritto al dolore, all’emotività, alla sessualità, e si trova di fronte un partner castrante. Che poi la ribellione fallisca è implicito nel condizionamento culturale operato sulle donne. E lui solo alla fine riesce in qualche modo a riappacificarsi con la natura e quindi la donna (e quindi Satana!). Un po’ fuori tempo massimo, per essere cinici. 😉 Per quanto riguarda l’episodio delle scarpe, ho scritto involontariamente perchè prima di tutto lei si sente messa nuovamente di fronte al suo fallimento come madre attenta. L’atteggiamento inconscio potrebbe derivare dal non accettare la deformità del figlio (i piedi caprini), fatto che sicuramente rimuove (inconsciamente appunto) perchè non è atteggiamento da “buona madre”. Le nevrosi scattano spesso quando c’è un conflitto tra le attese (anche socialmente stereotipate) che il mondo ha nei tuoi confronti (in questo caso come madre) e i tuoi pensieri / desideri.

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  8. matteo
    25/05/2009

    Sì, in effetti credo di aver percepito maggiormente la ‘negatività’ manifestata della figura femminile, piuttosto che la sua ‘positività’ repressa dalla razionalità dell’uomo-psicologo. Schematizzando, posso dire che mentre durante la prima parte del film emerge di più il secondo aspetto, proseguendo verso la fine è proprio il lato negativo ad avere il sopravvento.

    Certamente anche l’altro aspetto è presente nel film, ma lo ritengo secondario, non così in evidenza. Lei certo gli rimprovera di essere stato distante, di averla trascurata, lo invita più volte ad aiutarla; ma io lo vedo anche, e forse soprattutto, come un tentativo di colpevolizzare lui al posto suo.

    Per me la donna, più che vittima dell’uomo (nel film ci vedo anzi il contrario, a dire il vero), è vittima lei stessa della sua natura e di un senso di colpa da cui non riesce a liberarsi. Questo credo che nel corso del film appaia sempre più chiaramente (i flashback col bambino, ad esempio. nella vicenda delle scarpe, l’uomo è totalmente estraneo; idem nella scena del pianto).

    La sua natura irrazionale è il caos di cui parla la volpe e di cui l’uomo si libera, alla fine del film, soltanto grazie alla privazione del piacere e della donna stessa. Forse anche perché vedo l’epilogo come un finale a lieto fine sono portato a pensare alla donna/natura come ad una figura prevalentemente negativa, a riferire a lei il titolo del film e a dare importanza alla dichiarazione di Lars, secondo cui “la sessualità femminile è spaventosa”, nel tentativo di dare un senso al film.

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  9. Lenny Nero
    25/05/2009

    @Matteo: tutto giusto, ma la vera vittima è lei, di condizionamenti culturali e di se stessa. Il fatto che il marito sia così distante rispetto a certi eventi lo relega sullo sfondo della genitorialità che pesa tutta sulle spalle di lei e pertanto è lei che assume su di sè tutta la colpa. Io stesso ho parlato di femminina irrazionalità, perchè lei rappresenta quel caos emotivo incontrollabile contro cui entrambi lottano; ma esso diventa negativo nel momento in cui invece di viverlo liberamente lo si vuole soffocare. E penso che Von Trier affermando che la sessualità femminile è spaventosa lo intendesse in senso “panico”, come qualcosa di ingestibile e potente, e per questo appunto spaventoso. Ma spaventa solo i maschi, che vogliono reprimerla e indurre le donne a reprimerla. 😉 Magari Von Trier più che misogino ha davvero una sorta di terrore verso la sessualità femminile (ben più aperta dalle sue parti che dalle nostre), ma non è che la condanni. Se mai la usa come grimaldello simbolico per rappresentare le forze che il maschio vuole controllare per non soccombere. Paradossalmente, e nonostante il finale, come già con Dogville e Manderlay, la vessata figura femminile finisce per essere quella che si ribella e ritrova una sua autenticità, anche se lei stessa ne rimane sconvolta. Il problema in questo caso è che si ribella pure contro se stessa. Ma qui entra in gioco anche la visione depressiva di Von Trier sull’impossibilità di elaborare davvero il dolore e il senso di colpa. E pertanto la débacle è inevitabile.

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  10. Lenny Nero
    25/05/2009

    Aggiungo. La scena dell’albero. E’ quasi di una banalità sconcertante nel suo significato (sebbene sia un’immagine magnifica). Lei si sta masturbando, gode da sola, è finalmente libera e il maschio che cosa fa? Rende di nuovo la sessualità della donna dipendente da lui e la mette sotto. E proprio in quel momento compaiono i fantasmi delle streghe uccise in passato. Quando la donna non è controllata dal maschio allora per il maschio diventa il male. E la peggior azione che i maschi abbiano perpetrato nei confronti delle donne è aver fatto credere loro che stare sotto, in ogni accezione, sia il loro posto. Lilith insegna.

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  11. Mauro F. Giorgio
    26/05/2009

    bellissimo blog lenny, sul film ci sarebbe ancora tantissimo da dire ma ho trovato interessantissime tutte le tue digressioni.
    un ringraziamento profondo per avermi citato.

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  12. Lenny Nero
    26/05/2009

    @Mauro: ricambio i complimenti per il lavoro sempre aggiornato che svolgi sul tuo blog!

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  13. matteo
    27/05/2009

    Anch’io ti do perfettamente ragione, e di sicuro la tua è un’interpretazione appropriata del film.

    Il fatto che la figura femminile (ma anche quella maschile) sia così complessa, duplice fino alla fine, è senz’altro uno dei motivi per cui ritengo questo film un capolavoro. Ho appunto paragonato la figura femminile alle eroine delle tragedie greche (Medea, Alcesti, Fedra) anche per la sua complessità.

    Per quanto riguarda la scena dell’albero, io istintivamente ci ho visto l’opposto: la donna che, come Eva, spinge Adamo a cogliere il frutto proibito. La scena della masturbazione mi ha dato un’impressione perversa, malsana: mi riesce difficile associarla ad un’immagine in qualche modo positiva della donna che libera la sua emotività.

    Ma di sicuro c’è anche quell’aspetto (anche se secondo me è più di fondo, proprio perché sembra più suggerito che evidenziato dalle immagini, per come la vedo io), e una recente intervista alla Gainsbourg sembra confermarlo: lei ha dichiarato che, durante il film, aveva l’impressione di mettere in scena Lars in persona.

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  14. DARKISSIMO79
    29/05/2009

    ottima la recensione….

    il film è un capolavoro, è uno di quei film sempre più rari che ne parleresti giorni interi dando una tua interpretazione.
    non è stato apprezzato dalla critica??
    non c’è da stupirsi, la gente ha rinunciato a pensare

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  15. dielle
    13/06/2009

    guarda l’ho visto ieri e son prorpio daccordo io l’ho trovato straordinario anche se ha qualche caduta (il caos regna insomma far parlare la volpe non è stata un grande idea) ma a parte queste microcadute, straordinario

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  16. dielle
    13/06/2009

    che poi dimenticavo io non riesco a non pensare a quell’orribile scena delle ghiande attaccate alla mano, mi ha ricordato tetsuo ti dirò

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  17. fabio marinelli-ancona
    08/11/2009

    Indispensabile anche il confronto con Shining: lì era l’uomo che impazziva qui invece la donna. Il bambino, che forse ha lo stesso dei poteri, si autoesclude dalla vicenda, scatenando gli avvenimenti tragici (stranamente non lo fa in campagna quando avrebbe mille occasioni: tenuto conto che la madre gli infligge una strana tortura con le scarpe all’incontrario, ma aspetta di farlo al ritorno a casa mentre i genitori fanno sesso). La donna che rappresenta la natura nel bene e nel male è ormai un classico, ma in questo film è la natura più profonda e maligna che prende il sopravvento spazzando via uno ad uno, con un cinismo che non ha eguali, tutte le presunte conquiste della scienza, e ribaltando così tutti i punti di forza che si credevano inattaccabili.
    Morale della favola: se dovete scrivere un libro o finire una tesi è meglio che non andate in un posto isolato: altrimenti c’è il rischio che date inizio al terzo film dopo Shining e Antichrist!

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  18. fabio marinelli-ancona
    08/11/2009

    Dimenticavo: mentre in Shining il libro non viene nemmeno incominciato se non x il titolo, qui la tesi viene completata dalla protagonista sulla propria pelle: infatti finisce bruciata come una strega e tutte le sue colleghe streghe vengono a trovarla.
    La natura, la vita e il sesso non hanno nessun significato se viene a mancare il fine principale: il bambino che rappresenta l’immortalità con il proseguimento della specie.

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  19. Silvano Negretto
    23/12/2009

    Io -che pure non sono un addetto ai lavori.. ma mi piacciono i FIL d’arte!- dico che il film di Lars von Trier devo vedermelo ancora, leggere ancora la critica e ripensarci: è un film molto bello, ha una logica ferrea, immagini stupende, attori bravissimi, musica suggestiva… Cosa si vuole ancora? l’atmosfera è -è già stato detto da molti e concordo- da tragedia greca: a chi non ama la tragedia e preferisce i buoni sentimenti, l’ottimismo o la speranza, Antichrist risulterà indigesto. A me il film è piaciuto pure nei contenuti, anche e proprio perchéquesti si prestano a diversi tipi di lettura… è “multistrato” – e ben pochi riescono in quest’arte che richiede grande cultura e fine sensibilità (mi ricordo di Pasolini in “Teorema” o “Zabrisjie Point” ad esempio: film che parvero deludenti ma che sono rimasti nella storia del cinema e lo rimarranno sempre, anche colla loro parte di enigmi irrisolti …) I collegamenti? Io li trovo con la filosofia (Nietzsche, Heidegger, Schpenhauer e Darwin nell’immagine della Natura …) la Sociologia (il tema della solitudine, il problema femminile e quello dei rapporti di coppia) per non parlare della psicoanalisi (Il piacere femminile in rapporto a quello maschile…) e del problema dei suoi limiti e/o possibili fallimenti…

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  20. Daniele Aprile
    18/01/2010

    È per queste recensioni che tvb 🙂

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  21. Magnificat
    25/01/2010

    Che soddisfazione poter finalmente leggere un commento degno della bravura di Von Trier!

    “Ora posso sentirlo, sento il pianto di tutte le cose che sono destinate a morire”.

    Io penso che davvero poche persone possano essere in grado di avvicinarsi intellettualmente a queste parole, a questo film; ed un numero ancor più esiguo possa cogliere emotivamente il senso di quella frase.
    A seguire, dirà sempre la Gainsburg, “la natura è la chiesa di Satana; prima tutto mi appariva bello ed invece adesso vedo solo orrore e distruzione intorno a me”.
    Come darle torto? La natura non è altro infatti che un ciclo continuo di morte e distruzione, gli animali si mangiano tra loro, noi mangiamo animali (“Ci muoviamo su una terra di cadaveri”, diceva più o meno – recito a memoria – Elias Canetti), da quando nasciamo non facciamo altro che seguire un percorso che ci condurrà dritto alla morte.
    E’ un film colto questo, rivestito, tra gli altri infiniti rimandi di cui è intessuta la trama, anche di echi leopardiani e beckettiani: la cerbiatta che vaga nel bosco con il feto morto attaccato dietro non può che ricordarmi la celebre frase appunto di beckettiana memoria: “partoriamo a cavallo di una tomba”, la quale a sua volta rimanda ad alcune riflessioni del principe Sigismondo ne “La vita è sogno” di Calderon de La Barca, e tutto questo non può che rivelarmi che far nascere qualcuno è destinarlo ineluttabilmente alla morte. A mio avviso, infatti, il senso di colpa della Gainsburg (dal quale derivano le pulsioni masochistiche e distruttive) non è tanto relativo al peso della cultura cattolica – davvero pesante come retaggio da sopportare, questo sì – ma proprio da una consapevolezza tutta naturale del fatto che dare la vita (e la donna E’ fertilità e procreazione) sia sostanzialmente dare anche la morte nel medesimo gesto. Esiste un’equivalenza continua nel film di Von Trier tra vita e morte intesi proprio come atti cardine di un unico principio. Quindi la donna avverte su di sé il peso di una condanna irreversibile, quello di essere portatrice e dispensatrice di vita ma quindi – e proprio per questo – di dolore e morte.
    Inoltre la poetica del film è anche spiccatamente leopardiana: una metafisica del male, un universo ed una natura indifferente e maligna in cui a nessuno importa del destino del singolo ma conta solo ed unicamente la propagazione delle diverse specie esistenti.
    Già Thomas Mann, ne “La montagna incantata” definiva infatti la vita come una sorta di tumore che per propagandosi distrugge tutto ciò che ha intorno; una superfetazione di cellule impazzite.
    E perché non definire vita anche un tumore, allora? E le malattie, i batteri, cosa sono? Non a caso la perturbante scena in Antichist in cui Dafoe si sveglia con la mano ricoperta di zecche gonfie del suo sangue. Anche quella è vita.
    Il film di Von Trier non poteva essere capito perché nella nostra cultura è passato il concetto per cui la natura è l’officina di Dio, e quindi un qualcosa di buono e giusto. E di bello.
    Personalmente percepisco la natura come un laboratorio di tortura continua. Un gioco al massacro. E c’è sempre qualcuno che vuol correggere questa percezione, indicandola come distorta, come quella di un “depresso”.
    Vaghiamo acceccati in un mondo di illusioni, e poi, talvolta, per qualcuno, uno squarcio di luce improvvisa, la caduta del velo di Maya, e niente allora potrà più sembrare come prima. Ed è allora che anche il più lieve e lieto brusio di foglie mosse dal vento verrà tramutato nel pianto più angoscioso che le nostre orecchie potranno mai sentire. Il pianto di tutte le cose che sono destinate a morire.
    Credo che Von Trier sia uno dei pochi veri artisti rimasti sulla scena della cinematografia mondiale; un artista mosso da una visione propria, da una filosofia tradotta in immagini.
    Ci vedo poco l’accostamento a Lynch (mio grande amore!), a mio avviso vicini proprio perché entrambi in grado di tradurre con le immagini un sentire unico e personale ma poi diversi per poetica e per motivi esistenziali. Anche, e soprattutto, sotto il profilo estetico. Anche Lynch mette in scena l’inconscio ma lo fa passare attraverso la griglia della dimensione onirica. Il suo è un inconscio che ha trovato un proprio codice linguistico con cui esprimersi.
    Von Trier è, a mio avviso, (almeno qui, in Antichrist) si muove in un territorio ancora più inesplorato, vicino ad un nucleo ancora a tratti inesprimibile, e quel che emerge è una visione in nuce – e disperata! – che tenta faticosamente di uscire da un bozzolo di oscurità. Ed è, peraltro, questo il percorso tipico della psicanalisi.
    Lynche lascia che i suoi incubi si dissolvano, prima o poi. Von Trier non fa che alimentarli continuamente. Una coazione a ripetere di pura angoscia. E questa per me è una differenza importante.
    Ciao

    Magnificat

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Questa voce è stata pubblicata il 24/05/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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