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Peace is for pussies

Imago Mortis

imCoproduzione italo-spagnolo-irlandese, anche a livello di sceneggiatura (il regista Stefano Bessoni, Luis Berdejo, con la collaborazione, tra gli altri, di Richard Stanley) “Imago Mortis” ha ottenuto scarsa visibilità in Italia, nonostante qualcuno sperasse che avrebbe rappresentanto un punto di svolta nella filmografia horror nostrana, ormai un lontano ricordo dal sapore vintage.

Per far resuscitare un cadavere così putrefatto sarà necessario molto tempo, sarà necessario qualche autore dalla personalità forte, saranno necessari originalità e uno sguardo aggiornato sull’evoluzione entusiasmante che al di là dei nostri confini (Francia e Spagna, in particolare, nell’arco di pochi anni ci hanno già regalato dei capolavori)  ha tirato fuori il genere horror dalla fogna in cui era precipitato, anche a causa di una produzione statunitense che continua a partorire ignobili remake all’acqua di rose.

Nonostante il mio potenziale tifo campanilistico, e nonostante alcune indubbie qualità del regista Bessoni che mi hanno sorpreso in positivo (come si può non essere prevenuti verso un film italiano, con tutti i soldi che costano e la scarsa qualità che offrono?), non ritengo “Imago Mortis” un segno di resurrezione italica, e i motivi non solo sono numerosi, ma palesi anche ad occhio inesperto.La confezione del film è lussuosa, dall’elegante e gotica fotografia alle ottime scenografie, dalla scelta degli ambienti ai mezzi tecnici messi in campo.

Il problema è che non si comprende a che punto finisca la visione del regista e inizi la produzione spagnola.

Se la new-wave ispanica fosse un genere, “Imago Mortis” ne sarebbe un buon esempio.

Tuttavia l’effetto fotocopia alla lunga infastidisce e si percepisce un serio corto-circuito tra citazionismo prevedibile e mancanza di idee.

E’ naturale che oggigiorno si guardi alla Spagna o alla Francia, ma se proprio voglio vedere un film multireferenziale, e più avvincente, riguardo “L’orfanotrofio” (in cui per altro era già presente Geraldine Chaplin, attrice sempre tanto laconica, quanto ipnotica).

Bessoni ha indiscutibile talento, molte immagini sono intriganti, curate nei dettagli, pittoriche, con un piacevole gusto per il macabro, e trasmettono il senso di fascinazione per la morte, elemento centrale in un film che ruota intorno al tanatoscopio, strumento creato dall’alchimista Fumagalli nel ‘600 per catturare l’ultima immagine impressa sulla retina delle sue vittime e sviluppare le cosiddette tanatografie.

Le vicende si dipanano tra visioni, flashback dei secoli passati (in assoluti alcuni dei momenti più visionari del film) e omicidi dai dettagli raccapriccianti (ma se vi aspettate una gorefest, rimarrete profondamente delusi).

La storia si trascina stancamente nel secondo tempo e inizia a girare a vuoto richiedendo a gran voce una risoluzione che arriva, ma frettolosa, in parte sfuggente e con un finale fastidiosamente aperto e illogico.

Irritanti alcuni attori secondari e la colonna sonora onnipresente, soffocante, enfatica.

L’impressione, e può essere errata, è che un regista al suo secondo lungometraggio sia stato tenuto al guinzaglio, perchè in diversi momenti Bessoni osa, sa come muovere la telecamera o costruire le immagini, ma è come intrappolato in un immaginario prefabbricato e nel pantano di una sceneggiatura che appare stravolta da troppe mani, approdando ad un esito inconcludente non sostenuto dai dialoghi imbarazzanti.

Per molti versi è un film superiore alla media, ma si avverte fortemente la mancanza di uno script sensato e di maggiore personalità.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/06/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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