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Peace is for pussies

The horsemen

The-horsemenIl ritrovamento di alcuni denti strappati, posti in una coppa come in rituale, e del cadavere di una donna appesa a ganci per pratiche di sospensione,  danno l’avvio ad un’indagine che conduce presto all’arresto della figlia adottiva della seconda vittima, la quale sotto interrogatorio non rivela nulla fino a che una svolta arriva dalla lettura dell’Apocalisse.

Prodotto da Michael Bay, diretto da Jonas Akerlund, sceneggiato da Dave Callaham (“Doom”), “The horsemen” è un pastrocchio colossale talmente mal sceneggiato che neanche un genio avrebbe potuto ricavarne un risultato dignitoso.

Nonostante siano chiare le intriganti idee dietro la storia, i problemi si accumulano in corso di narrazione fino ad arrivare ad un non-sense a cui è troppo tardi per porre rimedio.

Mischiando il tema religioso e quello del disagio adolescenziale, di cui ormai tutti parlano da quando hanno coniato il termine emo, il film si propone in ultimo di lanciare una sorta di grido d’allarme sullo status mentale dei giovani d’oggi; ma le esagerazioni cui approda, e soprattutto la mancanza di concrete motivazioni per il progetto organizzato dai sedicenti quattro cavalieri dell’Apocalisse, rendono ogni evento illogico, scarsamente comprensibile, forzato, annullando ogni possibilità di appassionarsi ad una trama cui manca una reale compiutezza, nonostante un colpo di scena finale che getta luce sul programma di (auto)distruzione di massa, ma non certo sulla dinamica di alcuni eventi.

Ed  è preferibile tacere sulla conduzione ridicola delle indagini o sul fatto che chiunque è in grado di identificare il cavaliere bianco fin dall’inizio.

Zeppo di luoghi comuni sui conflitti tra genitori e figli, fino a crollare nel patetico, il film si sostiene solo sulla recitazione di Dennis Quaid e sui suoi siparietti con Ziyi Yhang, intollerabile con le sue movenze da gattina orientale.

I due ci provano pure a creare una tensione tra la figura paterna ignara e la figura filiale arrabbiata (chissà poi per quale motivo) e provocatrice, ma non sono sostenuti nè dalle vicende nè da un Akerlund sottotono che sceglie la via del patinato, non riuscendo nè a creare immagini che possano piacere a chi ama la body-art nè a turbare, persino nel momento topico del film (uno dei quattro dementi si lacera petto e cuore con una sega circolare di fronte al fratello, appeso a ganci, che lo tormentava in quanto gay).

Pochissimo il sangue, effetti videoclippari a non finire, timore di creare immagini troppo forti, fregandosene, tuttavia, di uno script che è un colabrodo, che dissemina false piste e ripensamenti, non si sa se per troppe rielaborazioni o per lasciarsi ampi margini per un possibile sequel.

Non fatevi ingannare da manifesti e tagline.

Quattro modi di uccidere?

Tenendo conto che, escluso l’assassinio della donna, due dei nerd si suicidano e uno viene ucciso dagli altri tre, si può ben concludere che non esiste neanche nulla su cui indagare, se non sul motivo per cui i genitori non mandano certi figli a lavorare in miniera.

L’originalità della componente poliziesca doveva risiedere proprio nell’esibizione della propria sofferenza, nel masochismo, invece si ingarbugliano le carte con due omicidi veri, trasformando gli aspiranti suicidi in serial-killer dalle idee confuse.

Figuriamoci come possano essere quelle dello spettatore alla fine della visione.

Se gli scopi erano commuovere e creare empatia con questi adolescenti raccapriccianti, che irritano invece di preoccuparci o spaventare, allora non sono stati neanche lontanamente raggiunti.

Segnalo la recensione di Elvezio Sciallis.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/06/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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