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Behind the mask – The rise of Leslie Vernon

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Dato che questo film del 2006 è reperibile da pochi mesi pure in Italia, vale proprio la pena parlarne, perchè per gli amanti degli slasher “Behind the mask” è una piccola perla di originalità, divertimento e inventiva cinematografica.

Nulla che faccia tremare le ignobili vie dell’horror americano, ma sicuramente è un’intelligente boccata d’ossigeno.

Un gruppetto di giovani giornalisti rampanti, dediti a raccontare le storie dei serial-killer più famosi delle saghe horror, come se fossero reali, entra in contatto con Leslie Vernon, apprendista omicida che concede la possibilità di farsi riprendere durante le fasi della preparazione del suo primo massacro di gruppo.

Leslie racconta di essere stato gettato a 10 anni nelle cascate della cittadina di Glen Echo dagli abitanti che lo credevano posseduto dopo che uccise i genitori aguzzini.

Nonostante stiano riprendendo la nascita di una nuova stella dell’orrore, i giornalisti seguono i passi del folle fino al momento in cui Leslie Vernon rivelerà al mondo la sua esistenza.

E il geniale inganno di morte da lui architettato.

“Behind the mask” è strutturato per tre quarti della sua durata su un’oculata alternanza fra il mockumentary e le scene in cui Leslie entra in azione.

Curiosamente, sono proprio le sequenze girate in digitale le più interessanti.

Per la prima volta assistiamo alla decostruzione dall’interno, dalla prospettiva dell’omicida, delle logiche tipiche dello slasher, e non ci si accontenta semplicemente dell’enunciazione base di alcuni dogmi come avveniva in “Scream”.

Leslie descrive meticolosamente i suoi piani di azione;  spiega i principi di scelta delle vittime e della survivor girl, vergine che dovrà tenergli testa per sconfiggerlo; colloquia con un serial-killer in pensione che ha sposato proprio l’unica delle ragazze sopravvissute, e quindi degna di stargli accanto;  illustra le sue trappole o le simbologie inconsce degli elementi scenografici (gli armadi come utero protettivo, da cui rinascere e fuggire; il vigneto meticolosamente curato fino a formare un tunnel quale canale del parto; le armi come simboli del fallo dell’assassino che la virgo sopravvivente deve coraggiosamente impugnare).

Il racconto delle fantasie di Leslie crea la giusta tensione per il momento in cui la realtà irrompe, il documentario si ferma e la maschera compare.

E non solo il regista gioca con lo spettatore citando la famosa scena in cui la pellicola si riavvolge del “Funny games” di Haneke, ma con un paio di colpi di scena inaspettati porta alla luce una verità che rimescola le carte in gioco, rendendo imprevedibile ciò che pensavamo ormai di conoscere nei dettagli.

I dialoghi metafilmici sono assolutamente appassionanti, resi ancora più ironici e coinvolgenti da un cast (in primis il gigione Nathael Baesel) mai troppo sopra le righe, per non scadere nel ridicolo e lasciare spazio alla paura, anche se il contesto è volutamente surreale, assurdo e amorale, fino a trovare una logica nel twist finale.

Ottime le scene di puro terrore (sebbene arricchita da humour nero) con rari, ma ben dosati sprazzi gore, anche se si punta maggiormente sul terrore panico di chi non solo ha combinato un casino, ma ci si ritrova dentro con tutti i piedi.

Aspettate il termine dei titoli di coda per una piccola sorpresa in linea con uno slasher da manuale.

Per altri dettagli, vi segnalo la recensione di Elvezio Sciallis.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/06/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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