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Peace is for pussies

Subconscious cruelty

sc21999.

Un giovane artista canadese, Karim Hussain, raccogliendo tutta la tradizione cinematografica di devianze carnali prodotte da Cronenberg, Barker e Tsukamoto e recuperando uno spirito anarchico-hippie retrodatato, realizza nel corso di alcuni anni ostinati un cult destinato a essere etichettato come pura provocazione fine a se stessa e pornografia estrema d’autore.

Fuori tempo massimo tematicamente (Videodrome”, 1981; “Hellraiser”, 1987; “Tetsuo”, 1989), “Subconscious cruelty” è attraversato da una voglia di scioccare che rasenta l’ossessione, colmo fino all’orlo di una ferocia da adolescente disturbato che si è posto un unico obiettivo: la dissacrazione di ogni simulacro, di ogni taboo, di ogni possibile censura su ciò che mai si potrebbe rappresentare o anche solo pensare.

Questa violenza incontrollata è trasposta su schermo con una ricercatezza visiva tra il pittorico e il lisergico che rende il film un’esperienza culturalmente inerte, ma sensorialmente devastante.

E’ come se il Ken Russel di “Stati di allucinazione” e de “I diavoli” si fosse alleato con Joe D’Amato e George Romero nel creare una droga killer di celluloide.

Vi avviso.

Ciò che viene mostrato è spesso inaudito, per cui avvicinatevi a “Subconscious cruelty” con cautela, se non siete cresciuti a pane e Buttgereit, e anche se ho edulcorato il testo, eventualmente soprassedete alla lettura del post.

Il film, sopravvissuto a traversie legali, furti di negativo, sequestro in madre patria per materiale osceno, salvato dai giapponesi, inizia con una dichiarazione di intenti: distruggere il lato destro del cervello.

E’ suddiviso in quattro episodi, uniti dal filo rosso comune della liberazione sessuale e dal tessuto sonoro, industriale e disturbante.

Ovarian eyeball: breve introduzione agli scopi della pellicola, in cui tra luci psichedeliche e atmosfere da sacrificio pagano, un corpo femminile, nudo e mascherato da un telo come in un quadro di Magritte, viene accarezzato da un bisturi.

La lama affonderà nell’addome e la mano che la sorregge estrarrà un occhio, metafora di una visione uterina e viscerale che proseguirà con i successivi segmenti.

Human Larvae: la fissazione di un fratello per la sorella incinta e libertina si traduce in atti di voyeurismo, masturbazione, fantasie, isolamento, fino al momento clou di un parto sanguinolento, interminabile, e alla decapitazione del bambino quando è ancora in parte nel corpo della madre.

Il piccolo cadavere verrà mostrato alla donna, fatto sgocciolare su di lei, abbandonato a marcire, mentre l’incestuoso assassino resterà accanto al corpo martoriato della sorella intrappolato in una sorta di limbo mentale.

Tutto l’episodio è commentato dal protagonista che riflette sul sesso, l’intrinseca turpitudine della natura umana, i dettagli dei rapporti sessuali, e svela i motivi della sua rabbia e della sua repressione, il desiderio di rendere la procreazione l’orrore e la sofferenza definitiva, compiendo il più inimmaginabile degli atti: la degradazione della creazione.

Il racconto scabroso dell’omicidio dell’infante enfatizza fino all’inverosimile la tragica scena.

Rebirth: intermezzo che rimanda all’orgia di “Zabriskie Point” di Antonioni, in cui gli attori si accoppiano con terra e piante sanguinanti con effetti deleteri.

La sequenza della fellatio praticata da un ragazzo a un coltello che spunta dalle gambe di una ragazza, in un’inversione di ruoli e di ritorno a rapporti di dominio matriarcali, è quasi insostenibile.

scRight Brain/Martyrdom: un comune addetto al fisco, che si intuisce essere cristiano, si masturba dopo una noiosa giornata di lavoro davanti ad un film porno.

La visione del suo sperma, il rifiuto dell’atto (lo scaglia contro il televisore) e il senso di colpa lo tormentano in un incubo in cui viene raffigurato nei panni di un Cristo metropolitano e disperato che viene sequestrato da tre baccanti, guidate da un oscuro punitore.

E’ l’episodio dello scandalo; diretto con mano sicura tra iniziali atmosfere mortifere e il caos successivo, intriso di un anticlericalismo ottocentesco, è costruito sulla dicotomia di immagini subliminali di una natura salvifica e una lunga sequenza di tortura e cannibalismo che oltrepassa ogni concetto di oscenità.

Tecnicamente e artisticamente è esaltante, per i giochi di luce, la perfezione dei contrasti tra il buio e il colore, le manipolazioni digitali, il montaggio schizofrenico, i vorticosi movimenti di telecamera, i primi piani o i dettagli che esaltano trucchi e make-up spaventosamente realistici.

Elementi centrali lo scuoiamento con ami e lenze del pene della vittima, la sua successiva masturbazione sanguinolenta (e chi è impallidito per analoga scena in “Antichrist” ora sa da chi ha preso ispirazione Von Trier), la scarnificazione a morsi del suo corpo, lo strappo di un lembo di pelle dal petto poi infilato in bocca con forza, in parallelo con l’assunzione di un’ostia, per poi proseguire in un macello definitivo che ricorda il “Tieste” di Seneca o ancora meglio “Le baccanti” di Euripide.

Entrare nell’inconscio custodito dal cervello sinistro significa lasciare ogni speranza all’ingresso.

4 commenti su “Subconscious cruelty

  1. Michele
    04/07/2009

    Ciao, non riesco a trovare questo film, sai darmi qualche info?

    grazie mille!

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  2. Lenny Nero
    05/07/2009

    Si trova solo di import (e comunque in regione 2). O magari trovi qualche cinefilo che ne ha la vecchia edizione in giapponese, in cui alcuni dettagli scabrosi sono sfocati.

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  3. Fausto
    09/12/2010

    L’ho visto, hai centrato il termine che caratterizza questo film:

    è insostenibile.

    non ho finito di vederlo, mi sono fermato alla scena della masturbazione sanguinolenta, poi ho spento.

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  4. SIMO
    08/08/2011

    Senza dubbio estremo, la fotografia e la colonna sonora sono ottime, una regia apprezzabile. Finalizzato a shockare ma non certo ad annoiare, almeno nel mio caso….

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Questa voce è stata pubblicata il 03/07/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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