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Glenn Brown: la tautologia dell’arte moderna

GlennBrownTheatre-1Si è recentemente conclusa presso la Fondazione Sandretto di Torino la mostra dedicata a Glenn Brown, quarantenne artista inglese a quanto pare encomiato dalla critica e premiato dal mercato.

Ho scoperto casualmente la sua esistenza a Londra e sono rimasto subito abbacinato dalla sua tecnica pittorica.

Esplorando più accuratamente la sua produzione, e leggendo i vari editoriali a lui dedicati, ho ridimensionato il mio apprezzamento per Brown, ritenendo che ciò che dell’artista è considerato peculiare, e addirittura esaltato, per me è motivo di demerito.

Le opere di Brown e le parole profuse per descriverle mi consentono di mettere per iscritto alcune riflessioni sulla critica e sull’arte moderna, riflessioni di una persona qualunque che ama l’arte e la fruisce soprattutto a livello viscerale, come testimoniano alcuni miei post ai limiti del fanatismo su Francis Bacon, ma che non è così sprovvisto di un background culturale sufficiente per non farsi incantare da parole usate con maestria che temo sopravvalutino, e sovraleggano, l’attività di un artista.

Sono rimasto impressionato dai testi contenuti nel catalogo più che dalle tele di Brown.

Gli autori sono eccelsi personaggi del mondo dell’arte contemporanea, tra cui Christoph Grunenberg, direttore della Tate Liverpool.

Spettacoli dell’iperrealismo, l’orrore abietto, una visione malinconica della morte, perfezione estetica, perizia tecnica e integrità formale magistrali, glamour estremo e squallore spregevole, sono solo alcune delle espressioni utilizzate fino ad arrivare all’impareggiabile calembour “disintegrazione attraverso l’indifferenza tautologica: il dispendio del realismo”.

Sono disposto a sacrificare l’anima per essere in grado, un giorno lontano, di coniare espressioni simili.

Non condivido l’opinione secondo cui le tele di Brown sarebbero “misteriose e impenetrabili”.

Mi sento più vicino all’espressione “paintophagia” di Francesco Bonami.

Secondo quest’ultimo Brown non si appropria, ma cannibalizza le opere altrui.

Brown non è altro che un copycat derivativo che rielabora secondo la sua visione e i suoi stilemi icone e quadri di altri artisti, lo dichiara esplicitamente nei titoli (che meritano un appunto a parte) e ritiene con questo di aver enunciato innocentemente (o machiavellicamente) i suoi intenti di superare il mero plagio per approdare a un risultato che odora lontano un miglio di raffinato (e manicheo) gioco post-moderno.

Si resta ipnotizzati dalle accurate scelte cromatiche, dallo scuoiamento dell’immagine originale fino a rivelarne una natura sotterranea costituita da pennellate morbide, fluide, ondate di neon che si accavvallano e contorcono rimandando indietro un effetto a metà tra l’iperrealismo e il surrealismo.

Non c’è un dipinto che non seduca l’occhio e lo trascini dentro un vortice di colori e di curve magmatiche ingannevolmente accidentali che conferiscono una sensazione di perpetuo movimento.

Tuttavia l’eccezionale risultato formale, la riduzione dell’arte ad una sorta di espressionismo deformante, lascia sovente perplessi.

E’ solo l’esteriorità che accomuna la produzione di Brown, che sembra rifarsi a ciò che ha visto nelle gallerie inglesi e vagabonda col suo pennello lisergico fra ritratti, immensi panorami apocalittici o fantascientifici, le opere di Dalì come sommo riferimento.

I blu elettrici, l’olio trattato come se fosse un aereografo, i minuziosi dettagli, catturano sempre, ma procedendo nella loro visione il cervello destro entra in conflitto col sinistro.

E’ sinceramente fastidioso, anche se è proprio questo l’originale escamotage, riconoscere ogni singola fonte originale.

Ed ecco John Martin, ora El Greco, ora Auckland, ora Velazquez mediato da Bacon, ora Van Gogh, ora Rembrandt e via all’infinito lungo un percorso casuale e personale attraverso la storia dell’arte di cui non si riesce a reperire il filo conduttore.

A rendere ancora più perplessi sono i titoli, che riescono a superare le eccentricità di Damien Hirst: Asylum of Mars, The Holy Virgin, Kill yourself, Deep throat, God speed to a great astronaut, Sex, Modern movement, The revolutionary corps of teenage Jesus.

Questi sono esempi di brillante improvvisazione verbale associati senza alcun senso nè significato visto che di volta etichettano vasi di fiori, piedi putrescenti, ritratti femminili, ammassi incorporei di tempera.

Da semplice spettatore, che spesso apprezza l’estetica a discapito della sostanza o dell’emotività, mi sento di affermare che Brown è un artista originale per la sua forte riconoscibilità, ed è un gradevolissimo trip farsi inondare i neuroni dalla sua orgia di luci e ombre, ma l’altrettanto forte connotazione di artista post o meta qualunque corrente a vostra scelta lo colloca in un vuoto ideativo tipico dell’arte contemporanea, in un processo di eterno ritorno dei soggetti, di cristallizzazione del passato in forma di idolo insuperabile.

Se ne trae la sensazione se non di mancanza di idee che si accompagnino alla tecnica, di un atteggiamento rinunciatario.

In ogni caso, è sicuramente preferibile proteggere artisti figurativi che pongono sull’altare i grandi per non sprofondare in quel baratro di installazioni e video che devastano ormai da anni le esposizioni e che non riescono che a suscitare fastidio e noia per la ripetitività, la freddezza, la minimalità creativa della progettazione, la provocazione o il gigantismo scambiati con espressione artistica.

Il colore e la materia che si incontrano in modo così esuberante mi rendono ancora felice.

Un commento su “Glenn Brown: la tautologia dell’arte moderna

  1. williamdollace
    13/10/2009

    “In ogni caso, è sicuramente preferibile proteggere artisti figurativi che pongono sull’altare i grandi per non sprofondare in quel baratro di installazioni e video che devastano ormai da anni le esposizioni e che non riescono che a suscitare fastidio e noia per la ripetitività, la freddezza, la minimalità creativa della progettazione, la provocazione o il gigantismo scambiati con espressione artistica.”

    ecco, appunto

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 07/10/2009 da in Flussi di incoscienza con tag , .

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