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Peace is for pussies

Orphan

orphan“Orphan” è un film talmente convenzionale, quasi reazionario nel suo schema narrativo, che potrà apparire come originale solo a qualche adolescente che in questi anni ha confuso l’horror con il torture porn.

Si tratta di un ritorno a schemi di sceneggiatura e di psicologia talmente passatisti che in quanto operazione nostalgia il film potrebbe trovare un suo valore.

L’impressione che se ne ricava è di trovarsi di fronte ad un aggiornamento agli anni 2000 di opere trascurabili come “Omen: the awakening” o “L’innocenza del diavolo”, senza raggiungere le vette di ben altri film in cui i bambini costituivano una forza maligna.

E’ tutto così prevedibile che gli sceneggiatori sono costretti persino a inventarsi un twist, per altro ben ipotizzabile fin dalle prime battute, che a seconda del proprio grado di cinismo rischia di coprire di ridicolo tutta la mezz’ora finale.

Il film è ben diretto, curato nelle scenografie di interni, impreziosito da una fotografia versatile che illumina con ottimi risultati intere sequenze al buio o nel cuore di un bosco ghiacciato, sostenuto soprattutto dalla forza iconica della protagonista, Esther, che al di là di ogni merito e demerito rimane impressa anche ai detrattori, grazie all’interpretazione soprendente di Isabelle Fuhrman.

Se gli aspetti tecnici e produttivi sono quasi di lusso, ciò che rende “Orphan” niente di più che un giocattolo d’altri tempi è una direzione generale che credevamo ampiamente superata, come dimostra il per molti versi assonante “Joshua” che costruisce sulle stesse note ben altre distonie.

La prima ora è un faticoso dilungarsi sull’ingresso di Esther nella famiglia adottiva, quando chiunque si attende che prima o poi qualcuno passerà a miglior vita per mano della fetida creatura.

Il prologo è l’ennesima sequenza shock (obiettivamente efficace e disgustosa) che si rivela un incubo; dopo di che iniziano ad accumularsi dei clichè imbarazzanti cadenzati da cheap thrill inutili, inquadrature di pura tensione (che perdono presto il loro impatto), la solita sensazione di quiete prima della tempesta, ma Esther è talmente anomala nel suo vestire, nel suo modo di esprimersi, nel mistero della sua infanzia, che a metà film la storia sembra già avere il fiato corto.

Inoltre andrebbero vietate per legge le scene in cui un personaggio apre un armadietto a specchio e richiudendolo gli compare qualcuno alle spalle (soprattutto se lo scherzo viene ripetuto due volte).

Per fortuna c’è qualche guizzo a livello di scrittura, la figura di Kate è più complessa del previsto (ex-alcolista, ex-pianista, ex-docente universitaria, ex-moglie perfetta, ex-tutto e madre in ricostruzione) e interpretata da una convinta Vera Farmiga in un ruolo antiparallelo a quello del già citato “Joshua”, e c’è una sottile vena malsana, edipica, sessuale, che in film simili è spesso censurata, mentre in questo caso viene persino portata ad estreme conseguenze.

Ci viene anche mostrato qualche indizio per risolvere l’arcano del passato di Esther e i più attenti non comprenderanno tanto tardi quale esso sia, anche se uno spera fino all’ultimo che davvero non abbiano osato immaginarsi una soluzione che annulla ogni perversione, ogni deviazione dell’animo umano, a favore del tipico eccesso di spiegazioni (per lo meno non soprannaturali).

Forse hanno temuto di aver schiacciato troppo il piede sull’acceleratore, perchè bisogna ammettere che la sequenza (anche se orchestrata in modo banale) in cui Esther tenta di sedurre il nuovo padre mette a disagio, con la trasformazione della bambina in Lolita ammiccante e non priva di iniziativa (credo che i membri della MPAA siano morti di infarto).

Purtroppo il famigerato colpo di scena arriva puntuale con la leggerezza di un documentario di Quark, ma la pellicola non ha la decenza di terminare prima di infliggerci lo showdown della resa dei conti al femminile che ha perso tutta la carica di terrore che può derivare dall’imprevedibile abiezione di un bambino.

E per concludere in coerenza con una logica da copycat cinematografico, seguono titoli di coda palesemente e malamente ricalcati da quelli di testa di “Seven”.

Nemmeno quelli, dopo ben 120 minuti, riservano una sola idea originale.

E le scene più crudeli richiedono pazienza e capacità di sopportare inverosomiglianze (ad iniziare dalla scoperta dei disegni con temperere fosforescenti, visivamente brillante, per proseguire con la pressapochezza degli adulti, evidentemente idioti, fino a gesti di Esther che richiederebbero una forza fisica che il suo fisico non le consente).

Se vi attrae l’idea di trascorrere due ore con una versione ormonata di un tradizionale thriller con bambino psicopatico che insidia famiglia di psicolabili, potrebbe anche piacervi.

“Orphan” non si nega alcun stereotipo del genere (mancano solo le porte o le assi del pavimento che scricchiolano), la dose di cattiveria è piuttosto alta (la scena di autofratturazione è di quelle in cui le anime candide si portano la mano davanti agli occhi e svengono) e finchè non si scopre la verità l’atmosfera perturbante risulta coraggiosa, anche se soporifera.

Purtroppo, infatti, la perfetta conoscenza dei meccanismi tradizionali della paura risulta manichea e pedante e la noia sopraggiunge presto.

Il notevole cast, la confezione elegante e qualche colpo basso ben assestato nei punti dolenti riscattano in parte questa pantomima proveniente dagli anni ’90.

Per gli stessi motivi Elvezio Sciallis è indulgente.

4 commenti su “Orphan

  1. allerta
    21/10/2009

    e io adesso a chi do retta? A te o a Elvezio?
    Nel dubbio me lo guardo (peccato che abbia scar… presto The Orphanage, che pure avevo gia’. Dannati fake).

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  2. elvezio
    22/10/2009

    “Indulgente” mio nonno in carriola…

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  3. danielo
    29/10/2009

    pensavo peggio ma a me è piaciuto parecchio! certo che sta bambina è very very stronz!

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  4. velvet
    01/11/2009

    dai alla fine è carino…c’è di molto peggio

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Questa voce è stata pubblicata il 20/10/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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