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Peace is for pussies

Bronson

BronsonNel 1974 il giovane Michael Peterson inizia il suo impervio percorso verso la celebrità e la prigione a vita.
La trama di “Bronson” potrebbe essere riassunta in queste poche righe e nemmeno lo sceneggiatore si offenderebbe; ma se “Bronson” ha ricevuto così tanta attenzione mediatica e critica in Gran Bretagna non è certo per la complessità della sua narrazione, ma per l’esibizione accademica ed ispirata, di uno stile che ruba a man bassa dalla cinematografia inglese degli ultimi trent’anni, costruendo una potente impalcatura iconografica intorno ad un personaggio non fittizio che potrebbe facilmente entrare nell’immaginario collettivo.

La critica inglese ha quasi adottato il film, l’ha incensato, l’ha paragonato ad “Arancia Meccanica” e così facendo l’ha riposto in un cassetto, schiacciato sotto il peso dell’opera più folle e sganghera di Kubrick.

Il confronto con “Arancia Meccanica” è puro slogan pubblicitario.
I due film condividono ben poco, se non alcune ambientazioni e lo scherno verso le istituzioni incapaci di gestire e redimere il recidivo Peterson, una bestia in cattività assolutamente incontenibile.

Il regista e sceneggiatore danese Refn crea l’agiografia perfetta per un antieroe, vittima prima di tutto di se stesso e poi di chi ne sfrutta l’indole violenta, un’operazione di stile, probabilmente furba e festivaliera, che riesce là dove Guy Ritchie non è mai riuscito (precipitato in un autismo visivo videoclipparo) e superando in intenzioni “Gangster N°1”, vera pietra di paragone e non so stabilire quanto ciò sia involontario.

“Bronson” (soprannome affibiato a Michael da un losco individuo che lo ingaggia per scontri clandestini) è la favola nera di un uomo che sopporta la frustrazione di essere un povero sottoproletario senz’arte nè parte ingigantendo il proprio ego, chiudendosi in un mondo mentale dominato dall’ossessione di diventare una celebrità, fosse anche solo il prigioniero più famoso e costoso di tutto il Regno Unito.Refn annega lo spettatore in un diluvio di idee, costruisce la storia per capitoli sommari spesso illustrati in prima persona da Michael, ma evitando il facile mezzo della voce fuori-campo introduce nella narrazione, gettando un occhio a Derek Jarman, brevi monologhi del protagonista, unico attore in scena di fronte ad un pubblico nascosto dall’oscurità, che si esibisce su un palco in sarcastici flussi di coscienza, mentre sullo sfondo scorrono immagini che sintetizzano le fasi di una storia che si svolge nell’arco di trent’anni, veri e propri squarci sull’incoscio di Bronson che stabilisce un legame narcisistico e non banale con lo spettatore.

L’atmosfera, pur carica di colpi bassi, violenza e anche dettagli disgustosi intrisi di humour nero, scivola progressivamente, senza soluzione di continuità, verso il lido del surrealismo, inaspettato per un film che sarebbe potuto diventare l’ennesima criminal-story.

Tutta la parte finale di “Bronson”, in cui Michael sembra scorgere una via di fuga nell’arte, è baracconesca, tra inserti animati, personaggi sopra le righe e sessualmente ambigui e pennellate di follia in crescendo.

A rendere solida un’opera in cui la forma è parte preminente, l’eccezionale fotografia satura e sanguigna, a metà tra il già citato Jarman e “Love is the devil” di Maybury, e la recitazione di tutto il cast su cui svetta un incredibile e colossale Tom Hardy che non solo ha svolto un’operazione di trasformismo fisico degna del miglior De Niro, ma riesce a passare con facilità dall’espressione più sottile, pur ingabbiato in un corpo esuberante, all’istrionismo spinto (la scena in cui recita col volto e le unghie dipinte al femminile per metà è strepitosa).

E le immagini in cui lotta contro la polizia in modo dissennato e completamente nudo, coperto di vernice nera, sintetizzano il senso di un film che ambisce ad essere tanto viscerale e istintivo, quanto brillante ed autoriale sotto il profilo formale.

E l’inquadratura conclusiva è una delle più disperate e forti viste negli ultimi anni.

Sicuramente verrà apprezzato da chi ama i registi che ho citato e non vede apologia di reato là dove c’è solo un ottimo esercizio di creatività cinematografica.

3 commenti su “Bronson

  1. caino
    09/11/2009

    Questo film è eccelso. E sì, Arancia Meccanica non c’entra un cazzo. Forse condividono la follia, forse la violenza. Ma forse no.
    Tom Hardy è diventato il mio attore preferito in 10 secondi, anche se già in Martina Cole’s The Take mostrava di essere un Attore di Razza.
    Fucking Scumbag.

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  2. Lenny Nero
    09/11/2009

    L’unico altro elemento che condivide con “Arancia Meccanica” è l’uso della musica classica, anche se Kubrick stravolse pure quella! Certi paragoni sono ad uso e consumo degli spettatori, ma alla fine fanno torto e danno a un film che viaggia su altre frequenze. Questo indipentemente dal fatto che piaccia o meno.

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  3. caino
    09/11/2009

    concordo. trovo in questo caso il paragone con A.M. più svilente e dannoso che altro.
    quando lessi il paragone mi passò la voglia di vederlo. alla fine lo vidi quando mi dimenticai quella scritta sulla locandina.
    ti consiglio “moon” con sam rockwell. non è sconvolgente, forse la trama è prevedibile. ma sono sicuro ti possa piacere.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/11/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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