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Il nastro bianco

Il Nastro BiancoGermania, 1913, un villaggio, una sequela di misteriosi incidenti e agguati e il mistero sull’identità dell’autore mentre la prima guerra mondiale è alle porte.

Con “Il nastro bianco” Haneke vince finalmente la Palma d’Oro al Festival di Cannes, già sfiorata ai tempi del Gran Premio della Giuria per quello che ritengo essere ad oggi il suo capolavoro, “Niente da nascondere”.

Scrivo finalmente perché Haneke è un regista fuori dall’ordinario, con una personalità enorme quanto fastidiosa, estraneo a mode, facili sensazionalismi, raffinato e cerebrale nelle costruzione delle storie, mai accondiscendente, presuntuoso persino quando ha compiuto il passo falso di dirigere il remake di un proprio film (scelta opinabile che si è rivelata commercialmente un fallimento, come sicuramente si attendeva pure lui, in un impeto di protezione verso la propria opera e di curiosità per una sfida artisticamente divertente).

Eppure a volte accade che i premi assomiglino più a un riconoscimento di carriera che non a un meritato elogio.

“Il nastro bianco” è un film artisticamente superiore, ma rimane fortissima l’impressione che sia un film à la Haneke, che il regista abbia cesellato ulteriormente i meccanismi geometrici con cui incastrare le vicende, lasciando impressionati per la qualità e la complessità dello script.

Tuttavia Haneke torna sugli identici luoghi tematici di “Niente da nascondere”, tanto che potrei riscrivere la stessa recensione spostando semplicemente il contesto storico.

Queste annotazioni non vogliono sminuire un film evidentemente perfetto, ma è in questa perfezione raggiunta che subentra il timore che Haneke sia entrato in una fase di manierismo che rende questo film prevedibile e facilmente leggibile.Il lavoro svolto è filologicamente encomiabile, dalla fotografia (un bianco e nero abbagliante, quasi onirico, derivato da processi di desaturazione) che vuole riprendere quella delle fotografie d’epoca ai volti degli attori, fuori dal tempo, accuratamente selezionati durante i casting e che eccellono per le loro inquietanti performance, nessuno escluso.

Persino l’ambiente rurale è ricostruito in modo fedele e realistico così come la struttura sociale di un borgo in cui la vita di ognuno è retta da gerarchie ben precise (il dispotismo del barone, la ferocia morale del prelato, il ruolo di santone del dottore, l’amorevole maestro e i bambini, custodi dell’innocenza rappresentata dal nastro del titolo).

Nonostante la durata, il film non annoia mai, Haneke ha imparato a non abusare di inquadrature fuori campo o di estenuanti attese, ma lima e monta il girato in una caleidoscopica visione di un microcosmo che appare sempre più marcio e corrotto.

Haneke è il regista del male che si annida nella quotidianità e scaglia nuovamente i suoi strali contro l’ipocrisia insita nell’essere umano.

Come in “Niente da nascondere” i singoli e un intero stato celavano gravi colpe rimosse, in questo caso da una parte gli atti di violenza perpetrati sono coperti dall’omertà e dall’altra la rappresentazione di bambini probabilmente folli e crudeli, succubi dei gerarchi, ma anche impuniti grazie a loro, ha indotto molti critici a intravedere in quel villaggio dei dannati il nucleo simbolico del futuro nazismo.

La struttura concettuale dei due film è parallela e sovrapponibile, ma l’escamotage storico è solo un pretesto per raccontare ancora una volta il male in termini assoluti e il suo perpetuarsi identico a se stesso nel tempo.

Lo stesso gioco funzionerebbe in qualsiasi altra epoca, perché il male di cui Haneke si elegge narratore è un elemento dell’animo umano che trascende i singoli eventi e stupisce che si adotti una lettura così miope che fa torto al regista, che si muove su corde esistenziali e sociologiche, non meramente storiografiche.

In un estratto da un’intervista dichiara:

I pericoli della cieca obbedienza sono tanti, non riferibili solo a un’epoca storica: «Sappiamo quanto la formazione degli esseri umani sia importante, e che cosa significhi essere educati a ricevere ordini ed eseguirli senza porsi domande. Sappiamo anche quello che può succedere quando questo sistema di norme viene impartito a persone ignoranti, prive di prospettive, da gente che fa loro intravedere la possibilità di un riscatto. Insomma, non mi limiterei ad analizzare la questione nell’ambito del fascismo e dei movimenti di destra, potremmo prendere lo stesso schema, applicarlo ai paesi arabi, e capire come nasce il fondamentalismo».

In definitiva “Il nastro bianco” è una conferma di alto livello del valore di Haneke, impreziosito da un’atmosfera dolorosa e lugubre che ricorda “La fontana della vergine” (mentre il predicatore protestante sembra preso di peso da “Fanny e Alexander”), che intrattiene con i suoi misteri e i suoi drammi morbosi, ma che impressiona soprattutto per le splendide scelte formali, più che quelle sostanziali e inciampa persino in un didascalismo (l’ultimo discorso della baronessa) che lascia trasparire il timore di risultare troppo ermetico, quando chi conosce bene Haneke ha già tutte le chiavi di lettura in mano.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/11/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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