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The house of the devil

the-house-of-the-devilNel bene o nel male, sul regista Ti West sono stati pubblicati diversi articoli negli ultimi tempi, soprattutto dopo le polemiche insorte per il mancato director’s cut del seguito di “Cabin Fever” e la distribuzione del suo più recente film, “The house of the devil”, che ha entusiasmato o interdetto senza vie di mezzo.

Ti West è giovane, dimostra di avere idee chiare sui film di genere e indubbio talento.

Difficile azzardare ora se sentiremo parlare di lui nei prossimi anni o se la sua visione artistica, clamorosamente reazionaria, e fastidiosa a seconda dei gusti, tornerà direttamente in quel passato che “The house of the devil” ha celebrato e resuscitato in un’operazione di copycat certosina e manichea.

Elvezio Sciallis ha redatto un post molto articolato e dettagliato su questa pellicola, giudicandola il miglior film horror del 2009.

La sua recensione è eccelsa, una di quelle recensioni che qualsiasi autore pagherebbe per ricevere e condivido ogni  commento sul film.

Se avete letto qualche editoriale in merito sulle riviste specializzate, vi rimando direttamente ad essa dato che è impossibile aggiungere altre notazioni.

Ciò che non condivido affatto, e lo scrivo a freddo a distanza di giorni dalla visione, è la conclusione cui si approda.

Fangoria ha pubblicato una recensione che demolisce “The house of the devil”, ma lo scherno va rivolto a chi se lo merita e di fatto non ha contribuito all’evoluzione del genere, ma alla sua stagnazione.

Ti West è un talento che va preso sul serio e ritengo l’operazione da lui attuata assolutamente fine a se stessa, per alcuni aspetti quasi patetica, ma soprattutto pericolosa quanto le opposte derive intraprese dal genere horror nell’epoca dei torture porn seriali.

 

Ti West compie un passo oltre la ricerca filologica.

“The house of the devil” è un manifesto estetico e senza compromessi appesantito da tutta l’ostinazione presuntuosa tipica del primo della classe che ha studiato riga per riga il manuale di testo.

Peter Debruge su Variety ha scritto:“the best ’80s babysitter-in-peril movie never made”

Questa è la definizione più ironica e più appropriata, perchè ci troviamo di fronte ad un copycat più autentico degli originali, ad un ritorno all’era delle VHS e dei film di serie B trasmessi in seconda serata.

Non c’è rielaborazione semantica, non c’è citazionismo.

Questo film proviene dal passato, è il tasto reset su tutto ciò che è avvenuto nell’ambito del genere horror negli ultimi 30 anni.

Se le operazioni dadaiste e post-meta qualunque cosa voi vogliate di Tarantino, Rodriguez e Rob Zombie ci divertono, ma ci tengono fermi ai blocchi di partenza, Ti West ci trascina così indietro che un membro dell’epoca dell’alta definizione lo considererà un genio alternativo (come accade per Tarantino) o un talento comico.

Chi è nato tra gli anni ’70 e ’80 potrebbe subire il fascino di questa missione amarcord, che persino nella fotografia assomiglia davvero ad una videocassetta abbandonata tra la polvere.

La prospettiva di West non solo non è interessante ed è assolutamente autistica, ma rappresenta altra nebbia americana sul percorso che l’horror sta compiendo.

Ma al di là di ogni disquisizione cinefila e su Ti West come terza via a cavallo tra gli eccessi sensazionalistici del nuovo filone torture e l’innovazione portata avanti con successo da registi europei, dopo anni di rassegnazione, la domanda più concreta e più prosaica da porsi è se, al di là della forma, condivisibile o meno negli intenti, la sostanza sia almeno valorizzata da risultati efficaci.

E la risposta è un categorico no.

“The house of the devil”, nella sua dicotomia fra una prolissa attesa (interrotta da un momento splatter che cita “Maniac”) per un sabba satanico già annunciato all’inizio del film (manca solo il coro “tremate, tremate, le streghe son tornate”) e uno showdown finale frammentario, goffo, visivamente epilettico ed irrisolto, intrappola lo spettatore in un limbo di tedio durante il quale non si comprende per quale motivo dovremmo rabbrividire e il tempo sprecato serve solo ad ammirare i tecnicismi e i dettagli curati dal regista.

Tom Noonan, inquietante come sempre, esce di scena prima del previsto e il palco è lasciato alla bellissima Jocelin Donahue che sculetta per la casa con un walkman in testa, finchè tra un rumore e un vaso rotto capisce, come qualunque umano mediamente intelligente, che se ti hanno convocato (in piena notte!) per assumerti come baby-sitter, e poi ti confessano che da accudire c’è una misteriosa anziana relegata nella sua camera, forse qualcuno ha in serbo per te una festa privata.

Tralasciando di soffermarmi su uno script approssimativo, imperfetto, ma la cui costruzione è il modello archetipico di ogni film a sfondo satanico ridotto alla sua essenza, oltre al fatto che la paura è assente, in un confronto con una pietra miliare come “Rosemarys’ baby”, ma anche con i film di Lucio Fulci di analoga ambientazione, “The house of the devil” ne esce con le ossa rotte sia da un punto di vista visivo sia da quello dell’atmosfera.

Ti West ha compiuto un gesto artistico, accademicamente corretto e nessun altro è mai riuscito in alcun modo a riprodurre persino nella filigrana più sottile film di un’epoca superata e mai dimenticata.

Il problema peculiare del film è semplice da sintetizzare: manca completamente l’emozione e il dubbio che sovviene è che si tratti solo di un film autarchico e narcisista il cui ruolo nella storia del genere horror sarà giudicabile solo tra qualche anno.

Marx sosteneva che la storia si ripete due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.

“The house of the devil” potrebbe riuscire nell’arduo compito di essere entrambe.

8 commenti su “The house of the devil

  1. elvezio
    13/11/2009

    Quindi, insomma, sei comunista…

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  2. Lenny Nero
    13/11/2009

    @Elvis: non esattamente. L’ho letta nell’ultimo libro di Palahniuk, chè io sono un lavoratore: non ho mica tempo di leggermi Il capitale.

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  3. elvezio
    13/11/2009

    Io ho Capitale for dummies, ho molte cose for dummies. Quando in un film si toccano le emozioni si entra in un campo minato, secondo me, e anche criticamente impossibile da esplorare. Pensa che a me la cose che è successa a te con West mi succede con quei 5 o 6 film di Fulci che adoro…

    Ora però dai guardati Babysitter Wanted che mi interessa sapere cosa pensi degli atti finali di quel film…

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  4. Roberto Recchioni
    13/11/2009

    Siamo arrivati alle stesse conclusioni, usando persino le stesse parole:
    http://prontoallaresa.blogspot.com/2009/11/rece-house-of-devil.html

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  5. Lenny Nero
    13/11/2009

    Si vede che “ossa rotte” è un’immagine che ci piace, anche se io pensavo ad un confronto proprio con le pietre miliari di un certo periodo, che tu stesso citi, più che al quel simpatico cialtrone di Rob Zombie.
    Il punto è che THOTD è un film onesto, trasparente, senza compromessi, non c’è ambiguità nelle intenzioni.
    Di conseguenza tutti lo descriviamo allo stesso modo. Ciò che differisce è come lo abbiamo vissuto (entusiasmo-noia-fa più paura un programma condotto dalla De Filippi), e per altro penso che il vissuto cambi anche a seconda dell’età dello spettatore e di che ruolo gli viene assegnato nell’ambito del genere.
    A me che un ragazzo più giovane del sottoscritto (di pochi anni, eh) emuli (usi il termine esatto) film di una certa epoca e agisca artisticamente come se, non dico negli ultimi 30 anni, ma nemmeno gli ultimi 10, non fosse accaduto nulla, da parecchio fastidio, anche perchè è evidente che Ti West si prende parecchio sul serio.
    Per certi versi mi ricorda l’opera di alcuni artisti che copiano dal passato perchè intanto l’arte è morta, tutto è già stato detto, tanto vale tornare al classico come se di meglio o di nuovo non si potesse fare.
    Per quel che mi riguarda si comportano così coloro che non hanno proprio nulla da comunicare o esprimere e non sono assolutamente interessato alla reiterazione di cose passate.
    Piuttosto vado a riprendermi qualche vecchia VHS e mi godo gli originali (che a THOTD fanno un culo al quadrato).

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  6. Niccolo'
    14/11/2009

    “Per certi versi mi ricorda l’opera di alcuni artisti che copiano dal passato perchè intanto l’arte è morta, tutto è già stato detto, tanto vale tornare al classico come se di meglio o di nuovo non si potesse fare.”

    Questo è in effetti un atteggiamento che mi irrita profondamente, tanto negli artisti quanto nei discorsi della gente.

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  7. elvezio
    16/11/2009

    Per fortuna Ti West, sia nella pratica che negli incontri con il pubblico, non ha mai professato un atteggiamento di questo tipo, il suo è più un ragionamento sul cinema del tipo “questo modo/stile funziona meglio per ottenere l’effetto X rispetto a questi altri modi/stili”.

    Di solito in questi discorsi sul tutto è già detto (vero) e c’è ancora molto da dire (vero) arriva sempre il pirla che dice che aveva già raccontato tutto Omero (io non avendo mai letto Omero per intero non saprei dire, ma dubito), speriamo arrivi presto anche qui, evochiamolo dai!

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  8. Lenny Nero
    16/11/2009

    @Elvezio:

    E’ noto che Ulisse sculettava sulla nave con un walkman in testa per non sentire il canto delle sirene. E porgeva loro il dito medio, in quel frangente.

    Credo che l’impostazione teorica di Ti West l’abbia compresa chiunque.
    Forse la discussione ruota intorno al fatto che non tutti ritengano che quello stile X funzioni meglio o che semplicemente funzioni.
    Evidentemente non è stato efficace su tutti.
    Su di me ha avuto l’effetto di farmi ricordare quelle trasmissioni in cui c’è qualche autore di certo non più giovane che ricorda i bei tempi in cui scriveva canzoni per qualche diva della musica e ne parla come fosse roba di ieri, e non del cenozoico, e la loda commosso e convinto, riuscendo solo a mettermi tristezza.
    Peccato che Ti west, maledetto lui, sia pure più giovane di me (di qualche giorno…).

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Questa voce è stata pubblicata il 12/11/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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