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Surrogates (Il mondo dei replicanti)

Anni di ricerca sulla costruzione di arti artificiali hanno condotto ad un risultato inatteso: la creazione di surrogatici robotici, liberamente acquistabili, attraverso cui condurre la propria vita.

Il tasso di criminalità crolla, così come la diffusione di malattie infettive, e gli umani preferiscono vivere nel chiuso delle loro stanze, collegati digitalmente alle controfigure, al riparo da ogni agente nocivo, sempre più incapaci di interagire fisicamente e sfruttando questo nuovo mezzo tecnologico per superare i limiti fisici, nascondere la propria decadenza dietro un aspetto estetico fasullo o addirittura assumere identità differenti, in un meccanismo perverso di menzogna sociale.

Il surrogato è il potere di Dorian Gray venduto alla massa, la realizzazione dei sogni più sfrenati dell’edonismo e dell’ossessione estetica, una festa in maschera che nasconde la naturale putrescenza, tanto che un singolo individuo viene definito in modo sprezzante un sacco di carne.

“Surrogates” è l’ennesimo film ad alto costo punito dagli incassi al botteghino.

Difficile comprendere se non abbia recuperato negli States il budget speso perchè aveva validi concorrenti o perchè il passaparola è un’arma più temibile di quanto si pensi.

Di fatto,  il pubblico ha abbandonato in fretta il film (non necessariamente per lidi migliori) e il principale colpevole è il regista Jonathan Mostow, già reo di “Terminator 3”.

Il basso profilo direttivo scelto dalla produzione è dovuto sicuramente alla decisione di realizzare l’ennesimo action-movie in grado di svuotare portafogli.

Il problema è che la materia prima di “Surrogates” è un fumetto di Robert Venditti che adatta in modo intelligente a isterie moderne le più classiche visioni distopiche di Dick, usando la fantascienza per raccontare le possibili derive della società di oggi.

Una fonte simile avrebbe meritato un trattamento più profondo, e una sceneggiatura più coraggiosa, e la direzione televisiva di Mostow (particolarmente appassionato di grottesche e fastidiose inquadrature oblique, assolutamente gratuite) affossa ciò che di interessante si sarebbe potuto salvare, creando un effetto stridente tra una forma piatta e soffocante e una sostanza che batte i pugni per emergere.

“Surrogates” ambisce semplicemente ad essere un mix tra un film d’azione e di intrighi, fallendo in un caso e nell’altro (è talmente palese chi sia il colpevole degli omicidi che è meglio non attendersi alcun colpo di scena).

Visivamente l’unica idea interessante è quella di plastificare i volti dei surrogati, immergendoli in un mondo che pur essendo reale è luminoso e fasullo, privo di pericoli e brutture estetiche.

Le premesse provocatorie vengono risolte in un brevissimo prologo e raramente sostenute da scene che mostrino l’effetto sulla vita degli umani dell’uso dei surrogati, limitandosi ai drammi (sempre narrati molto sbrigativamente) del detective Greer e di sua moglie.

Eppure Bruce Willis, anche per l’impatto della differenza tra l’aspetto del sostituto robotico e quello veritiero e invecchiato, riesce a inserire qualche nota dolente ed esistenziale nel film, ma la trama è compressa in meno di 90 minuti riducendo in brandelli la possibilità di un efficace quadro delle nevrosi del nuovo millennio.

Un’occasione sprecata per mettere in campo qualche inseguimento, sparatorie e sfracellamenti automobilistici, in cui la costruzione del contesto rimane paradossalmente sullo sfondo, e quando finalmente appare una sequenza suggestiva, e l’emozione fa capolino, ci tirano via la pellicola davanti agli occhi, come per non incorrere nel rischio commerciale di affrontare il corto-circuito psicologico creato dalle deviazioni di una scienza nata per restituire l’uomo alla vita, e non per sostituirlo.

Da guardare a tempo perso senza pretesa alcuna, magari recuperando i comics originali (anche se l’artwork di Brett Weldele, già autore dei fumetti di “Southland Tales”, non brilla per originalità e ricorda, eufemisticamente, lo stile di Ben Templesmith).

3 commenti su “Surrogates (Il mondo dei replicanti)

  1. elvezio
    09/12/2009

    Bisogna parlare del parrucchiere di Bruce.
    Non puoi evitare con il silenzio il problema nodale del film.

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  2. Lenny Nero
    09/12/2009

    Solo perchè sembrava Andy Warhol biondo e quel ciuffo è il miglior effetto speciale di tutto il film?

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  3. Confermo. Lo sguardo da bambolotto gli donava anche di più🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 06/12/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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