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Peace is for pussies

La Jetée

L’ispirazione per uno dei suoi film più riusciti (“L’esercito delle 12 scimmie”), Terry Gilliam andò a cercarla in un cortometraggio risalente al 1962 e diretto dallo schivo Chris Marker.

“La Jetée” ritrova la sua migliore definizione nelle parole stesse del regista: un fotoromanzo.

In un’epoca in cui Hollywood ambisce a trascinarci a forza verso un cinema fatto esclusivamente di una forma ipnotizzante che non ha ancora trovato la sua sostanza (James Cameron pretende che si guardi “Avatar” in un cinema IMAX e in 3D, ma non partorisce idea più brillante che quella di una storia d’amore trasposta in un background ecologista), un’opera simile, concepita in un periodo di poco successivo alla Nouvelle Vague, è talmente anacronistica che risulta oggi una provocazione ancora più forte rispetto ad un’epoca in cui stravolgere le regole del cinema, personalizzandole, era obbligatorio se si desiderava essere considerati autori.

Marker riproduce la sua concezione del cinema costringendolo all’essenzialità: l’immagine e la parola.

“La Jetée” è strutturato come una sequenza di fotografie supportate da una narrazione, estremamente brillante nella sua sintesi, a tratti lirica.

Annullato il movimento, ogni singola immagine accentra su di sè l’attenzione, deve diventare fondamentale, illustrare in pochi secondi interi passaggi e complesse emozioni.

Si potrebbe obiettare che trattasi di sperimentalismo visivo, e non di cinema, ma si potrebbe d’altra parte replicare che 40 anni dopo, e con risultati artisticamente minori, schiere di persone si sono arrogate l’etichetta di artisti digitali realizzando architetture analoghe destinate al web, o che le varie esposizioni d’arte contemporanea sono spesso infestate da video-installazioni che di preponderante esibiscono solo una claustrofobica reiterazione del soggetto ripreso.

Anacronismo puro e di scarso valore estetico.

Marker, consapevole della sfida che si è posto, incasella in 26 minuti una serie di fotografie in bianco e nero sempre suggestive, inquietanti e futuristiche, splendidamente illuminate nonostante l’effetto grana necessario per visualizzare la sensazione quasi tattile di ricordi tanto indelebili, quanto sfuggenti.

Il film si crea nella nostra mente durante l’elaborazione degli impulsi visivi e verbali, paradossalmente molto più numerosi che in un film standard.

“La Jetée” va collocato, e valutato di conseguenza, in un contesto storico di grande fermento artistico, magari modaiolo, ma vitale.

Il cortometraggio riesce in un breve lasso di tempo a narrare di viaggi temporali post-apocalittici, di amore, di visioni di morte, della memoria come soffio vitale e doloroso.

Ciò non sarebbe stato possibile se si fosse attuata una semplice reductio ad imaginem, perchè in questo caso l’immagine è anche contenuto, è fulcro e veicolo di tutta la comunicazione ed ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni elemento visivo, è significante e significato insieme.

“La Jetée” è un antidoto dal passato, concettualmente estremo, e disarmante nei risultati, ad un cinema odierno che spesso scinde forma e sostanza, a discapito dell’una o dell’altra.

2 commenti su “La Jetée

  1. Simao
    12/12/2009

    meraviglioso la JAtee

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  2. Simone
    13/12/2009

    Veramente bello La Jetée. Lo vidi su Fuori Orario (Rai Tre) qualche anno fa, grandioso. Come grandioso è L’esercito delle 12 scimmie!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 11/12/2009 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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