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Peace is for pussies

Agora

Sforbiciato di venti minuti rispetto alla versione presentata a Cannes, “Agora” è già stato visto in diversi paesi europei in attesa di una possibile diffusione anche in Italia.

Dietrologia vorrebbe che il film abbia infastidito i cattolici, e da quando un creazionista è stato eletto come vice presidente del CNR, e le inchieste sui casi di pedofilia sono state definite chiacchiericcio, ogni ipotesi complottista è lecita.

Nei fatti, “Agora” è un film appassionato e intellettualmente onesto, che potrebbe persino deludere chi sperava in una retorica troppo facile contro il fanatismo cristiano.

Le uniche vincitrici sono la storia e Ipazia, dirompenti e provocatorie nella loro umile obiettività.

Spazzato via il rischio di un j’accuse, gli eventi nudi e crudi, fino al didascalismo più superficiale, sono di per sé sufficienti a mettere in imbarazzo un cristiano e a gettare una luce fosca e violenta sulla diffusione della sua fede.

Amenábar compie ancora una volta un cambiamento di stile e svolta verso una confezione peplum, forse per esibire i soldi investiti, che non scivola mai nel già visto grazie al suo ottimo occhio fotografico, al ritmo sostenuto della narrazione e dei movimenti di camera, alle scenografie ricche e dettagliate che incorniciano luoghi in cui si mischiano elementi in rovina ad altri che denotano un vivo fermento culturale (il teatro, la sala delle lezioni) fino alla progressiva distruzione con la presa del potere da parte dei cristiani, quando dominano macerie e cadaveri lungo le strade.

Sceglie un’impostazione didattica e piana, ma sfrutta le dinamiche interne dei protagonisti per non rendere noiosa la storia, evitando anche le cadute in un romanticismo di maniera e differenziandosi notevolmente rispetto ad un autore hollywoodiano.

E così Ipazia, lo schiavo Davus, il prefetto Orestes e il vescovo di Cirene Synesius diventano simboli di una gioventù che cambia negli anni, convertita, schiacciata, fino a perdere completamente la propria umanità in nome di una fede imposta con la strage.

Se ampio spazio è dato alla ricerca astronomica di Ipazia, ben poco è concesso al personaggio del vescovo Cirillo, fautore di tanto sangue, ma in due soli discorsi pubblici vengono concentrati dosi così alte di misoginia, integralismo e antisemitismo da far venire i brividi per la loro freddezza e lucidità legata all’ennesima interpretazione paranoica di un testo.

“Agora” è la storia di una sottomissione, di un’agonia intellettuale protratta a colpi di cadavere, e di fronte alle sequenze di massacro degli ebrei l’immagine ha la forza necessaria per comunicare senza altre parole.

E’ in questa apparente leggerezza, nella semplice durezza delle  immagini, che “Agora” ha la sua forza, consentendo di farci affascinare dal pathos curioso di Ipazia, dalle sue teorie, mentre riprese aeree fino addirittura nello spazio sottolineano l’eternità silente delle leggi naturali che sembrano guardare mute episodi tanto orridi, quanto infinitesimali per l’Universo, quasi consapevoli che comunque, secoli dopo, le idee di Ipazia e prima di lei di altri pensatori avrebbero avuto un meritato riscontro.

Il cadavere di Ipazia fu smembrato e dileggiato, ma al contrario dei martiri ufficiali Ipazia non è un inutile nome su un calendario, ma una persona che si continuerà a ricordare per la sua forma mentis, per essere una donna che si è imposta come pensatrice e politica, per essere un singolo che non ha ceduto contro una masnada di folli le cui false idee necessitano da sempre di violenza per imporsi.

E’ nell’essere solo quello che è, una storia come tante altre, che “Agora” diventa una mina vagante più pericolosa di altri film.

Non sceglie la virulenza della comunicazione, ma illustra, preferendo ad essa la performance dolce e risoluta di Rachel Weisz che riuscirebbe persino a convincerci che la Terra abbia forma romboidale.

Promettente anche il resto del giovane cast;  in particolare Oscar Isaac, simbolo della debolezza dell’Impero, e Max Minghella, tra sguardi silenziosi, spade insanguinate e un ultimo gesto di pietà, riescono ad emozionare senza trasformare il film in un melodramma.

Amenabar ha optato per la strada più saggia e intelligente e ha fatto centro.

E nuovamente una storia antica illumina anche l’oggi, forse nella pia illusione che almeno la parte intelligente del genere umano impari dal passato.

2 commenti su “Agora

  1. redman
    08/04/2010

    Ottimo spunto per una visione a breve.
    Ho fatto la conoscenza di Ipazia nel primo numero della serie PROMETHEA di A. Moore e ho cercato anche qualche libro che ne esaminasse la figura, non tovando però molto in giro…

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Questa voce è stata pubblicata il 06/04/2010 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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