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Il segreto dei suoi occhi

Incuriosito dall’esistenza di un film che fosse riuscito a conquistare l’Oscar per il miglior film straniero sconfiggendo “Il nastro bianco” (film concettualmente autoreferenziale, ma di livello superiore), mi sono avvicinato a “Il segreto dei suoi occhi” nel modo meno pregiudizievole possibile: non sapendone nulla.

Cercando di evitare paragoni con avversari filmici che sfido chiunque a definire inferiori, la visione di questa pellicola mi ha lasciato decisamente perplesso sul suo valore intrinseco.

Se un film argentino come “La antena” mi ha indotto a ululare al capolavoro (e l’hanno ignorato tutti), “Il segreto dei suoi occhi” ha fatto urlare le mie ghiandole surrenali per il tedio e il mio cervello per la prevedibilità di uno script talmente vacuo e archetipico che chiunque abbia visto qualche serial-televisivo poliziesco (e il regista Juan José Campanella ha diretto alcuni episodi di “Law and order”) riesce a prevederne passaggi e colpi di scena con largo anticipo temporale.

E quando un film si basa quasi esclusivamente su un intreccio tra il noir e il giallo (nonostante abbia letto dissertazioni su segni e significati profondi che potrei apprezzare solo con un ampio sforzo di fantasia), il film, a causa di questi difetti, semplicemente non funziona.

“Il segreto dei suoi occhi” è ricco di punti a suo favore e di potenzialità, che in ultimo, tuttavia, rimangono inespressi e sulla superficie.

La storia si dipana fra due piani temporali.

Benjamin Esposito decide di scrivere un romanzo intorno ad un caso di stupro ed omicidio su cui indagò nel lontano 1974.

Le motivazioni profonde risiedono in un tentativo di rispondere ad interrogativi insoluti, ma soprattutto nel voler chiudere un lungo capitolo della sua vita, arenatasi in modo infelice.

La cornice nel 1999 racchiude le indagini e ci troviamo di fronte ad un giallo qualunque, gestito senza sussulti, interesse, tensione, con uno stile visivo che non sempre si eleva sopra quello televisivo.

E si assiste passivamente a una storia scontata vissuta da personaggi stereotipati, tra dialoghi ripetitivi e raramente brillanti, che, comunque, il buon cast tenta di ravvivare.

E non solo l’interesse viene a mancare presto, a causa di lungaggini e immagini e ruoli poco accattivanti, ma manca proprio la sostanza che più dovrebbe essere palpabile e pulsante: i sentimenti.

La storia d’amore represso fra Benjamin e Irene è poco credibile e poco tangibile.

Se una certa scena evoca una grande passione dell’uno per l’altra, la controparte femminile sembra nutrire solo una simpatia umana e professionale, tanto da rendere stucchevole l’intera conclusione (immagino che fosse il momento in cui avremmo dovuto scioglierci in lacrime).

Imbarazzante, quando avrebbe potuto, invece, essere un punto di forza, il contesto politico dittatoriale (così come il discorso sulle caste sociali): gettato all’improvviso in faccia agli spettatori, forse a favore di critici radical-chic, è solo un pretesto per un punto di svolta nella trama (tanto che la storia avrebbero potuto ambientarla ovunque).

Pedissequo il montaggio, che ripete alcune frasi e sequenze, nel caso in cui il pubblico di “Law and order” non avesse ben afferrato quello che emerge addirittura da una frase pronunciata all’inizio del film.

La superficialità generale, che colpisce ogni aspetto, è tipicamente americana.

Sicuramente stonano, all’interno della piattezza complessiva, la scena di nudo integrale, e la violenza verbale che lo accompagna (finalmente una scena forte, di cui si può attribuire il merito della riuscita solo alla bella Soledad Villamil) e il sottofinale amaro che, difficile stabilirlo, ambirebbe ad essere anche orrorifico, ma viene sprecato in modo inerte.

Qualche ottima prova attoriale e qualche valida sequenza rende “Il segreto dei suoi occhi” un film adatto a chi cerca un giallo che si nutra di ambientazioni e sfondi non americani, ma il registro stilistico è esattamente quello delle fiction e il pathos è anestetizzato.

2 commenti su “Il segreto dei suoi occhi

  1. argo
    16/06/2010

    Analisi pienamente condivisibile. Ho avuto l’occasione di vederlo in lingua originale, non voglio immaginarmi a seguito del doppiaggio italiano. Se non sapessi che si tratta della recensione di un film potrei rischiare di pensare si stia parlando della società argentina attuale.

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  2. frankpopp
    26/06/2010

    a proposito del cine argentino, ma che ne pensi di Lucrecia Martel?
    i suoi “La cienaga” e “La niña santa” sono stati per me strabilianti, con quell’incedere lento ma inesorabile.

    sembrava che non succedesse mai nulla, che la vicenda non contenesse che scene statiche e facce vuote ad avvicendarsi. ed invece ogni gesto, ogni atto nascondeva dietro sè tutto un mondo di colori e sensazioni (mentre nel terzo “La mujer sin cabeza” non succede nulla di rilevante davvero…), come un vulcano apparentemente inattivo che invece cova sotto la cenere.

    a suo tempo apprezzai anche “El abrazo partido”, meno particolare ed interessante, ma molto tenero.

    eh ssì, in latino-america c’è ancora vita! (ovviamente mi riferisco alla mortaccina inutilità del cinema nostrano, verso il quale ormai la mia considerazione è prossima allo zero…)
    🙂 saluti, frankpopp

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Questa voce è stata pubblicata il 15/06/2010 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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