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Peace is for pussies

Splice

L’hype generatosi intorno a “Splice” era motivato da fattori nostalgici: la regia di Vincenzo Natali (di cui nessuno ricorda che cosa abbia diretto dal lontano 1997, anno a cui risale “Cube”) e la proposta di un nuovo monster-movie, sottogenere mai esauritosi del tutto e per il quale il design di Dren prometteva di essere un elemento innovativo.

Di questa pellicola, dall’encefalogramma piatto, e meno ambiziosa di quanto si potesse sperare, rimangono impressi solo le movenze e le sembianze deformate di Delphine Charnéac e il gioco (alla lunga ripetitivo) a sorprendere lo spettatore con le improvvise mutazioni della creatura, unici punti di appoggio per una sceneggiatura prevedibile per chiunque abbia più di 25 anni.

Lo script ripercorre i passaggi classici e obbligati di nascita-evoluzione-disastro del mostro, ormai collaudati dai tempi di “Alien” passando per “Relic” o i più recenti “Mimic” o “Species”.

Gli unici tentativi di ammodernamento consistono nell’inventarsi tecniche di ricombinazione genetica, per le quali la sospensione dell’incredulità è necessaria, ma funzionali ad alcuni colpi di scena ad orologeria inseriti prima che la noia dilaghi.

“Splice” ha una lunghezza relativamente breve, eppure la regia statica di Natali (che in rare occasioni riesce a creare atmosfere ambigue, misteriose, disturbanti, come se scampoli di visionarietà si fossero concentrati in un pugno di sequenze attorniate da riempitivi) rende la visione lenta e faticosa, priva di tensione, in un continuo tentativo di farci subodorare la possibilità di un orrore imminente che tarda ad arrivare e si concentra negli ultimi quindici minuti.

I dialoghi semplicistici non giovano al risultato finale, ma la mancanza di pathos è dovuta anche ad un cast che lascia interdetti: la direttrice della NERD (no comment), interpretata da Simona Maicanescu, è fin troppo sopra le righe e stolta in modo stereotipato, mentre Adrien Brody, la controparte maschile del progetto di creazione di Dren, Clive Nicoli, è spento e inetto, quando, alla luce del momento clou, un lampo di follia inconscia da scienziato pazzo sarebbe stato fortemente necessario.

La personalità inespressa di Clive è un buco nero psicologico che priva la storia del polo emotivo opposto a quello del duetto Elsa Kast (Sarah Polley, sempre credibile nonostante il personaggio monodimensionale) e Dren.

Il violento rapporto madre-figlia dovrebbe collidere con il rapporto padre-figlia, ma quest’ultimo è praticamente assente, fino ad assumere un’improvvisa e artificiosa svolta incestuosa che, non supportata da reale talento visivo per immagini a base di sesso e deformazioni della carne, scatena un involontario effetto comico, involontario perché è chiaro che Natali allestisce un paio di sequenze solo per turbarci (lo showcase della NERD e il reciproco massacro degli ibridi, foriero di litri di emoglobina, ma montato come un videoclip; la mutilazione di Dren che, in un contesto sessuale davvero forte, avrebbe potuto suggerire scandalosi paralleli con l’infibulazione), ma l’infodump è spesso invasivo e nulla stupisce.

Lo showdown finale è poco più che un antipasto di morte e il prologo per lo scontato esito che lascia un porta aperta ad un sequel.

“Splice” può soddisfare moderatamente chi ha voglia di un tuffo in un certo passato di serie B e si vuol lasciare affascinare dall’unico nucleo di attrattiva di tutta la pellicola, cioè Dren stessa, che salva da sola la maggior parte delle scene semplicemente con la sua sinuosa e minacciosa presenza.

Il contorno è omaggio filologico a meccanismi narrativi del passato o rivela una mancanza di originalità che non traspare mai al di là del concept artistico di base?

Segnalo anche la recensione di Elvezio Sciallis.

3 commenti su “Splice

  1. LM
    20/08/2010

    confermo la comicità della scena di sesso: ieri al cinema hanno riso praticamente tutti, e forse per la prima volta mi son trovato indiscriminatamente d’accordo con tutti.
    secondo me a questo film è stato privato anche il solo finale cui avrebbe conservato un minimo di dignità, cioè la morte prematura di dren per il deterioramento dell’organismo (praticamente la falsa imbeccata che c’hanno dato all’inizio).
    una cagata, insomma.

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  2. LM
    20/08/2010

    “secondo me a questo film è stato privato anche il solo finale…”
    l’italiano l’ho imparato in svezia, ovviamente.

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  3. alessandra
    22/08/2010

    Ad una prima parte formalmente e concettualmente interessante ne subentra una seconda visivamente e narrativamente ridicola e negativamente grottesca. Un film che dunque si rivela ancora più ibrido della protagonista al centro del racconto…

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Questa voce è stata pubblicata il 20/08/2010 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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