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Peace is for pussies

A serbian film

“A serbian film” è un capolavoro.

Nel suo materializzarsi come fallimento totale, raggiunge tali vette di idiozia e analfabetismo cinematografico da scatenare effetti esilaranti inattesi.

Puro gioco di grezzissima pornografia, cresciuto di bocca in bocca grazie alla notizia che la Serbia, cessato di generare mostri politici, avesse generato un mostro di celluloide capace di abbattere ogni limiti del rappresentabile, “A serbian film” è solo il sogno bagnato di un aborto di Eli Roth.

Come se decenni di filmografia horror giapponese e tedesca fossero leggende metropolitane, come se la visione di “A men behind the sun”, dall’analoga maschera di urlo di dolore politico, fosse meno disturbante, come se pasticciare con i concetti di pornografia e morte implicasse essere artisti, pur non avendo la lucidità di Ballard, ma il tono etilico di Bukowski e un’ispirazione visiva derivata da qualche video dei Cradle of Filth.

Come seSubconscious cruelty non avesse già scardinato ben 11 anni fa ogni possibile confine tra arte e visionarietà estrema con un impatto emotivo incalcolabilmente superiore.

“A serbian film” è il “Murder-set-pieces” del 2010 e alla mia età sono di nuovo costretto a leggere storie di polizia e accuse di utilizzo di materiale snuff, purulenza da strategia commerciale che ormai lascia attoniti.

Tra le pagine dello script sono presenti almeno un paio di idee esplosive che avrebbero potuto far saltare i globi oculari a chiunque, ma il regista Spasojevic si comporta come un adolescente incattivito che ambisce solo a sbattere in faccia ulteriori possibilità di perversione, spacciando l’aura dell’ambientazione geografica come riflessione politica.

Quest’ultima è viscerale, emotiva, sempre superficiale, troppo esplicitata per non rivelarsi artificiosa, tanto che avrebbero potuto girare la pellicola anche in Ruanda, senza che ciò ne influenzasse la trama.

Un peto da far annusare ai critici, e nulla più, quando si tratta di sexploitation ammorbata da intenzioni inefficaci.

Spasojevic non è Miike, genio dell’insondabile, che dicotomizza “Audition”, a rappresentare visivamente lo scollamento fra la realtà e la sua interpretazione, ma si comporta come un terrorista mistico a cui abbiano messo a disposizione un intero arsenale e libertà di fuoco a volontà.

E non lo sa gestire.

Il risultato è che la prima parte del film è un concentrato di tedio famigliare, recitazione da sceneggiato televisivo del primo pomeriggio, sequenze porno (un’idea pruriginosa e originale, che fa riconsiderare come avanguardia “The brown bunny” ) e persino una soggettiva da un pene in erezione di rara sciatteria.

Nella seconda parte Spasojevic spara tutte le sue cartucce una dopo l’altra, abbandona in poco tempo le uniche premesse interessanti (e, comunque, accademiche e metacinematografiche), calibra in modo illogico i momenti topici e distrugge ogni possibile climax collocando dopo la prima scena shock una delle sequenze più perverse e disgustose che si possano immaginare (una donna partorisce in una squallida cantina, aiutata da un uomo seminudo e mascherato che, sotto lo sguardo felice della puerpera, indovinate come userà la sua erezione una volta preso in braccio il bambino).

Tuttavia la messinscena compiaciuta, che tradisce una volontà di sarcasmo pulsante tra le inquadrature, ma evidente solo nella battuta finale (che fa crollare definitivamente il film nella boutade post-adolescenziale), più che suscitare orrore infinito provoca il riso isterico per l’innaturalezza e la prevedibilità di ciò cui si assiste.

Sicuramente si può dare atto al film di aver sodomizzato il più difeso dei taboo. 

Spasojevic abusa in un’intervista della parola metafora, ma se le metafore adottate vacillano tra lo stupro e l’incesto necrofilo, si scade nelle più macabre ovvietà.

Perché tutto è urlato, dichiarato, spiegato fino alla noia.

Il governo serbo ha stuprato le volontà dei serbi e dei loro figli, ergo mostro degli stupri.

Lapalissiano e soprattutto non importa a nessuno, perché nessuno guarda “A serbian film” spinto da compassione per le sorti del popolo serbo.

Il personaggio del regista Vukmir è talmente poco luciferino, quanto ridicolo nel suo atteggiamento, e pedante con le sue autogiustificazioni, da non lasciare spazio al perturbante e inondare lo schermo di comicità involontaria.

Può apparire paradossale, ma ciò che manca in “A serbian film” è vera ferocia, la disperazione, quando invece ci sembra di udire solo lo sghignazzare  di un bambino che ha coperto con le proprie feci le pareti della sua cameretta.

Solo fugacemente si raggiunge l’obiettivo mancato, e la violenza appare come tale, incessante, ingravescente, senza possibilità di scampo e non esito a scrivere che la sequenza di stupro, pestaggio, follia e decapitazione della vittima è praticamente perfetta in ogni dettaglio, grazie anche all’ottimo make-up che non ha nulla da invidiare a un Tom Savini.

5 minuti di film.

Eppure gli intenti erano stato dichiarati: “This is a diary of our own molestation by the Serbian government. It’s about the monolithic power of leaders who hypnotise you to do things you don’t want to do. You have to feel the violence to know what it’s about.” (http://www.horror-movies.ca/horror_18902.html).

Con gli occhi ormai saturi dell’impossibile, il film si trascina verso lo showdown rivelando elementi che, con più sapienza di scrittura, avrebbero potuto essere anticipati nella prima parte generando colpi di scena,  invece contribuiscono a un effetto giostra degli orrori che rende lo spettatore semplicemente assuefatto e inerte e deluso da una scoperta subodorata almeno mezz’ora prima, proprio per la logica fragile e didascalicamente esposta da Vukmir nei suoi sproloqui da artista in acido.

Di nuovo il make-up fa la parte del leone, più che la rappresentazione della “perfetta famiglia serba” (non sia mai che rovini il finale), ma quando il gioco è troppo scoperto, l’effetto è nullificato, e al massimo si possono godere sgozzamenti e teste fracassate (anche se si rimpiange Gaspar Noé ).

Terminata la visione, permane la sensazione che “A serbian film” sia da ripensare e rigirare da capo a piedi.

Magari per il prossimo anno, quando saremo di nuovo pronti per l’ennesimo film che faccia tremare il culetto della censura.

Se solo dietro ad esso ci fosse la testa pensante di un vero artista della violenza e fosse onesto quanto noi che ambivamo a un pugno in faccia che ci lasciasse tramortiti, e non a un finto apologo politico che nonostante le turpitudini esibite si autodistrugge con le sue facilonerie di lettura.

D’altra parte la sua distribuzione ai festival andava giustificata ed evidentemente c’è ancora voglia di Kusturica.

2 commenti su “A serbian film

  1. Luca Micaeli
    05/06/2011

    Infatti il film l’ho visto e non mi è piaciuto affatto, Mi sembra più un aver adoperato dì un soggetto riguardante una realtà politica e sociale ma di averla condita con, appunto “pruderie”; quindi di aver sfruttato disonestamente la stessa facciata tragica della realtà in serbia. Vergognoso.

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  2. Alessandro
    03/01/2012

    E se andasse perfettamente bene così com’è? Analfabeta, buttato lì, privo di approfondimento, privo di reale potenza metaforica, privo in fondo di capacità di linguaggio. Semplicemente un conato. Io, in fondo l’ho rispettato per questo.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2010 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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