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Tron: legacy

Derivativo, multireferenziale, informaticamente impreciso o superato, patinato, inutilmente imbevuto di concetti zen comprati al mercatino della domenica (anche se trattati con autoironia), non originale.

Se appartenete al gruppo di coloro che pretendono profondità da un prodotto Walt Disney (sì, fatevene una ragione), passate oltre; se quello che cercate sono effetti speciali, luci da luna park, dinamismo, giochi architettonici, Daft Punk e, per chi gradisce, splendide fanciulle rivestite da latex, accomodatevi in sala e regredite senza vergogna.

Quasi impossibile da comprendere se non conoscete il precursore del 1982 (un pioneristico miracolo di inventiva che all’epoca lasciò perplessi critici e spettatori, ma si scavò un ricordo profondo persino in molti ragazzini alle prese con i primi personal computer e linguaggi di programmazione), si propone come sequel e operazione nostalgica insieme, cercando di soddisfare più palati possibile, a cominciare dal grande pubblico.

Imitando in modo superficiale la miscela di contenuti geek, new-age e action di “Matrix” (ne attribuirei ragionevolmente colpa ad Horowitz, uno degli sceneggiatori di “Lost”), “Tron: legacy” non si imporrà di certo nell’immaginario collettivo o nella storia del cinema per la sua trama, spesso inutilmente arzigogolata (le creature biodigitali denominate Iso) o per una presunta, quanto assente profondità tematica relativa alla rivoluzione digitale.

Impostato con calma un prologo che presenta il protagonista scavezzacollo (il figlio di Flynn), ci regala un cameo di Cillian Murphy e un ritorno nella sala dei videogiochi, entriamo in un mondo che ricalca i modelli originali estendendoli attraverso l’ottica di un design esasperato, sia per il minimalismo delle linee sia per le contrapposte ambizioni di gigantismo nella costruzione della città di CLU.

Lo sfondo nero su cui si stagliano luci blu e arancioni diventa una lavagna su cui disegnare e manipolare volumi e prospettive e, pur al suo primo film, l’architetto Kosinski si trova decisamente a suo agio nello sfruttamento degli spazi per i movimenti di telecamera, veloci, quanto precisi, tenendosi a debita distanza dal costante rischio di un eccessivo effetto video-clip.

Viene meno la costruzione concettuale del primo “Tron”, non compensata dalle nuove idee e dai frammentari flash-back, ma l’aspetto visivo è talmente ipnotico da passare in secondo piano, sia quando si riformulano all’epoca del 3D la lotta coi dischi e le gare in moto (sequenze da capogiro), sia quando ci si concede una maggiore libertà, all’epoca non possibile, nelle vertiginose scene di volo, fluide ed adrenaliniche.

Per ogni pessimo elemento sottolineabile (i dialoghi, ellissi narrative malamente risolte, il personaggio checcomico di Castor, neanche lontanamente paragonabile al Ruby Rhod de “Il quinto elemento”, l’eccessiva plastificazione delle figure femminili), ce ne sono altrettanti che equilibrano la bilancia del pattume hollywoodiano, dall’occhio del regista, al montaggio millimetrico, alla colonna sonora avvolgente (che fa il verso ad Hans Zimmer; ma almeno è un riferimento di talento) a cui i Daft Punk aggiungono accattivanti brani electro-retro.

Valutare “Tron: legacy” in modo obiettivo implica assegnare un giudizio che lo farebbe apparire inferiore rispetto ai suoi modelli più evidenti, e persino al suo capostipite, ma anche non sottolineare il talento tecnico e fotografico del regista che si appresta al remake di un altro sottovalutato, quanto splendido, cult Disney, “The black hole”, pellicola del 1979 che racchiude grandi potenzialità di spettacolo con i mezzi attuali.

Se al suo primo film Kosinski è riuscito a imporre la sua visione, pur subendo le ingenuità di uno script spesso irrisolto, e con qualche concessione di troppo alla stilizzazione da rivista di moda e a prevedibili citazioni, mi sento fin d’ora di attribuirgli fiducia come nuovo possibile talento almeno nel campo sci-fi.

2 commenti su “Tron: legacy

  1. Un po’ sequel, un po’ novità. Un po’ film, un po’
    videogioco. Un po’ retro, un po’ avanguardia. Sembra quasi di
    sentirli alla Disney: “Ehi! Già che son passati 28 anni mettiamo un
    po’ tutto, riempiamo il vuoto dagli ’80 ai ’00! Più ce n’è meglio
    è!” E così assistiamo un po’ intimoriti alla pornografia di effetti
    speciali 2D/3D, alle circonvoluzioni circensi della trama, al
    pleonasmo di rappresentare tutti i generi principali di videogiochi
    per pretendere poi che tutto ciò sia inserito in scene pregne di
    significato. Non so, io, da mero spettatore sarei stato quasi
    tentato dall’uscire dalla sala così da lasciare al film pieno
    spazio per esprimersi… Un po’ come coi bambini montessori🙂

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  2. Fabio
    03/10/2011

    Approvo, quello che avete detto.
    Gli effetti speciali sono talmente sbalorditivi, che valgono il biglietto.
    Certo come avevo già detto in passato, questi sequel o prequel non lasciano piena libertà ai registi, perché i produttori approfittano dell’ingenuità degli spettatori che vogliono vedere “come va a finire”! Il regista viene a trovarsi imprigionato da un pacchetto già fatto, dove non può far altro che eseguire un miglioramento tecnologico dei films precedenti. Ormai gli attori vengono selezionati non tanto x la bravura nel recitare, ma per l’abilità di farlo in mezzo alle scenografie tecnologiche dove il croma key è un’antichità!

    Messaggio per Lenny (ho visto The Tree of Life e sto aspettando con entusiasmo la tua recensione: grazie in anticipo).

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Questa voce è stata pubblicata il 31/12/2010 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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