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Peace is for pussies

L.A. Zombie Hardcore (Director’s cut)

La presentazione di “L.A. Zombie” in vari festival cinematografici depone a favore dell’ipotesi che la ricerca di uno scandalo trascende sovente il valore del film stesso.

Chi ha amato il bislacco “Otto; or, up with dead people” alla notizia di un coinvolgimento di parte del gotha del porno-gay in una nuova pellicola di Bruce LaBruce ha giubilato come un cannibale davanti a un cadavere ancora caldo, confidando di assistere all’evoluzione estrema degli elementi sessuali presenti nel sopracitato film, nella speranza deviata e masochista di subire uno spettacolo inguardabile e macabro all’ennesima potenza.

Quel che ne rimane è un risultato risibile, autoindulgente e soporifero.

Depauperata la progettualità precedente di ogni trama, di ogni manifesto di liberazione sentimentale dalla schiavitù della bulimia sessuale e dalla repressione sociale, creata una nuova icona omo-zombie impersonificata da uno degli attori porno più amati (Francois Sagat), che buca lo schermo, ma non tocca alcuna corda emotiva, Bruce LaBruce si limita a manipolare le facili metafore moraliste già presenti in “Otto” senza riuscire né a rafforzare l’estetica che sembrava voler creare né a sfuggire a intellettualismi contraddittori, superficiali e persino ipocriti.

A partire dal prologo in cui Francois Sagat emerge dall’oceano nei panni di uno zombie non assistiamo ad altro che all’esibizione del suo corpo nudo e truccato da mostro, al suo vagare in cerca di omosessuali da uccidere e penetrare con un pene deforme in nuovi orifizi corporei (analogamente, ma con minor impatto, al prologo di “Otto” ), a organi esposti e maciullati e a copule immerse in sangue poco credibile o schizzi di sperma nero.

Perché nella sua apparenza “L.A. Zombie” non è altro che un film porno in cui a fottersi sono cadaveri muscolosi, con l’eccezione di una sequenza utile pure per momenti di onanismo, dato che non si vede neanche una goccia di sangue, ma assolutamente inutile per l’economia del film.

Qualcuno guarderebbe mai per intero 105 minuti di film porno, intermezzi compresi, recitati da bellimbusti tanto eccitanti, quanto inetti?

Potete vagamente intuire la noia esponenziale; ma ad un secondo livello di lettura, escludendo benignamente una furbizia autoriale e commerciale al contempo, e prevedendo i fini ultimi di LaBruce, non si può non sottolineare i tentativi del regista di comunicare visivamente allo spettatore che quello che sta guardando non è un banale porno a costo zero (per altro, di una sciatteria visiva spesso imbarazzante).

Il nostro eroe fotti-morti in più di un’occasione riprende le sue sembianze umane, il sangue scompare, lo sperma torna di un candido, e più appetibile, color latte e questo gioco dello sdoppiamento visivo, ripetuto fino all’asfissia, serve a far emergere il banale messaggio di fondo e l’essenza puramente metaforica dello zombie.

Purtroppo LaBruce non ha l’inventiva di Gondry, e neanche si sforza.

La visione del sesso è mortificata e mortificante, raggiungendo l’acme nella scena di gruppo che, visti gli interpreti, potrebbe essere parte di uno qualsiasi dei film hard da voi collezionati, se non fosse per il comico colpo di scena che conferisce un svolta necrofila (e di nuovo altri minuti di corpi che godono coperti di succo di ciliegia).

Il parallelo fra il sesso, in particolare quello dei film porno, e la morte, in un contesto attoriale di tal tipo, riesce a suscitare la stessa ilarità che si provava ad ascoltare Brad Pitt in “Fight Club” mentre pontificava sui modelli pubblicitari (proprio lui, con quel fisico e con quel giubbotto di Khenzo da svariate migliaia di euro).

Ormai a carte scoperte da almeno un’ora, la predica farsesca si protrae in una sequenza che assomiglia ad un atto di dolore, ad  una presa di coscienza, ad un ritorno alla tomba come condizione assimilabile, se non preferibile, alla vita.

E la colonna sonora minimale ed elettronica sottolinea per tutta la durata del film un vero e proprio stato di disagio, sofferenza, rassegnazione, impossibilità di redenzione di fronte ad una natura bestiale e inguaribile, una sfumatura depressiva che in “Otto” sfociava in un romanticismo ameno e disperato, in questo caso in pessimismo tragico(mico).

Sensazioni e concetti che rimangono, comunque, sulla superficie e ci scorrono addosso come le credibili lacrime del protagonista.

Prevedo che comunque Sagat non deciderà di abbandonare il porno (continuando ad arrecare gioia a molti e ci dispiace per LaBruce).

3 commenti su “L.A. Zombie Hardcore (Director’s cut)

  1. Eddy
    09/03/2011

    Bentornato e complimenti. Mancavano le tue recensioni.
    Non mi piace lo stile di LaBruce che trovo “infantile” e troppo diretto allo scandalo, più che all’arte cinematografica (e sono della stessa idea anche per la fotografia).
    Credo che si possano esprimere gli stessi concetti (quali??) senza iniettare dosi così massicce di sesso estremo e gore di bassa qualità.
    Sembra di guardare una pellicola di Russ Meyer ma dove tutto viene esplicitato e quindi si perde il senso del racconto.
    Come dici tu, se devo guardare un film pornografico, visto che questo non posso fare altro che considerarlo tale, ho ben altre strade da percorrere… 😉

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  2. Alessandro
    14/06/2011

    Scusa ma non capisco quante stelle gli dai da quello che scrivi non sembra da 5 stelle…a me non e’ piaciuto comunque …talento sprecato!!!

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  3. Lenny Nero
    14/06/2011

    Le stelle non sono per il film, ma sono date dai lettori alla recensione.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/03/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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