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Peace is for pussies

Triangle

Christopher Smith è un regista che pare soffrire, più che far soffrire.

Quattro film all’attivo e quattro esempi di prodotti ambiziosi che non raggiungono mai una solidità tale da andare oltre allo status di cult o di curiosità per cinefili; quattro storie completamente differenti in
cui non sono riconoscibili né tematiche né stilemi ricorrenti, ma solo il buon sviluppo di propri canovacci (con l’eccezione di “Black death”, sceneggiato dall’autore di “Wilderness”); quattro pretesti per esibire un certo talento nel rappresentare la violenza, con discrete vette di gore, senza poter parlare di
genere horror,  al massimo di una componente.

Eppure a causa dello stiloso (ma purtroppo inconsistente) “Creep”, Smith continua a essere relegato all’ambito horror e anche il suo ultimo film è stato preso in considerazione soprattutto dalla critica specializzata e addirittura “Triangle” in alcuni paesi è stato distribuito solo adesso direttamente in dvd.

Il motivo è anche comprensibile: se dal punto di vista registico è il suo film più personale e riuscito, dall’altra lo script è un compiaciuto esercizio accademico che avrebbe strappato qualche gridolino di entusiasmo se fosse stato il suo esordio, ma dopo la distribuzione, e l’attenzione, ottenute con “Severance” risulta palese che non ci troviamo davanti ad un percorso in evoluzione, ma ancora ad una ricerca di un percorso.

La trama di “Triangle” non va assolutamente raccontata, altrimenti si fa perdere allo spettatore metà dell’intrattenimento.

Sia sufficiente scrivere che un gruppo di amici si imbarca su uno yacht portandosi con sé alcune problematiche personali; in particolare
Jess (Melissa George, bellissima horror-girl) si aggira sconvolta e confusa.

Una tempesta improvvisa li travolge e la comparsa dal nulla di una nave da crociera dal nome Aelous sembra la loro salvezza; ma una volta a
bordo l’assenza di equipaggio e i continui dejà-vu di Jess saranno i prodromi di un incubo tortuoso in cui il massacro del gruppo non è la peggiore delle sfumature, perché Jess dovrà riviverlo più volte per tentare di venirne a capo.

Sarebbe facile chiamare in causa Lynch (e anche citare un riferimento alto a cui poi non ci si attiene), ma il prologo che fa presagire una
circolarità narrativa e la complicata (quanto incredibilmente riuscita) architettura temporale della storia ricordano almeno “Strade perdute”.

Tuttavia se a Lynch interessava giocare con i moduli classici del racconto, a Smith interessa sfruttare il disorientamento temporale per creare una dimensione di angoscia claustrofobica, per generare paura giocando con la testa dello spettatore e puntando ad ottenere un effetto più sottile e intrigante.

Un termine di paragone cinematografico che rende più adeguatamente l’idea dell’esperienza fornita da “Triangle” è “Timecrimes”, ma
Smith nega in un’intervista a Mad Movies di averlo visto, nonostante il concept generale sia sovrapponibile (pur mancando l’elemento fantascientifico).

“Triangle” è un gioco sofisticato, tecnicamente ineccepibile (fotografia, montaggio, la sequenza quasi visionaria della tempesta, anche se alcune ricostruzioni digitali dell’esterno della Aeolus soffrono di limiti di budget) e funziona nella misura in cui ci si fa coinvolgere dalle labirintiche
vicende e si vuole arrivare al punto di uscita.

Intelligentemente Smith sa come porre l’ultimo tassello del mosaico, ma lascia allo spettatore la possibilità di decidere come interpretarlo, puntando in maggior misura sull’emotività e la tragicità (nonché sulla violenza, che non manca di certo).

2 commenti su “Triangle

  1. waYne
    11/07/2011

    verissimo, finale a libera interpretazione.
    Personalmente ho pensato che [spoiler] quello che si è visto per tutto il film non è altro che il frutto della mente della protagonista nato dal trauma di aver perso suo figlio nell’incidente, un trauma da quale chiaramente col riavvolgersi degli eventi non riesce più ad uscire.
    Trovo molto importante il racconto di Sisifo che ingannò Tanatos e per questo fu condannato dagli dei a sospingere un masso sulla cima di una montagna per poi vederlo rotolare nuovamente in fondo e dover ricominciare in eterno la sua fatica perchè è la metafora su cui gira questo ottimo film che esplora in modo molto lucido il contorto territorio della psiche umana.

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  2. Deimos
    17/07/2011

    Film che mi ha divertito dall’inizio alla fine benchè il the end è un filino troppo scontato se si ha già avuto a che fare con prodotti simili. Una conclusione meno aperta e più marcata, avrebbe forse giovato un filino di più. Christopher Smith credo che sia cresciuto moltissimo come tecnica registica proprio grazie a questa pellicola visto che sia in Creep che Severance, l’avevo trovato molto banalotto.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/06/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , .

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