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Peace is for pussies

La hora fria (The dark hour)

Primo e unico lungometraggio di Elio Quiroga, è dal 2006 che questo film cerca una sua collocazione, tra uscite dirette in dvd in alcuni paesi e una presentazione all’Afterdark Festival del 2009; eppure, a parte qualche fastidiosa ingenuità da principiante che si vuol far notare (o si sente un genio) “La hora fria”, nell’ambito del genere fantascienza distopica, è una pellicola che intrattiene, incuriosisce e non soffre di una pessima realizzazione tecnica come è frequente tra i prodotti indipendenti.

Nove sopravvissuti ad una guerra nucleare, collocata in un mai meglio precisato futuro, vivono in labirintico edificio sotterraneo, coscienti che la vita sulla superficie è probabilmente stata distrutta e mossi solo dall’istinto di sopravvivenza.

Nonostante la situazione estrema, coltivano sentimenti e amori, organizzano lezioni, giocano, riuscendo a ritagliarsi sprazzi di armonia fugace violentemente interrotta da due minacce: gli Stranieri e gli Invisibili.

I protagonisti (dagli inutili nomi a richiamo evangelico) sono sorprendentemente tratteggiati e interpretati in modo efficace, sfuggendo alla prevedibilità di un racconto corale stereotipato: Jesus, un bambino di otto anni che usa una videocamera come un diario; Magda, astronoma; Maria, la guida del gruppo; Pablo, studioso e compagno di Maria; Pedro, un soldato; Ana, un’adolescente; Luca e Matteo, coppia omosessuale ed infine Judas, anziano solitario e memoria storica vivente, anche se obbedisce al tacito ordine di non raccontare l’orrore vissuto ai due minorenni che intrattiene con vecchie pellicole cinematografiche o documentari di un’epoca ad avanzata tecnologia ormai spazzata via.

La pellicola ha il pregio di trovare un giusto equilibrio tra descrizione delle dinamiche psicologiche dei personaggi (una minaccia intrinseca prossima ad esplodere) e della surreale vita quotidiana, e momenti di azione concitata o di pura tensione: la presenza di un misterioso bambino solitario, la scoperta della natura degli Stranieri (prodotto dell’orrore umano) e le sempre più pressanti visite notturne degli Invisibili, creature dalla natura ineffabile che si aggirano lungo i corridoi, in forma simil-ectoplasmica, congelando tutto ciò che incontrano nel loro cammino.

La routine è un continuo alternarsi di momenti di pace e di possibile morte, un dato di fatto accettato e ineludibile quanto la crudele regola che se uno Straniero tocca ed infetta con l’agente patogeno di cui è portatore anche un familiare, questo deve essere ucciso senza scrupoli.

E quando qualcuno decide di sfruttare questo codice di comportamento per motivi di folle risentimento, una condizione già fragile inizia a essere distrutta dall’interno lasciando aperta la porta a pericoli peggiori, e se la fuga diventa un’opzione, nessuno sa che cosa possa riservare la superficie.

Elio Quiroga, già produttore, fotografo, supervisore di effetti speciali, e in quest’occasione anche sceneggiatore, non punta in modo scontato su immagini claustrofobiche, ma riesce a muovere agevolmente la telecamera tra angusti corridoi e stanze quasi completamente al buio in cui si svolgono assalti e massacri di Stranieri, divertendosi anche ad inserire flash metacinematografici o cartoni animati volutamente anacronistici che educano i bambini agli effetti di una guerra nucleare e all’odio contro il nemico.

L’ottima fotografia alza la qualità del prodotto e fa perdonare qualche effetto speciale non sempre riuscito (anche se abilmente mascherato), ma comunque suggestivo.

I novanta minuti scorrono piacevolmente, grazie a piccole, continue sorprese e a un climax in crescendo, nonostante si punti in misura maggiore sull’angoscia e sulla sensazione di fine imminente che non sull’azione continua, come in una versione iberica di “Alien“.

Lo script ha anche il pregio di relegare a poche, ma significative battute alcune considerazioni morali e retoriche sul tipo di futuro che è stato consegnato ai bambini dagli adulti e invece di scegliere la strada inopportuna del melodramma in occasione di alcuni morti tragiche, si sceglie quella del realismo che non lascia spazio alle lacrime, perché in quel contesto sono diventate un lusso.

Il twist finale (reso più forte da un flashforward iniziale che potrebbe lasciar presagire una risoluzione salvifica e piena di speranza) rivela il motivo del sentimento di disperazione dei sopravvissuti e costringerà gli adulti a porre in pochi secondi i bambini di fronte ad una realtà impensabile e crudele che è stata loro celata per anni.

Una realtà per cui non ci sono né giustificazione né consolazione.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/08/2011 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , .

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